BF-CHOICE: ZampogneriA - Fiumerapido

ZampogneriA è un progetto unico, che si articola lungo due assi: ricerca e liuteria. Parliamo di un lavoro di studio organologico e sui repertori che approda a un disco, testimonianza di sentieri migranti di uomini, strumenti, repertori e gusti musicali....

BF-CHOICE: Canio Loguercio e Alessandro D’Alessandro – Canti, Ballate e Ipocondrie d’Ammore

Canio Loguercio, Alessandro D’Alessandro, una chitarra, un organetto e qualche strategico giocattolo a molla da due anni sono in giro per l’Italia con un geniale spettacolo di Teatro Canzone: “Tragico Ammore”. Testo essenziale e in continua evoluzione...

BF-CHOICE: Foja - 'O Treno Che Va

A tre anni di distanza da "Dimane Torna 'O Sole", i Foja tornano con “’O Treno Che Va”, concept album sul tema del viaggio nel quale si intrecciano storie, sentimenti e passioni musicali tra rock, pop, blues e country, senza dimenticare le radici della tradizione partenopea...

BF-CHOICE: Francesco Benozzo, Fabio Bonvicini, Fratelli Mancuso – Un requiem laico

Canto e musiche seguono la via dell’accostamento di esperienze diverse: quattro strumentisti e cantori, il mondo appenninico e quello del canto mediterraneo dell’isola di Sicilia testimoniano con questo concerto-disco un incontra lungo trame della memoria in un luogo simbolo dell’Italia...

BF-CHOICE 2016: Daniele Sepe - Capitan Capitone e i Fratelli della Costa

Il compositore e trickster napoletano, abile nel mettere in moto imprevedibili cambiamenti nelle sue storie musicali, Daniele Sepe è diventato Capitan Capitone, bucaniere che si aggira al largo di Procida, sfoderando il suo sax insieme ad una ciurma di alcuni tra i giovani migliori della scena napoletana...

martedì 28 ottobre 2014

Numero 175 del 28 Ottobre 2014

Blogfoolk # 175 di fine ottobre – scusate se mal celiamo il nostro orgoglio, una volta tanto - è in grande stile: un numero ricco di parole e musica. Pare che in Italia in quest’ultimo anno si siano venduti più organetti diatonici che violini. Ora, al di là dell’idea preconcetta che imparare a strizzare un mantice sia più facile che apprendere a sfregare le corde di un violino, è anche il segno del rinnovato interesse che si manifesta da anni verso le musiche riconducibili alla tradizione orale. Per parlare di questo strumento, che dalla fine degli anni Settanta del XX secolo è stato oggetto di un clamoroso revival, entriamo nella bottega-fabbrica di chi si con passione ed “ars” costruisce “scatole del vento”. Presentiamo la prima parte di una retrospettiva, curata da Paolo Mercurio, per festeggiare i cento anni dei Castagnari, azienda regina della costruzione di fisarmoniche ed organetti nel nostro Paese. Il nostro viaggio in Italia ci porta poi nelle valli occitane, dove abbiamo incontrato Fabrizio Carletto. Insieme a lui siamo andati alla scoperta della Courenta Minima Orchestra e del nuovo disco dei Ciansunìer. Dal Piemonte alla Gallura, nella Sardegna nord-orientale, per incontrare il Coro Gabriel, che ha appena dato alle stampe il CD “Idula”, e conoscere più da vicino, guidati da Gianluca Dessì, il “canto a tasgia”. Dall’estero arrivano le note del cantante maliano Kassé Mady Diabaté (“Kiriké”) e la formidabile accoppiata folk inglese Martin e Eliza Carthy, protagonisti dell’ottimo “The Moral of the Elephant”. Ci immergiamo nella musica dal vivo con il racconto della festa celebrativa per i settant’anni del liutaio Michele Sangineto, e poi ancora con la cronaca del Premio Bianca d’Aponte - Città di Aversa, rivolto al cantautorato femminile. Non manca uno spazio dedicato alla canzone d’autore con l’intervista a Sergio Cammariere, che ci ha raccontato il suo nuovo album “Mano Nella Mano”, in cui jazz e world music fanno da sfondo ad un songwriting di alto profilo. Nel suo taglio basso, che chiude la nostra emissione, Rigo ci porta alla scoperta di “Ride Out”, il nuovo album di Bob Seger.

Ciro De Rosa
Direttore Responsabile di www.blogfoolk.com

CANTIERI SONORI
VIAGGIO IN ITALIA
WORLD MUSIC
I LUOGHI DELLA MUSICA
STORIE DI CANTAUTORI
TAGLIO BASSO

L'immagine di copertina è un opera di Donatello Pisanello (per gentile concessione)

Castagnari, fisarmoniche, in Italia e nel mondo, a cento anni dalla fondazione (prima parte)

A Recanati, “paese della poesia”, ha sede il centro operativo dell’azienda Castagnari, rinomata a livello internazionale, specializzata nella costruzione di fisarmoniche diatoniche, meglio conosciute come organetti bitonici. Essendo stata fondata nel 1914, quest’anno vengono festeggiati i cento natali al servizio della musica e dei suonatori, avendorispettoper la tradizione e per gli illustri predecessori.

Giacomo Castagnari e i figli Mario e Bruno 
A soli undici anni, Giacomo Castagnari (†1969) venne mandato a lavorare a bottega dal liutaio Filippo Guzzini, presso il quale operò fino all’età di venti quattro anni. Si sposò con Ida con la quale aprì un laboratorio nel rione di Castelnuovo. Nel 1930, allargarono la bottega artigianale, trasferendola in via Risorgimento, dove acquistarono un’intera palazzina in un’asta giudiziaria. In questo luogo, ancora oggi, a distanza di un secolo, vengono costruiti gli strumenti musicali. Sandro Castagnari ha raccontato che «… nostro nonno era un uomo “di quel periodo” e cioè molto altero ma onesto e serio. Spesso ci diceva che il suo lavoro era il più bello del mondo e questo, a essere sinceri, lo è anche per noi oggi. Nostro nonno acquistava i materiali per la costruzione degli organetti solamente in Italia, come si usava all’epoca. La vendita dei suoi organetti avveniva esclusivamente in Italia, tranne qualche pezzo che andava all’estero ma sempre per italiani residenti all’estero. Il metodo di lavoro, dall’epoca di nostro nonno, è cambiato molto. Oggi c’è molto lavoro a mano equilibrato da un funzionale uso di qualche macchinario, mentre ai tempi del nonno il lavoro era esclusivamente manuale». Giacomo Castagnari era personaggio carismatico, assai apprezzato per la precisione e la qualità della lavorazione. Nel quartiere veniva soprannominato “Ya’ ”, una particolare contrazione di “Jacomo” secondo l’uso dialettale. Si narra che da giovane fosse solito arrivare tardi al lavoro e che tale abitudine avesse sollevato qualche critica da parte dei colleghi apprendisti. Guzzini era solito rispondere col detto “un’ora di sole buono asciuga le strade”, facendo intendere che, dati i suoi ritmi lavorativi, entro sera, Jacomo riusciva sempre a recuperare e a superare in qualità il lavoro dei compagni, di conseguenza un pochino di ritardo poteva pure permetterselo. 
Un altro aneddoto raccontato dai familiari riguarda l’intervento delle forze dell’ordine, a causa della sollecitazione da parte di un acquirente italo-americano, il quale aveva pattuito con Giacomo la realizzazione di un particolare tipo di fisarmonica diatonica. Essendo passato troppo tempo dalla stipulazione dell’accordo, ritenne di essere stato defraudato e sporse denuncia. Tuttavia gli agenti ebbero subito modo di costatare che il liutaio stava alacremente lavorando a quello strumento e che lo avrebbe potuto regolarmente consegnare non appena terminato. L’attesa non fu vana, poiché l’acquirente rimase entusiasta a tal punto da scrivere «… ho aspettato tanto, ma ciò alla fine mi ha dato la possibilità di avere uno strumento degno di essere suonato in paradiso insieme agli angeli». All’epoca, negli anni Venti del secolo scorso, per realizzare uno strumento non si lavorava in team. Ogni costruttore iniziava e terminava il lavoro in autonomia. Una fisarmonica costava circa duecento cinquanta lire ed erano necessari circa quattro mesi di lavoro. Affinché i propri figli apprendessero seriamente un mestiere a bottega, i genitori dei discepoli selezionati retribuivano mensilmente il maestro artigiano. Jacomo Castagnari era solito introitare tali retribuzioni, per donarle in seguito ai propri discenti quale paga per il lavoro effettuato. Naturalmente per questo e per altro era benvoluto, riuscendo a ottenere un forte spirito di collaborazione tra i propri apprendisti, compresi i figli Mario e Bruno che, a loro volta, trasmisero le proprie conoscenze ai figli e ai nipoti attualmente operanti in azienda. Ricorda ancora Sandro Castagnari che «… il mio primo ricordo dell’organetto risale a quando avevo cinque anni. Quando mi recavo nella bottega di famiglia, vedevo mio nonno Giacomo intento a costruire organetti, quasi sempre da solo. Il resto della bottega (tra cui mio padre e mio zio), invece, era impegnato a costruire le fisarmoniche cromatiche. Se dovessi specificare le qualità di Mario e Bruno Castagnari, le sintetizzerei con due sole parole: casa e lavoro». Aggiunge il cugino Massimo che « … Mario e Bruno hanno iniziato a lavorare proprio negli anni in cui l’organetto era entrato in crisi (“smisero di costruire gli organetti negli anni 50”), in pratica soppiantato dalla fisarmonica. Un momento delicato in cui bisognava rispondere alle esigenze del mercato. Mario e Bruno facevano quello che capitava e serviva al momento, però Mario operava più in bottega e teneva i rapporti con i clienti, mentre Bruno si occupava anche del lavoro logistico (contabilità, spedizione e rapporti con i fornitori oltre che con i clienti). Questa esperienza della costruzione delle fisarmoniche “a piano” e cromatiche per noi è stata basilare, soprattutto quando poi abbiamo ripreso a costruire organetti negli anni Settanta. Nella continuità della nostra storia familiare, Sandro ed io rappresentiamo la terza generazione dei costruttori Castagnari».

