DakhaBrakha, avant-folk dall’Ucraina

Visionari e musicisti, i DakhaBrakha sono stati il coup de cœur nella recente edizione del Medimex, impressionando pubblico e critica con il loro strumentario composito (in assetto completo offrono: voci, percussioni, fisarmonica, violoncello, trombone, zgaleyka, la cornamusa ucraina, pianoforte, didgeridoo, armonica, scacciapensieri), i costumi di scena, caratterizzati da lunghe vesti e alti copricapi in pelliccia, la matassa musicale di polifonie tradizionali e mantra vocali, esotismi strumentali, ritmi afro, minimalismo e ambient, basso funky e post-rock. Con appellativo mediaticamente efficace chiamano la loro musica “ethno-chaos”. Quale l’organico di questi pluristrumentisti lontani dal punk-folk-gypsy’n’roll dei Gogol Bordello? Tre donne, Iryna Kovalenko, Olena Tsybulska, Nina Harenetska, e un uomo, Marko Halanevych. Il nome della band, tradotto dall’antico ucraino, significa “dare/prendere”, le origini del gruppo – spiega Marko, terminato lo showcase pugliese – risalgono a undici anni fa, quando il carismatico Vladyslav Troyitsky, direttore del Centro di Arte Contemporanea Dakh di Kiev nel mettere in scena delle rappresentazioni ispirate al folklore ucraino decise di cercare un appropriato accompagnamento musicale. 
Da lì la creazione del quartetto, la cui sezione femminile ha un background di studio dei repertori folklorici – aggiunge il frontman, cresciuto anch’egli ascoltando canzoni popolari – acquisiti mediante l’incontro sul campo con le anziane canterine, da cui hanno raccolto i canti tradizionali, le cui liriche sono alla base del repertorio della band. Vincitori di prestigiosi premi in patria, i DakhaBrakha, che nel live set conservano l’energia e l’attitudine da palcoscenico teatrale, si sono imposti all’attenzione del pubblico della musiche world nei festival Womad come a Sziget, a Roskilde come al Rain Forest World Music Festival o ancora a TransMusicales di Rennes. Per di più, vantano collaborazioni con artisti internazionali, tra i quali il funambolico fisarmonico finnico Kimmo Pohjonen. Se è vero che nei recenti rivolgimenti politici ucraini i musicisti sono stati attivi nelle manifestazioni di Maidan (seppure non abbiano raggiunto livelli di coinvolgimento di altri artisti), i DakhaBrakha, portatori di un nazionalismo culturale, rigettano sciovinismo e violenza nel nome di una possibile convivenza con la parte russofona del Paese, ma certo sul palco barese nel finale del loro showcase non si sono fatti mancare una bandiera ucraina. I loro dischi non hanno distribuzione dalle nostre parti, ma meritano di essere scoperti. 
Per un primo assaggio, dal loro sito (www.dakhabrakha.com.ua) si può scaricare gratuitamente il live “Na dobranich” (che vuol dire “Buona Notte”, pubblicato nel 2006). Invece, “Yahudki” (2007) contiene materiali realizzati per le colonne sonore del progetto “MysticalUkraine” e di alcune rappresentazioni shakespeariane. Quanto a “Na Mehzi” (2008) e “Light” (2010), sono i due lavori più rappresentativi dello sviluppo musicale degli ucraini. Risale a due anni fa “The Khmeleva Project” (Hermetic Garage/Nash Format, 2012), concepito nell’omonimo villaggio, tra le colline e i canyon scavati dal corso del fiume Dnestr. Disco di nove imprevedibili brani, alcuni dei quali raggiungono oltre i nove minuti, in cui voci e strumenti si incrociano con il trio strumentale belorusso di Minsk Port Mone (Aleksey Vorsoba alla fisarmonica, Sergey Kravchenko alle percussioni e Aleksey Vanchuk al basso elettrico. Si passa dall’apertura iterativa di “Kpyny” al vertiginoso crescendo di “Vesnyanky”. Prevalgono atmosfere scure con litanie vocali poggiate su un tessuto percussivo, inserti di fisarmonica e tocchi gravi di violoncello in “Dube kucheravoy”. Condividono l’incedere ipnotico del brano precedente anche la lunga composizione “Vanyusha” e “Oi upav snizhok”. Si cambia registro con i tempi dispari di “Dyado” e gli intrecci polivocali di “Yelena” e “Kryvy Tanets” fino a raggiungere alle pulsazioni folk-techno di “Tonke Derevo”. Prestate ascolto, ne vale davvero la pena! 


Ciro De Rosa