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Alla scoperta di Courenta Minima Orchestra e Ciansunìer

Bassista e produttore da lungo tempo attivo nella scena musicale dell’Occitania italiana, Fabrizio Carletto, parallelamente alle collaborazioni prestigiose con Michele Gazich e Massimo Priviero susseguitesi in questi ultimi anni, ha dato vita di recente alla Courneta Minima Orchestra, formazione che nasce come laboratorio di ricerca sonora sulle danze tradizionali. Lo abbiamo intervistato per farci raccontare la genesi e le motivazioni di questo progetto, soffermandoci sul loro disco di debutto “Al Bon Pi Dreit”, ed in fine abbiamo aperto uno spaccato sull’esperienza con i Ciansunìer, progetto parallelo che lo vede impegnato nel recupero del repertorio tradizionale dei canti da osteria. 

La scena musicale occitana è sempre in fermento. L'ultima grande novità è la vostra Courenta Minima Orchestra. Come nasce questo nuovo progetto
La Courenta Minima Orchestra nasce dall’idea di riuscire a far convivere arrangiamenti e suoni ricercati con la schiettezza del ballo. Il ballo a volte è visto quasi come qualcosa di serie B, un rincalzo, una cosa da fare ma da tener quasi nascosta. Altre volte si rischia il sacrificio del ritmo e della cadenza giusta in favore dell’arrangiamento più o meno ingombrante. Ecco, da produttore (e soprattutto da “cane da pastore”…come amo spesso definirmi) ho voluto evitare questo, cercando di dare grande spazio a questa ricerca del suono e del groove (o gheddu…come diciamo noi nel basso Piemonte) giusto. In questa fase è stata fondamentale la presenza e l’aiuto di Daniela Mandrile, grandissima insegnante di danze occitane che ha lavorato gomito a gomito con noi. 

Quali sono state le difficoltà che avete incontrato mentre muovevate i primi passi insieme? 
Non parlerei di difficoltà, ma di ragionamenti su cosa usare e come. A me piace lavorare sugli strumenti più con il togliere che con lo riempire in modo esagerato. Abbiamo ragionato un utilizzo di un drum set particolare, che ben si sposava con la fisarmonica e di lì siamo partiti aggiungendo i vari tasselli sonori. E’ stato un percorso abbastanza lungo e corale, fatto di prove e ripensamenti. Son decisioni che vanno ponderate e provate sul campo. Il risultato finale è semplice, ma il percorso è stato abbastanza tortuoso. 

Ci puoi presentare la line up dell'Orchestra? 
Alle fisarmoniche cromatiche abbiamo Roberto Avena (Dario e Manuel Big Band – La Quimera/Sergio Berardo – Grande Orchestra Occitana) e Roberto Tentori (Ciansunier); due modi diversi di intendere lo stesso strumento che ben si amalgamano. Il primo più irruento e virtuoso, il secondo più melodico e sognante. Alle chitarre, ma anche a mille altri strumenti c’è Marco Lamberti, mio compagno di musica in varie formazioni (Ciansunier, Michele Gazich e la Nave dei Folli, ecc…); fine chitarrista e grosso amante delle sonorità acustiche. Per ultimo, ma in verità è anche per colpa sua che siam qui, c’è Fabio Pirotti alla batteria e alle percussioni. Suonavo con lui nei Lou Seriol negli anni ’90 e ci eravamo ripromessi, visto che siamo amici da quando eravamo sotto i 50 cm di altezza, di rifare qualche esperienza musicale assieme e per mantenere fede a questa promessa abbiam dovuto fondare un nuovo gruppo. Dimenticavo, io suono il basso ed il contrabbasso. 

Quali sono stati i vostri riferimenti e come si è indirizzato il vostro lavoro nell'arrangiamento dei brani? 
Amiamo molto i gruppi, restando nell’ambito del ballo, tipo Freta Monilh e Castanha e Vinovel, e ci piaceva l’idea di riproporre il loro approccio, con l’aggiunta di ritmiche ariose e fresche alla Gigi De Nissa, cercatevi il loro disco che è veramente notevole. Ripensandoci…tre citazioni francesi, sarà un caso che abitiamo a sedici km dalla Francia?. Scherzi a parte, abbiam cercato di mantenere una certa freschezza e cercato di non intasare molto il mix nonostante la presenza di parecchi strumenti e come avrai potuto notare, molti ospiti. Anche in questo caso il ruolo dell’ospite è stato ponderato per dare un certo sapore al brano, come una spezia pregiata che nel piatto esalta il gusto del patto stesso ma senza snaturarlo. E’ stato molto importante pure il ruolo del nostro fonico di fiducia, Paolo Costola del Macwave studio di Brescia, che mi ha aiutato, con un orecchio esterno a cercare di non perdere il bandolo della matassa, rischio tangibile quando si inseriscono molte sonorità diverse. Ci tengo a citare gli ospiti che ci hanno aiutato alla realizzazione di questo nostro disco: Dario Avena_Clarinetto e Saxofono , Laura Bagnis_Flauto, Sergio Berardo_Ghironda e Ukulele, Chiara Cesano_Violino , Paolo Costola_Bouzuky , Cosimo Dell'Orto_Bajo Quinto, Michele Gazich_Violino, Erica Molineris_Voce (Se Chanto), Massimo Priviero_Voce (La Strada del Davai), Isabella Puppo_Arpa e Riccardo Serra_Percussioni. Tutti sono stati fondamentali alla riuscita dell’opera; quando penso ad una collaborazione non la vedo solo come una sciccheria da aggiungere ma ad un mescolarsi ed un condividersi, respirar la stessa aria, che è molto bello anche dal punto di vista più umano. Grazie a tutti per esservi “mischiati” con noi! 

Il progetto è stato ampiamente rodato dal vivo nelle valli occitane; Qual'è stata la risposta del pubblico? 
Piace, la gente balla e siamo contenti. Siamo una band da ballo; il nostro motto è “poche balle tanti balli”. Noi ci si diverte e suoniamo parecchio. Scommessa vinta direi. 

Come siete arrivati poi alla pubblicazione del disco? 
Il disco di debutto è un poco come un punto fisso che ferma le molte idee e musiche che fluttuano nel gruppo. Io son dell’idea che dopo un periodo di apprendistato bisogni fermare un poco il tutto con la produzione di un disco. Da quando abbiamo iniziato il lavoro di pre-produzione anche suonare dal vivo è stato più semplice e naturale. Si son fermati pezzi e strutture, quindi si improvvisava meno da questo punto di vista; il che non è affatto male. Dal punto di vista melodico le sferzate “jazzose” di Roberto Avena son rimaste, semplicemente abbiam consolidato il repertorio e le strutture. 

Con quale criterio avete selezionato i brani da reinterpretare? 
Siamo partiti da una serie di brani a noi affini, che man mano abbiamo scremato e arrangiato. Ovviamente il nostro gusto ci ha portato a preferirne alcuni a dispetto di altri. Man mano che si provava poi son usciti dal cilindro pure alcuni pezzi composti per l’occasione; li abbiam metabolizzati ed alcuni son finiti nel CD. Son presenti poi anche canzoni che con l’Occitania hanno poco a che vedere, come “La Strada del Davai” che abbiamo arrangiato a mazurca. Ho la fortuna di suonare con Massimo Priviero da un paio di anni e suonando questo suo bellissimo brano dal vivo me lo son sempre immaginato in 3/4; quando abbiam messo su la band è stato tra i primi pezzi che abbiam provato ed è piaciuto subito sia ai mie compari che al pubblico dei balli occitani. Per il disco, Massimo ci ha regalato una sua bellissima interpretazione vocale. Chiude il tutto “Se Chanto”, l’inno dell’Occitania in una versione molto soave leggera. Marco Lamberti l’ha arrangiata in maniera molto creativa. Ci siam messi in studio uno di fronte all’altro ed è stata buona la prima. Il contributo vocale di Erica Molineris penso che sia da applausi. 

Dal punto di vista melodico e ritmico come siete intervenuti sui brani tradizionali? 
Ci siam divertiti a far delle cose anche un poco azzardate, ma a nostro avviso ci venivano abbastanza naturali. Sulle courente e specialmente sul balet (detto balet sudamericano), ci siam fatti portare un poco da uno spirito latineggiante, che ben si amalgamava con il ballo. Su qualche altro brano poi abbiam cambiato melodicamente il tutto portandolo in tonalità minori, dando alla traccia un sapore vagamente balcanico; insomma…non ci siam fatti mancare nulla. Il nostro scopo è un poco quello di far divertire riuscendo anche a divertirci suonando. E’ il nostro spirito guida il divertimento. 

Sei attivo anche in un altro gruppo nato nelle valli occitane, i leggendari Ciansunier. Ci puoi raccontare com'è nata questa bella e scanzonata realtà? 
E’ nata per caso oramai dieci anni addietro; poi ci abbiamo preso gusto e non ci siamo più fermati. Siamo al sesto album e siamo già pensando al settimo. Abbiamo pure un live già registrato, ma non abbiam mai tempo per pensare seriamente a pubblicarlo. Uscirà postumo, se non ci diamo una mossa. 

Come si è evoluto il suono e il repertorio dei Ciansunier? 
Siamo nati semplici, due voci una chitarra basso rullante e fisarmonica e la matrice è ancora quella. Abbiamo inserito Marco Lamberti alla chitarra “elegante” (Loris Cavallera si definisce il chitarrista “ignorante”…) e un paio di allievi del Maestro Albert Giuliano (Roberto Tentori e Davide Barberis) alle fisarmoniche; quando i loro impegni glielo permettono son con noi sul palco. Con una formazione più ampia, ci siam permessi qualche eleganza melodica in più, ma in fondo in fondo siam sempre gli stessi dell’inizio. Siam una banda da osteria. 

Come nasce il vostro ultimo album e quali sono le differenze con i precedenti? 
E’ nato, come tutti gli altri, al tavolo tra salame e buon vino, durante una merenda “sinoira” (sarebbe l’apericena piemontese, che è una tipica e secolare usanza dalle nostre latitudini); Paolo Marchesi e Loris Cavallera son dei professionisti in tal senso e quando tanto sbuca fuori una fisarmonica che li accompagna, ecco che spuntan nuove canzoni e nuove idee. Il tutto normalmente viene vagliato da Danilo “Pelè” Dalmasso (rullante), che funge da una specie di Signor No, che approva o cestina le idee. Anche qui io fungo da “cane da pastore” e normalmente mi occupo della pianificazione delle registrazioni, della logistica e del radunare le truppe. E’ uno sporco lavoro, ma qualcuno dovrà pur farlo… Ci puoi raccontare dei concerti con i Ciansunier? Quali sono i luoghi dove vi esibite e qual è il vostro pubblico? Ci è capitato di suonare in ogni contesto, dalla piccola osteria al palco enorme, dalla sagra in montagna alle olimpiadi di Torino 2006. Basta che ci sia un angolo e la voglia di far festa, e noi ci siamo. Vi do una news dell’ultima ora: il prossimo giugno faremo un tour in Brasile. Siam stati contattati da degli appassionati che ci hanno conosciuto tramite youtube e quindi ci lanceremo in questa avventura sudamericana. Le canzoni da osteria non hanno confini. 

Concludendo, vorrei che ci raccontassi dello splendido "Ribota" di Dario e Manuel a cui hai collaborato. Ci puoi raccontare la realizzazione di quel piccolo gioiello del duo della Val Vermenagna? 
E’ un disco a cui tengo molto e son contento che vi sia piaciuto. Questo disco nasce dall’idea di dare una continuazione al precedente "Fëstin ët la val Vermenanha" (collana "viva_qui_sona", curata dall'associazione culturale Lou Dalfin ) sempre prodotto da me. Abbiamo deciso di registrarlo dal vivo proprio per mantenere ancor più intatto il sapore di festa. Ci ha accompagnato in questa avventura Michele Gazich che ha suonato con noi il suo violino folk; si è calato alla perfezione in questo ruolo “nuovo” per lui, quello di “courentista” e Roberto Avena alla fisarmonica. Assieme sempre a Paolo Costola l’abbiam registrato e mixato e penso che il lavoro sia molto riuscito. Anche in questo caso si tratta di musica semplice e schietta, fatta da veri suonatori tradizionali che, seppur “imbevuti di tradizione” (in Valle Vermenagna la Courenta non è solo un ballo ma quasi una “religione”), non hanno paura a cimentarsi nelle novità quali l’inserimento di nuovi strumenti e lanciarsi in nuove avventure. Questo li ha portati ad essere conosciuti ed apprezzati in tutta l’Occitania e non solo nella nostra valle. Sarà ora che mi metta all’opera per pianificare il terzo cd; Il prossimo anno sono vent’anni che suono con loro…forse potrebbe essere una buona scusa per rientrare nuovamente in studio. 



Courenta Minima Orchestra – Al Bon Pi Dreit (Autoprodotto, 2014) 
Non è un ovvietà dire che la musica da ballo nell’ambito della riproposta di materiali tradizionali ha via via assunto un importanza sempre minore, sia per l’approssimazione dal punto di vista filologico con la quale viene eseguita su larga scala, sia per la mancanza di una cultura di tutela di questo prezioso bene immateriale. Il continuo fermento musicale che arriva dalle Valli Occitane italiane ci racconta però qualcosa di diverso, innanzitutto in quella zona c’è una matrice identitaria più forte e sentita, ma esistono numerose realtà tra gruppi, musicisti e scuole di ballo tradizionale che, a buon diritto, meriterebbero di essere prese come esempio per la conservazione delle forme coreutiche locali. In questo panorama si inserisce anche la Courenta Minima Orchestra, gruppo formato da Roberto Avena (fisarmonica), Fabrizio Carletto (basso e contrabbasso), Marco Lamberti (chitarra, pianoforte e Farfisa), Fabrizio Pirotti (batteria e percussioni) e Roberto Tentori (fisarmonica), cinque musicisti originari di Vernante, nel cuore della Val Vermenagna che hanno deciso di unire le forze per dar vita ad un originale percorso di ricerca sulle danze tradizionali delle valli occitane italiane. Dopo aver rodato a lungo il loro repertorio dal vivo hanno di recente dato alle stampe il gustoso “Al Bon Pi Dreit”, disco che attraverso sedici brani mette insieme una sorta di mini-enciclopedia delle musiche da ballo occitane. Ad accompagnare il quintetto troviamo anche un ampio gruppo di ospiti d’eccezione composto da: Dario Avena (clarinetto e sax), Laura Bagnis (flauto), Sergio Berardo (ghironda, flauti, ukulele), Chiara Cesano (violino), Cosimo Dell’Orto (bajo quinto), Paolo Costola (corde e plettri), Michele Gazich (violino), Erica Molineris (voce), Massimo Priviero (voce), Isabella Puppo (arpa), e Riccardo Serra (woodblock). Per comprendere che siamo di fronte ad un disco speciale, basta ascoltare le prime battute della burrée a due tempi “Derek’s Bourrée”, in cui spicca il violino di Michele Gazich, e subito dopo il nostro viaggio prende il via in tutto il suo fascino senza tempo regalandoci un susseguirsi entusiasmante di rigodon (“’Na Barca ‘t en pra”), balet (“Balet Sudàmerican”), chapelloise (“Atholi Highlanders”), Courenta (“Me Pare”), Circolo Circasso (“Circle Balançadoira”), Scottish (“Scottish Liura”, “Bona Direccion”), polka (“Egan’s Polka”), rondeau (“Hils De Gasconha/Paddy Carey’s”), e valzer (“Déjeuner Sur L’Herbe”). Vertici del disco sono senza dubbio le due courente tradizionali della Val Vermenagna nelle quali si apprezza tutto il trasporto e l’energia che la Courenta Minima Orchestra imprime con la sua cura per i dettagli ritmi e melodici, ma anche quel gioiello che è “La Strada Del Davai” di e con Massimo Priviero, che per l’occasione è stata riletta attraverso le sonorità della mazurka. Chiude il disco l’anthem occitano per eccellenza “Se Chanto”, arrangiata per l’occasione da Marco Lamberti e cantata da Erica Molineris. Insomma se divertire e divertirsi è il motto della Courenta Minima Orchestra, l’ascolto del loro primo album è l’occasione per scoprire una delle formazioni più interessanti della scena musicale delle valli occitane italiane. 



Ciansunìer – Descentrà. Canzoni Da Osteria Vol.X (Autoprodotto, 2014) 
I Ciansunìer sono un collettivo di musicisti di base a Vernante (Cn) con alle spalle ormai una solida produzione discografia con ben cinque album all’attivo, e una intensa attività dal vivo, che li porta ad esibirsi regolarmente nelle osterie delle valli dell’Occitania italiana. Da abili artigiani della musica tradizionale sin dai suoi primi passi il gruppo piemontese, ha coniugato la spensieratezza e la leggerezza dei Canti da Osteria con una rigorosa ricerca su questo repertorio, nel quale sono confluiti brani narrativi e da ballo della tradizione occitana e più in generale italiana. Tra storie di alpini, bersaglieri, belle che si maritano e amanti che si lasciano, i Ciansunìer sono andati alla riscoperta di un universo musicale ingiustamente derubricato da musica popolare, e quindi con una solida tradizione alle spalle, ad intrattenimento da balera. A due anni di distanza dall’ottimo “Canta Gnuransa. Canzoni Da Osteria Vol.5”, ritroviamo il gruppo piemontese alle prese con il loro sesto disco “Descentrà. Canzoni Da Osteria Vol.X”, a dispetto della numerazione in volumi ormai saltata abbondantemente già dal numero III. Questo nuovo album presenta oltre alla formazione storica composta da Loris Cavallera (voci, chitarra, e ukubanjo), Poalo Marchesi (voci), Albert Giuliano (fisarmonica), Fabrizio Carletto (basso, shortbassone e contrabbasso), Danilo Dalmasso (rullante), e Marco Lamberti (chitarre elettriche), anche altri strumentisti ovvero Roberto Tentori (fisarmonica), Davide Barberis (fisarmonica), Dario Avena (clarinetto), Roberto Avena (fisarmonica), Luca Vallauri (tromba), Max Borioli (ukulele), Paolo Costola (corde di varia foggia), Nives Orso (flauti), Valerio Gaffurini (hammond). Ad aprire il disco è l’inedito “Descentrà” firmato da Loris Cavalera che a ritmo di valzer ci conduce alla prima bella versione de “Il Tango Delle Capinere”, e poi alla divertente “Fin Che La Barca Va”, ma è con “L’Aquilone” che si tocca il primo vertice del disco. Si prosegue con la gustosa “Mia Bella Contadinella”, che apre la strada a “La Spagnola” e alla travolgente “Vogliamo Le Bambole”. Dal repertorio delle osterie arrivano poi “Reginella Campanola”, e “Un Grande Amore”, mentre dalla tradizione sarda arriva il canto a tenore “Nurrica”. Altro vertice del disco è la bella versione di “Banana Republic” di Lucio Dalla e Francesco De Gregori che ci conduce verso il finale in cui spiccano “Stornello A Pungolo”, e quel gioiello che è la rilettura di “La Cosa Più Bella”. Chiude il disco “L’Ultimo Discorso Registrato”, in cui i Ciansunìer hanno catturato le voci dei loro spettatori che commentano una delle loro esibizioni. Insomma non ci resta che attendere il prossimo volume delle canzoni da osteria, per scoprire quali altre perle dimenticate i Ciansunìer sapranno tirare fuori dal loro baule di ricordi senza tempo. 


Salvatore Esposito

Voci di Gallura: il ritorno discografico del Coro Gabriel

Il Coro Gabriel prende il nome da Gavino Gabriel, insigne figura di etnomusicologo e folklorista tempiese, uno dei due fondatori della Discoteca di Stato (oggi Istituto Centrale per i Beni Sonori ed Audiovisivi), morto centenario nel 1980. Hanno appena dato alle stampe il loro CD “Idula”, autoprodotto e dalla gestazione particolarmente lunga, quattordici anni dopo “Polyphonies de Sardaigne”, edito dalla Sony-Classical France; il disco comprende dodici brani che vanno dalla polifonia religiosa ai canti profani, fino ad alcuni brani di nuova composizione, accompagnati dalla cètara, strumento di cui Nico Bianco è ormai l’unico esecutore, che sono più vicini alla forma-canzone. Il disco è bellissimo, e colma anche un vuoto riguardante la polivocalità popolare in Sardegna: mentre la discografia a Tenore e a Cuncordu è sempre più vasta, spesso a scapito della qualità, la polifonia gallurese ha pochissimi titoli in commercio e “Idula”, accompagnato anche da un esaustivo libretto, è sicuramente uno dei migliori dischi del genere mai editi. Per l’ascoltatore abituato alle polifonie sarde più conosciute, la cifra della “tasgia” saranno le armonizzazione, spesso ardite, con movimenti delle voci spesso al limite della dissonanza, meno consuete, ma più affascinanti di quelle consuete del Tenore barbaricino. In questa ottica, sono i primi due brani del disco ad offrire un saggio di questo stile così poco conosciuto (anche in Sardegna); due tasgie classiche, la title-track sul celebre testo di Pedru Alluttu, “Idula”, basata sulla linea melodica e sull’armonia del “Miserere”, e la seconda “Biddhesa rara”, serenata dove la voce solista di Marco Muntoni e l’impasto vocale del coro raggiungono forse la propria vetta espressiva, tanto da poter sentire anche la “quintina”, suono d’addizione non fisicamente eseguito ma udibile grazie alla combinazione degli armonici. Poi, rilevante anche “Ninnia di lu puppu beddhu”, ninna nanna di ambientazione natalizia, dove l’alternanza fra maggiore e minore, e il preciso accompagnamento della cètara, regalano suggestioni corse (ma anche napoletane e sefardite), con la voce di Marco Muntoni ancora protagonista. Ma fra i brani di nuova composizione è “Li Culori di la ‘ita” che regala le emozioni più intense, con il coro che interviene solo nella strofa finale. Così come sono grandemente suggestivi i brani legati alla grande tradizione liturgica, un inedito “Miserere” di Bortigiadas e il “Tibi”, con i movimenti delle voci, a volte soavi, a volte vertiginosi, che sono lo specchio della grande tecnica e esperienza del coro. Segnaliamo anche “Dammi li mani”, un “abbentu”, un gioco per bambini, su testo dello stesso Gavino Gabriel e il brano finale “Su Nazarenu”, composto per un lavoro teatrale e cantato in sardo-logudorese. Incontro Nico e Marco ad Aggius, delizioso borgo della Gallura che in qualche maniera è considerato la patria di quello stile polivocale tipico della Gallura (Sardegna nord-orientale) chiamato “Tasgia” (o “Taja”); di Aggius erano il Galletto di Gallura Salvatore Stangoni (lodato da D’Annunzio e quaranta anni dopo negli spettacoli di “Ci Ragiono e Canto”) e Matteo Peru, altro grande del canto gallurese. 

“Idula”, finalmente un nuovo disco del Coro Gabriel... 
Nico Bianco: Sì, è il terzo disco del Coro, anche se è il primo con questa formazione che è ormai stabile da circa dodici anni. I primi due sono praticamente di … un secolo fa, uno è del 1996, l’altro del 2000. Il disco è da leggersi come un susseguirsi di immagini e ambientazioni diverse: chi ascolta il disco si troverà in situazioni differenti, corrispondenti anche a diversi momenti della giornata: il crepuscolo della serenata, il notturno della “tasgia”, la bettola, la chiesa, la camera da letto della ninna-nanna.... Gavino Gabriel, quando compose la “Jura”, la sua opera lirica, la concepì come “5 quadri di vita gallurese”: lo stazzo, la chiesa.... noi abbiamo provato a rendere questo con il “sonoro”. I materiali del disco rispecchiano quelle che sono le sfaccettature del nostro repertorio: brani sacri e profani, canti eseguiti solo dal coro senza accompagnamento e altri accompagnati dalla cètara, brani della tradizione e canzoni di nuova composizione. Ma non era nostra intenzione semplicemente giustapporre dei brani, ma, ad esempio, mettere insieme la grande tradizione poetica della Gallura, con testi di poeti di epoche diverse: si va da Don Gavino Pes, vissuto nel Settecento a Petru Alluttu, poeta ottocentesco, fino a poeti del secolo scorso e persino contemporanei. Volendo vedere anche da un altro punto di vista, i brani del disco rappresentano i diversi momenti nella vita di un uomo, dalla nascita, con le ninna-nanna, i giochi dell'infanzia, la serenata, i canti di lavoro, fino alla morte rappresentata dal Miserere. C’è poi un brano che non rispecchia i moduli della musica gallurese, ed è anche cantato in Logudorese, è Su “Nazarenu”, traccia che chiude il disco. 

Proviamo a descrivere il “canto a tasgia” 
Nico Bianco: Sull’etimologia si sono dette tante inesattezze, la prima delle quali detta dal canonico Giovanni Spano (insigne teologo e linguista, vissuto nell’Ottocento) che genericamente definisce la “tasgia “un tipo di rima”, non sapendo spiegare quale; segue poi Giulio Paulis che fa derivare il nome da un verbo bizantino che significa “cantare le ore”: il che è tutto da dimostrare, vista anche la scarsa penetrazione e influenza della chiesa bizantina in Sardegna. È una parola locale, ma non ha per noi galluresi il significato che gli danno i non-galluresi. Per noi “tasgia” è semplicemente sinonimo di “coro” o di cantare in coro; per noi il “canto a tenore” o il “cuncordu” è “la tasgia di li saldi” (il canto in coro dei Sardi). Per noi tutte le forme di coralità sono “tasgia”, mentre per gli altri “tasgia” è il nostro modo di cantare. Le differenze con le altre polivocalità sarde è che la nostra non ha le voci gutturali, come invece ha il Tenore barbaricino, anche se, in tempi passati, almeno nei repertori “a ballo” si usava lu grossu zuccatu, cioè il basso scandito gutturalmente. Altra differenza è che le nostre voci lavorano nel rispetto di alcune “mode”, ovvero dei canovacci sui quali i cantori inventano e improvvisano, mentre ad esempio il cuncordu deve attenersi a quelle note e a quei passaggi per ottenere un certo effetto, per loro ogni passaggio è studiato, mentre noi ci arriviamo quasi per caso, ascoltandoci fra di noi; noi non riusciremmo mai a fare il brano uguale anche ripetendolo dopo pochi minuti. Lo stesso Gavino Gabriel, presentando il coro di Aggius al Vittoriale nel 1926, parla di mode galluresi, descrivendone sette o otto e dicendo che sono “le tracce su cui il canto si muove”. 

Qual è la zona geografica di pertinenza della “tasgia”? 
Nico Bianco: La diffusione parte da tre principali comuni (intendendo l’estensione dei comuni risalente alla seconda metà dell'ottocento): Tempio, Aggius e Bortigiadas. Tempio era già una città, ma aveva anche frazioni come Aglientu e altre che andavano verso la bassa Gallura. La confraternita della Santa Croce venne chiusa dal vescovo per aver obbligato un prete a dire messa, cosa che spettava solo ai canonici; i canonici veicolavano il canto religioso: cantavano in tre, basso che impostava il canto, il “tippi” (o trippi) e la contra. Un prete di Aggius, don Mureddu, riuscì a mettere su pentagramma le linee melodiche, ma stiamo parlando solo della parte religiosa del repertorio, i brani profani circolavano in maniera diversa: negli stazzi, nelle campagne, alle feste. Purtroppo il repertorio a ballo si è perso del tutto. Zia Maria Multineddu (cantante tradizionale e madre di Franco “Gastone” Sini, grossu del coro Gabriel, NdR) ricorda di aver visto per l'ultima volta ballare il ballu a passu alla frazione di Padulo quando era bambina; contando che oggi, se fosse viva, avrebbe centodieci anni, abbiamo la misura temporale della dismissione di questi repertori. I repertori ecclesiastici e liturgici si sono mantenuti, ma hanno anche originato diversi componenti profani dove alle melodie e alle armonie sacre si apponevano dei testi assolutamente “secolari”; nel nostro disco c’è un esempio di questo con il brano “Idula”, derivato dal “Miserere”. Inoltre sono sopravvissuti i repertori monodici, fra cui i canti a chitarra, eseguiti con moduli tipicamente galluresi come “lu cantu di li carrulanti”, “cantu a la filugnana”, “a la graminatogghja”, la “disispirata”. Lo stesso Gavino Gabriel si accompagnava spesso in serenate e disispirata con la chitarra accordata “all'antica” (in sol aperto, NdR). Ad Aggius nell’Ottocento due confraternite animavano le ricorrenze religiose e in paese già da fine secolo esisteva un coro stabile, quel coro che poi negli anni ’20 del Novecento Gavino Gabriel portò spesse volte a esibirsi in continente. Nelle frazioni costiere di Aggius, come Vignola, Trinità e Badesi si cantava ad Aggius, ma il loro stile risentiva del Cuncordu di Castelsardo, dando origine a un modo di cantare un po’ ibrido. A Bortigiadas il materiale delle confraternite è andato in gran parte perso. Io un po' di cose le ho sentite a mio padre che era di Bortigiadas ed era“tasgiadori”. Abbiamo però recuperato il “Miserere” che abbiamo inserito nel disco. 

Parliamo del Coro Gabriel, è ormai una vera istituzione in Gallura. 
Nico Bianco: Nasce come “coro di Tempio” nel 1953, poi diventa Coro Gabriel nel 1981, dopo la morte di Gavino Gabriel. Nel coro di Tempio c’era anche una donna che faceva lu falzittu (il farsetto). Dei componenti attuali Franco Sini è uno dei fondatori del Coro Gabriel. Noi siamo entrati rispettivamente nel 1996 (Nico), poco prima dell'incisione del primo cd, e nel 2001 (Marco). 

Marco, se Nico è un po’ il leader della formazione, per versatilità, per il fatto di essere il massimo conoscitore della materia e di dedicarsi anche all’accompagnamento strumentale, tu sei la voce solista (la boci); sei entrato nel coro da giovane, hai affrontato una sorta di apprendistato? 
Marco Muntoni: Sono entrato nel coro quasi per caso. La mia famiglia è originaria di Tula (SS), paese dove c'è una grande tradizione di “canto a chitarra”, arte praticata da molti membri della mia famiglia, fra cui mio nonno e mio padre. Poi, ho militato nel gruppo folk Villa Templi di Tempio come ballerino. Nel 2001 Sandro Fresi, musicista allora presidente dell'Accademia Popolare G. Gabriel, mi chiese di entrare nel coro. Ero affascinato dalla “tasgia”, ma ben presto scoprii che cantare “tasgia” non era solo cantare la “bruneddha” o altri brani che tutti conoscono; e non solo devi saper cantare, ma anche fondere la tua voce con quella degli altri componenti del coro, ascoltandoli. Il mio apprendistato è durato cinque anni, durante i quali già cantavo nel coro, ma ogni concerto era un incubo, non mangiavo, stavo male, talmente male che più volte ho pensato di smettere, ma per fortuna la passione ha prevalso, cantare mi piaceva e mi piace ancora tanto e ora sono più tranquillo. Le mie prime uscite col coro sono state veramente difficili.... 

In ambito etnomusicologico si parla tanto di quelle pratiche popolari riconducibili, grossolanamente, al “falso-bordone”. Secondo voi il canto popolare gallurese quanto ha di popolare e quanto ha di “colto”? 
Nico Bianco: Indubbiamente vi è una base popolare, poi rielaborata in chiave colta per mezzo delle pratiche ecclesiastiche. Poi sicuramente c’è stata una ricaduta sul popolare, penso però che la base tradizionale sia ben evidente; il nostro è un canto fortemente melismatico, Gabriel lo chiamava “mozarabico”, a ricordare alcuni stili che risentivano della cantillazioni arabe. 

Infine, parliamo della cètara.... 
Nico Bianco: Lo strumento è di origine corso-toscana, probabilmente; è attestato in Gallura sin dal tardo Medioevo, ma è gradualmente scomparsa, al contrario della Corsica, dove uno strumento molto simile e dallo stesso nome è ancora in uso; tanto che anche il nostro, ricostruite sulla base di testimonianze iconografiche e quadri risalenti al 1822, è stato costruito in Corsica dal liutaio Ugo Casalonga. Ha sedici corde (otto doppie), di cui dieci vengono pizzicate, le altre vibrano per simpatia. Al contrario di quella corsa, la cassa è piatta; l’accordatura (un accordo aperto) è stata re-inventata sulla base di testimonianze e sulla accordatura “antica” della chitarra. 


Gianluca Dessì

Kassé Mady Diabaté – Kiriké (No Format, 2014)

“Kiriké”, il nuovo disco del cantante maliano Kassé Mady Diabaté, si configura come un esempio interessante di musicalità contemporanea, eseguita in modo “minimale” con una strumentazione molto rappresentativa della musica dell’Africa occidentale e, più precisamente, di alcune aree del Mali. Come si ricorda, infatti, nelle note di presentazione, i tre strumenti con cui è suonato il disco (ai quali si aggiunge, con piccole incursioni in alcuni brani, il violoncello, suonato da Vincent Segal, che si è occupato anche della produzione) possono considerarsi come i tre elementi principali della musica Mandingo: la kora, suonata da Ballaké Sissoko, il balafon, suonato da Lansiné Kouyaté, e lo ngoni, suonato da Badjé Tounkara. La confluenza di questi tre strumenti definisce il profilo di una musica brillante e, allo stesso tempo, morbida, animata da una ritmica alterna e legnosa. Inoltre, la “costruzione” di un disco con tre strumenti (due cordofoni e uno xilofono di legno) ci spinge a cercare (non un appiglio, ma) qualche connessione - progettuale, strutturale e non solo estetica - con una modalità di racconto, con una narrativa più internazionale. La quale si sviluppa nel quadro di un progetto in cui il racconto, la storia e, con essi, la voce (quella di Kassé Mady Diabaté è una specie di fluido dinamico che serpeggia su un tappeto di battiti, di pulsazioni, di scosse, e che si alza e si abbassa attraversando diversi timbri e altezze) assumono un ruolo di primo piano. Da qui nasce un canzoniere unico, in cui il racconto e la voce sono accarezzati da una costruzione musicale funzionale ma complessa e sfaccettata, dalla quale emergono soluzioni differenti e apprezzabili, sia sul piano ritmico che melodico e (addirittura) timbrico. Se, infatti, “Hera”, il brano di chiusura del disco, può considerarsi un “classico”, una sorta di raccordo, nel quale ci vengono proposti i suoni e l’incedere più tradizionali della musica maliana, la seconda e la quinta traccia, intitolate rispettivamente “Sori” e “Toumarou”, ci suggeriscono l’alternativa, il nervo del progetto, l’alternanza e l’ampio spettro di soluzioni che contraddistinguono tutto il disco. Qui, infatti, in modo più netto rispetto agli altri brani, dialogano tutti gli strumenti, compreso il violoncello - che interviene sia ritmicamente che con brevi e inaspettate melodie allungate in alternanza alla voce - e il suono diviene più profondo. In “Douba Diabira” il ritmo è più cadenzato e lo ngoni e la kora, sempre in alternanza alla voce, costruiscono una linea melodica articolata, nella quale sviluppano il tema in un crescendo di intensità e di volume, fino a scivolare in un finale “a imbuto”, in cui si asciugano gradualmente e si fermano all’unisono. “Sadjo” è il brano più originale dell’album: è in buona parte sussurrato, sia con la voce che con gli strumenti. Si contraddistingue per un andamento lineare e - se si eccettuano alcune oscillazioni della voce - per la reiterazione di una frase musicale semplice. In sottofondo si percepisce qualche intervento della kora, ma l’atmosfera fluida e sognante va ricondotta al balafon. Il tema musicale è scosso da piccole e appena percettibili variazioni, che anticipano i passi più intensi della voce. Ciò che, però, rende il brano così ipnotico, irreale, non è propriamente il tema del balafon. Sono piuttosto le risonanze delle fasce, dei tasti di legno, delle membrane che ricoprono le zucche che fungono da casse di risonanza. Ogni vibrazione irradia un suono quasi metallico, che scuote un quadro sonoro flebile, indefinito, apparentemente fragile, nel quale il flusso della musica - come in un “etno-riff” grezzo ma coinvolgente e convincente - è costante e lineare fino alla fine del brano, quando si interrompe confusamente rivelando probabilmente l’estemporaneità di una performance live in studio. 


Daniele Cestellini

Martin Carthy & Eliza Carthy - The Moral of the Elephant (Topic, 2014)

CONSIGLIATO BLOGFOOLK!!!

Guardo l’immagine di copertina. Un libro rosso appoggiato su di un tavolino, con un bel disegno di un elefante. Dalla grafica sembra un libro di novelle per bambini. E se ci pensi i bambini c’entrano in questa storia, visto che Martin Carthy ha registrato e suonato questo disco con una “bambina”: la sua, sua figlia Eliza, celebrata e bravissima musicista folk anch’ella. Sono, di solito, contrario a queste operazioni padre/figlio in musica. Troppi vincoli, troppi fattori, troppe aspettative da soddisfare da una parte e/o dall’altra. Troppi inevitabili confronti da parte del solito, schieratissimo esercito di detrattori gelosissimi del successo dell’uno o dell’altro per poter da una parte ottenere un giudizio scevro di parzialità di ogni tipo. Ma stavolta sbaglio, e di grosso anche. Martin ed Eliza hanno intitolato il disco basandosi su di un poema ottocentesco scritto da John Godfrey Saxe, a sua volta ispirato ad una celebre parabola indiana, ma se lo avessero semplicemente intitolato alla famiglia sarebbe stato lo stesso. Questo album sembra quasi la metafora della buona famiglia: una specie di silenzio di fondo in tutti i brani, un ambiente sonoro vuoto e tranquillo che ricorda subito una ideale stanza della musica presente in ogni casa britannica (e qui mi unisco all’esercito dei gelosi: in Italia non ce l’abbiamo!), che finisce per dare al lavoro un tono di familiarità ed intimità difficilmente riscontrabile altrove. Poi la splendida chitarra di papà che però rimane sempre un po’ dietro, come una chioccia attenta che manda avanti il pulcino a scoprire la vita tenendo però sempre un occhio a controllare che non si faccia male. Proprio come la vita: i genitori sullo sfondo a tessere la rete che debba sostenere il cammino dei nostri figli. 
Ed anche dal punto di vista sonoro il violino di Eliza è davanti, a guidare molte delle splendide melodie che compongono queste splendide canzoni. C’è una piccola grande eccezione da fare: Eliza non è certo più un pulcino, ma una musicista di razza, che pratica il mondo del folk come casa sua ma che si permette anche escursioni in atmosfere molto diverse e sorprendenti come la meravigliosa “Happiness”, canzone composta dalla madre di Nick Drake, in cui più che i Carthy i due sembrano Tuck and Patty! Padre e figlia sono molto a loro agio, al punto da poter raccontare storie pesanti e tragiche, tipo la moglie di un ministro scozzese che non vuole più avere figli visto che il marito continua a spedirli in guerra, o la storia di lotte tra minatori e proprietari terrieri, o ancora l’ennesima canzone a favore di Napoleone da parte del popolo inglese che sperava di essere da lui salvato dalla miseria, con una leggerezza inusitata che rende tutto estremamente godibile. Ovviamente il mondo di riferimento musicale è quello britannico, ma non mancano episodi riconducibile ad altre influenze: “The Queen of Hearts”, incisa quasi cinquant’anni fa da Martin nel suo disco d’esordio, mostra echi perfino di musica portoghese, e poi risentitevi la già citata “Happiness”. Disco, da non perdere. E se avete figli, fate come il caro vecchio Martin.


Massimo Giuntini

Michele Sangineto, Omaggio alla Musica Popolare, Teatro Manzoni, Monza, 23 Ottobre 2014

La festa artistico-musicale organizzata per i settant’anni di Michele Sangineto era stata annunciata come un evento di rilievo. Alcuni giorni prima il maestro liutaio aveva riferito: «Sono emozionatissimo per quanto stanno organizzando … i miei familiari desiderano fare una sorpresa, per cui mi hanno tenuto all’oscuro di tutto. So solo che quel giorno mi commuoverò». La festa musicale è stata patrocinata dal Comune di Monza. Venticinque le differenti performance, con il teatro Manzoni al gran completo. Un pool di volontari ha lavorato a tempo pieno, per realizzare un concerto che ha catalizzato l’attenzione degli spettatori dalle otto e trenta della sera fino alla mezzanotte. In chiusura, il discorso di Michele Sangineto:« Ringrazio tutti, avrei tanto da dirvi, ma lo sintetizzo. Nella vita la cosa più importante è l’amicizia». Subito dopo ha impugnato il salterio ad arco, suo strumento preferito, e ha suonato “Greensleeves”. Presentatore della serata è stato Roberto Bonzio, giornalista-storyteller mestrino impegnato a realizzare il progetto internazionale multimediale “Italiani di Frontiera”, caratterizzato da “makers”, persone motivate e animate dal desiderio di guardare positivamente al futuro, stimolando un utilizzo creativo e innovativo delle nuove tecnologie. Da venti anni ha compreso e valorizzato con articoli l’ingegno di Sangineto. Con efficace sintesi ha simpaticamente narrato al pubblico il percorso di un “sogno” partito da un paesino della Calabria (Albidona), reso concreto in Brianza e, in seguito, diffusosi in varie parti d’Europa. Un sogno i cui esiti, in un altro Paese, sarebbero stati valorizzatigià da qualche tempo. Un sogno che nella serata musicale monzese è stato reso vivo dalla vicinanza di numerosi amici musicisti, tutti proiettati verso il domani, ma con un’attenzione speciale per le tradizioni popolari, in vario modo interpretate. L’arpa è stata lo strumento conduttore del concerto, compresa quella denominata “2.0”, ultimo modello tecnologico costruito da Sangineto. Tra i suonatori tanti i nomi di rilievo. Fabius Constable e la “Celtic Harp Orchestra”, da Como; Antonella Pierucci, da Urbino; Mario Lipparini, da Bologna (suona un’arpa a corde in metallo costruita da Sangineto); Patrizia Borromeo, cantante e strumentista (ha studiato arpa classica ad Alessandria, ma vive e lavora a Milano); Stefano Corsi, fiorentino, che si è distinto con un brano per armonica a bocca e arpa. Sempre dalla Toscana (San Gimignano), è giunto Andrea Piazza con la sua arpa “tirolese”. 
Un duo giovanile ha suonato in rappresentanza del gruppo “Calicanto”. All’arpa Alessandro Tombesi, figlio del più noto Roberto, uno dei maggiori ricercatori di musica popolare nel Veneto. I momenti più pubblicizzati della serata sono stati quelli riservati a due virtuosi stranieri: Jochen Vogel (Germania) e Myrdhin (Francia). Il primo è stato introdotto da un video preregistrato, nel quale ha espresso riconoscenzaverso l’amico Michele, per averlo stimolato da giovane a valorizzare le sue reali potenzialità di musicista. Vogel ha scelto di cantare e suonare una composizione lenta e ingraziante, con riff melodici scalari minimi. Dopo Vogel è entrata in scena Katia Zunino, arpista torinese, la quale ha bonariamente palesato la propria emozione nel suonare a seguito del concertista tedesco. Avrebbe dovuto esibirsi in duo con Fabio Rinaudo (membro storico dei Birkin Tree e dei Liguriani) il quale, purtroppo, ha dovuto declinare l’invito all’ultimo momento. Katia ha mostrato abilità nell’arpeggiare con varietà ritmica e razionale espressività, qualità ben applaudite dal pubblico. Myrdhin, bretone verace, si è presentato con tono dimesso, accattivandosi subito l’attenzione degli ascoltatori con un’introduzione strumentale secondo il suo tipico stile melodico, seguita dal canto in lingua. Gli organizzatori hanno informato di aver colto l’occasione della venuta in Italia di Vogel e Myrdhin, per coinvolgerli in un concerto tematico (24 ottobre, a Villasanta) e in uno stage di approfondimento strumentale (26 ottobre, a Milano). Bravi i due musicisti esteri, ma l’applausometro è salito dopo l’esecuzione di Vincenzo Zitello, apprezzato strumentista sin da quando (anni Novanta) erano in voga le sonorità e le melodie tipiche della musica new age. Zitello ha confermato di possedere una tecnica invidiabile e di saper interpretare gli “umori” del pubblico. È un musicista di talento e di carattere, di recente distintosi anche come docente e organizzatore d’incontri sull’arpa popolare (a Viggiano, Pz). Nel rendere omaggio, Zitello ha voluto ricordare Sangineto come promotore di pionieristici concerti dedicati all’arpa, nei quali furono invitati, proprio a Monza, il noto virtuoso classico Nicanor Zabaleta e Alan Stivell. Per razionalità espositiva, ho nominato consequenzialmente gli arpisti presenti al concerto, ma nei fatti tali suonatori sono stati quasi sempre alternati ad altri strumentisti popolari. Da Bergamo, è giunto Valter Biella, carismatico riscopritore in Lombardia del baghèt, di cui è il più rinomato costruttore. 
Sul palco si è presentato accompagnato da Alberto Rota e da Giusi Pesenti (ha suonato idiofoni a intonazione indeterminata). Ettore Castagna ha scaldato la platea con un medley di balli pastorali, scanditi da entusiasmanti ritmi eseguiti sfregando l’arco sulla lira calabrese. Durante l’esecuzione strumentale, vicino a lui hanno danzato Adriano e Caterina Sangineto, figli di Michele. Adriano si è esibito con diversi gruppi, mostrando le proprie abilità strumentali soprattutto con il suo Ensamble del quale fanno parte la sorella (cantante dalla vocelimpida) e il chitarrista Tiziano Cogliati. Tra gli strumenti popolari non poteva mancare il violino. Senza preamboli ha conquistato la scena il “leone d’Ungheria”: Janos Hasur, da circa vent’anni residente in Lombardia. Il suo repertorio è vasto. Comprende musiche popolari dell’est ed ebraiche, quest’ultime apprese durante il lungo periodo di militanza nell’orchestra diretta da Moni Ovadia. Nell’esecuzione dal vivo, Janos ha abilmente fatto convivere i contrappunti violinistici con il suo tipico canto baritonale. A tempo di valzer, è stato cantato “Serenin” dal gruppo piacentino “Enerbia”, coordinato da Maddalena Scagnelli (voce e violino) e specializzato nel repertorio popolare delle Quattro Province. Il canto polivocale “a cappella” ha contraddistinto l’esecuzione della “Famiglia Sala”, gruppo comasco di formazione accademica che ha confermato invidiabili abilità tecnico-vocali, interpretando brillantemente un’originale armonizzazione di “Greensleeves”. Il “pater familias” dei cinque figli cantori, Paolo, è pianista e lavora come tenore alla “Scala”; la moglie è laureata in musicologia. I marchigiani Maurizio Serafini e Luciano Monceri (componenti degli “Ogam”) hanno duettato utilizzando il “kaval” (lungo flauto pastorale tipico dei Balcani e dell’Anatolia) e la chitarra. 
Sono gli organizzatori del “Festival Montelago Celtic Night”.Come attore, nella serata, si è distinto Marco Pagani,che si è cimentato in una trascinante versione comica del doppiaggio diun servizio televisivo riservato alla liuteria Sangineto. Da esperto cantautore si è esibito Franco Breda, con la canzone “Lombardia”, dedicata alla memoria di Herbert Pagani e di Jacques Brel. Da rilevare è lo stacco destinato alla consegna delle targhe-riconoscimento per l’attività culturale in ambito folclorico. Roberto Sacchi, Giustino Sodano, Ivano Carcano, Giovanna Motta, Giovanni Alcaini, Antonio Marchesi, Franco Brema, Giancarlo Nostrini (purtroppo assente). Una targa ricordo è stata consegnata all’anziano maestro di cornamusa Antón Corral, il quale ha commossamente donato a Sangineto il “puntero” di una cornamusa galiziana. Carlos Núñez ha inviato gli auguri all’amico liutaio tramite un filmato musicale nel quale si è esibito al flauto.Vari i gruppi “world”, tra cui i brianzoli “Doomballemo” (organetto, arpa celtica e percussioni); i milanesi “Celto Jazz”, che propongono una fusion di musica popolare e jazz; i piemontesi “Folkamiseria”, un po’ folk un po’ rock con l’uso di mezzi digitali. Strumenti moderni e popolari (ghironda, cornamusa, clarinetto basso, tastiere elettroniche, voce) sono stati usati anche dai “Picotage”. Una “jam session” è stata improvvisata da Louis Siciliano, Giampiero Beltrando e Adriano Sangineto. L’esecuzione è stata contraddistintadall’utilizzo creativo di una chitarra a fibre ottiche denominata (se ho ben compreso) “misakitara”. A lato del palco, vicino ai musicisti, per circa due ore, sopra un pannello di carta, ha ininterrottamente disegnato il madonnaro Mario Bottoli. Nella composizione visiva, si è vagamente ispirato ad affreschi michelangioleschi, rappresentando il maestro Sangineto intento a porgere i propri strumenti agli angeli. Il pubblico monzese ha seguito con attenzione ed entusiasmo. Il concerto ha permesso di evidenziare come la musica popolare venga sempre più eseguita e variamente rielaborata da musicisti d’impostazione colta supportati dalla tecnologia. 
Per la buona riuscita della serata, una menzione merita Ivan, tecnico del suono, il quale ha lavorato tutto il giorno per sistemare secondo scaletta microfoni e impianto audio. Per la mole del lavoro svolto a titolo gratuito, un elogio speciale meritano gli organizzatori e, in particolare, Paola, Adriano e Caterina, ideatori della festa musicale, rispettivamente moglie e figli del maestro liutaio. Caratteristici e avvincenti sono risultati gli interventi di Roberto Bonzio, talvolta riferiti a citazioni di etnomusicologi quali Lomax, Leydi, Guthrie. Oltre a un’eterogenea serata passata all’insegna della musica popolare, ciò che rimarrà impresso nella mente dei presenti è il calore degli abbracci rivolti a Michele Sangineto da parte di centinaia di amici e conoscenti, i quali hanno voluto testimoniare affetto, stima e riconoscenza per il suo operato artistico-culturale. A sala semivuota, sono stato uno degli ultimi a salutare il maestro. Era gioioso e visibilmente scosso dal turbinio d’imprevedibili emozioni. Gli occhi erano ancora lucidi e pulsavano di quella speciale luce che contraddistingue tutti i suoi strumenti musicali (non sole arpe). Come etnomusicologo ho già avuto modo di argomentare in merito ai suoi gioielli organologici (Cfr. Michele Sangineto in Blogfoolk). Sino a oggi Michele Sangineto è riuscito a conseguire numerosi risultati con determinazione e spirito libero. Con animo sempre giovanile, il suo sogno prosegue: ha davanti a sé molti altri importanti obiettivi da concretizzare, come sempre a beneficio della musica, dei musicisti e della spiritualità dell’arte. 

Paolo Mercurio

Copyright Foto Paolo Mercurio

Premio Bianca d’Aponte, Teatro Cimarosa, Aversa (CE), 24-25 Ottobre 2014

È un’emozione che avvolge il pubblico, è coinvolgimento e intenerimento, è turbamento e trasporto, quando sul palco del Teatro Cimarosa, parte del patrimonio storico della città di Aversa, le note della chitarra di Fausto Mesolella, direttore artistico della manifestazione, accompagnano la voce di Bianca d’Aponte in “Canto di fine inverno”, proveniente da un provino della giovane cantautrice, scomparsa a soli 23 anni nel 2003. In suo nome la sua famiglia, in primis il papà Gaetano, ha fatto nascere un’associazione e un Premio che privilegia il cantautorato femminile, animati da passione e dedizione ammirabili per l’impegno profuso nel preservare e trasmettere la memoria di Bianca con una progettualità musicale e affettiva che, attraverso premi che portano all’assegnazione di borse di studio e a partenariati con etichette discografiche e associazioni (Suoni d’Italia e MuoviLaMusica), dà a giovani artiste possibilità di avviamento alla carriera artistica, di crescita e di ribalta. Nella notte, guidando verso casa accompagnato dalle note del bel CD “Anima Bianca” (Suoni dall’Italia-Produzioni Musicali), che raccoglie le canzoni di Bianca d’Aponte interpretate dalle madrine che si sono susseguite nelle edizioni del concorso omonimo, mi rapisce la profondità delle liriche di questa giovane autrice: testi poetici ma anche essenziali, come lo è la scenografia del palco di questa X edizione, sviluppatasi nella due giorni aversana. 
Colpisce davvero, almeno per chi come me è intervenuto per la prima volta al “Premio Bianca d’Aponte – Città di Aversa”, la professionalità organizzativa e tecnica, oltre che il senso di profonda umanità che si respira, soprattutto nella serata di sabato: festa per il decennale, che ha visto avvicendarsi sul palco tutte le vincitrici delle passate edizioni, che hanno cantato un nuovo brano, e molte delle madrine, rinomate artiste pop, rock e folk. Non secondario il fatto che ai banchetti di Emergency sia già in vendita, con offerta libera di sottoscrizione, il CD “Sono un’isola”, contente le canzoni in concorso. Il cuore della rassegna si è concentrato il giorno prima, quando si è svolto il vero e proprio contest, con le undici finaliste del Premio d’Aponte ad interpretare il loro brano in gara. In una coda, al sabato mattina, hanno proposto alle giurie (tecnica e critica) un secondo brano in repertorio. In scena: Alfina Scorza, Alice Clarini, Anita Vitale, Elisa Rossi, Elsa Martin, Flo, Giulia Daici, Marlò, NaElia, Sara Fochesato, Tonia Cestari. Tra indie folk, ossature pop, impianti jazzati, richiami rock e stilemi di scuola napoletana, scorrono brani in italiano o in lingue di comunità (il friulano di Daici e Martìn, il siciliano di Anita Vitale), che mettono in luce artiste già entrate nei circuiti nazionali della canzone d’autore (Musicultura, Premio Bindi, Premio Parodi, ma anche talent show televisivi). 
Si fanno notare Elsa Martìn con “Cjante”, bella canzone (scritta in collaborazione con l’ex FLK Stefano Montello) dalle aperture flamenco, incontro tra la voce affilata della friulana e le notevoli doti chitarristiche del suo partner Marco Bianchi. Altro sodalizio tra corde e canto solido, che mette in scena ragguardevole pregio interpretativo, è quello tra Flo ed Ernesto Nobili, che hanno presentato “Quale Amore”, liriche lucide e potenti sul tema della violenza sulle donne che è valso alla cantante partenopea il riconoscimento per il miglior testo. Confeziona un’amabile song, infarcita di tratti jazz e armonia partenopea, anche la salernitana Alfina Scorza (la sua “Suona forte” ha vinto il premio per la migliore musica ed è stata scelta da Mariella Nava per il contratto di attività lavorativa musicale a livello professionale): anche lei ha accanto un abile musicista-arrangiatore come Pasquale Curcio. Completamente differente il carattere dell’altra voce degna di nota, quella di Elisa Rossi, che presenta “Pensi sia possibile”, combinazione di alt pop, spruzzate elettro-rock e sfumature esotiche orientali. Proprio la riminese (che ha all’attivo due album, di cui “il secondo è “Il dubbio”, prodotto da Fabio Cinti) ha conquistato il Premio Bianca d’Aponte 2014. Tra gli altri riconoscimenti, il Premio della critica è andato con merito ad Elsa Martìn, mentre la migliore interpretazione è stata la siciliana Anita Vitale, voce duttile e piano in “Quantu custa”: un’artista da segnare. Tra gli altri ascolti, ci piace menzionare anche il minimalismo della catanese NaElia (“Arcobalenò”) e lo smooth folk-pop dell’altra friulana Giulia Daici (“Aiar”). 
Fin qui lo spettacolo-contest del venerdì: al sabato la bella carrellata di ospiti ha portato a compimento la festa. Hanno lasciato il segno Momo, già vincitrice della quinta edizione del Premio, che ha ricevuto una meritata standing ovation per la sua “Non ricordo”, dedicata alla mamma affetta da Alzheimer. In primo piano Elena Ledda, protagonista indiscussa di un trittico in compagnia, prima della voce e della chitarra di Erica Boschiero (“Stabat”), poi di una irrefrenabile Petra Magoni: le due immense signore del canto lanciate in un dialogo improvvisativo, che fa interagire due diversi linguaggi canori. Infine, accanto a Enzo Avitabile e allo stesso Mesolella. Prima che le luci calassero su questa riuscita decima edizione, che avrà anche un’apertura internazionale, in collaborazione con il Club Tenco, a Barcellona l’8 marzo, quando artiste di diversa provenienza canteranno le canzoni della d’Aponte in diverse lingue (sarà una sorta di anteprima della prossima edizione del Premio che intende alla allargarsi alla musica internazionale), Andrea Mirò, madrina della rassegna 2014, ha fatto ancora una volta vibrare le corde emozionali, eseguendo una toccante “Come Dorothy”, nel segno di Bianca. 


Ciro De Rosa

Sergio Cammariere - Mano Nella Mano (Sony Music, 2014)

La recente pubblicazione del nuovo album "Mano Nella Mano" è stata l'occasione per intervistare Sergio Cammariere, il quale ci ha condotto alla scoperta dei nuovi brani, firmati con Roberto Kunstler, da sempre sua metà cantautorale. Spaziando dal suo amore per la filosofia, a quello per la musica, fino a toccare i suoi viaggi, abbiamo avuto modo di toccare con mano le sue ispirazioni, e le sue passioni, soffermandoci sulla genesi di questo nuovo album, e sulle tante influenze musicali che lo caratterizzano, dando vita ad un panorama sonoro in cui si mescolano jazz, musica latina e cantautorato della migliore tradizione italiana. 

Ci puoi parlare del tuo processo creativo? 
Sicuramente nel mio corpo astrale, come diceva il maestro dell’Antroposofia Rudolph Stainer. Ogni uomo ha un corpo fisico che lo avvicina molto alla vita delle piante, e poi c’è il corpo astrale che è la parte nostra emana quando entriamo nel mondo dei sogni. Le mie canzoni più belle sono nate durante una fase di sogno in un mondo astrale. Spesso mi capita che di notte ho una melodia in testa, vado al pianoforte e la registro. Gran parte della mia produzione nasce in questo modo, anche se sono ispirate dalla visione della natura, da quello che mi circonda, dai miei viaggi. 

Com’è nata l’idea di realizzare “Mano Nella Mano”? 
“Mano Nella Mano” nasce da un viaggio fisico, reale verso un angolo di Europa. Mi trovavo in Spagna in Andalusia in un posto speciale che si chiama Tarifa, prima di Gibilterra, e ho visto l’Europa che allungava la mano per toccare l’Africa, e quindi i pensieri, la musica, le parole, l’assenza di confini, mi hanno dato lo spunto per provare a raccontare il potere salvifico dell’amore e della musica. Ho scelto questo titolo, “Mano Nella Mano” perché immaginavo di regalare momenti di tranquillità di riflessione, parlando di un presente condivisibile come l’immagine di Tarita, dove la visione della costa africana di Ceuta, di Tangeri, di queste città che erano dall’altra parte, rimanda all’idea di un mondo unito, di un abbraccio fraterno. 

“Mano Nella Mano” è anche un viaggio musicale… 
Oltre alla poesia della natura che mi circonda, ci sono i suoni del mondo, con le influenze arabe, ritmi che ho trovato nei mie viaggi tra l’Andalusia e il Marocco, posti in cui mi reco spesso, ma anche sonorità che di cui sono innamorato come quelle brasiliane che sono molto presenti. In Brasile ho avuto modo di fare un esperienza molto importante, quando negli anni Ottanta suonavo in un locale di Rio De Janeiro, dividevo il palcoscenico con artisti, forse poco conosciuti in Italia, ma certamente di levatura internazionale come Carlos Lyra, e Leny Andrade. Nel disco c’è anche un omaggio alla musica cubana con “Siedimi Accanto” che ha fatto parte della colonna sonora di “Mal D’Amore”, e poi ovviamente non poteva mancare un tributo affettuoso al mio amico Bruno Lauzi, con il quale ho condiviso la passione per la musica brasiliana. 

“Mano Nella Mano” rinnova e rafforza la tua collaborazione con Roberto Kunstler... 
Sono ventidue anni che lavoriamo insieme, e ci sono una marea di aneddoti che ci riguardano e meriterebbero una pagina a parte. Con Roberto eravamo nella prima etichetta indipendente italiana, la IT Dischi di Vincenzo Micocci, dove sono sbocciati grandi cantautori come Francesco De Gregori e Antonello Venditti che all’epoca pubblicarono il loro debutto “Theorius Campus”, ma anche Rino Gaetano, Alberto Fortis, e Paola Turci. Quella era un officina creativa davvero attivissima, nella quale c’eravamo anche io e Roberto, ed insieme nel 1993 realizzammo il nostro primo album “I Ricordi E Le Persone”, un disco finito subito fuori catalogo ma pieno di belle canzoni. Il lavoro con lui è continuato negli anni con me che cercavo di imitare il suo lavoro poetico con la musica, e lui con i suoi versi cercava di avvicinarsi alla mia musica. Ci sono state canzoni che sono nate proprio leggendo le composizioni metriche che aveva precedentemente inventato Roberto, in altri casi nasceva prima la musica e si faceva un grande lavoro per riuscire a trovare i versi, l’assonanza, e il suo giusto alle parole. 

Al disco ha collaborato anche Giulio Casale... 
Per me è un grande piacere collaborare con lui, e già in passato abbiamo avuto modo di lavorare fianco a fianco. Trovo che lui sia un autore completo, con gli Estra suonava musica rock, ma mi ha colpito molto quando qualche anno fa ha portato in scena lo spettacolo su Fernanda Pivano. Ultimamente sta collaborando con Andrea Scanzi per un progetto di Fabrizio De Andrè con il quale ha girato tutta l’Italia riscuotendo grande successo. 

Quali sono le ispirazioni alla base dei brani di "Mano Nella Mano"... 
In questo nuovo disco ci sono diversi brani in cui la musica è nata prima, e il primo brano, la tracklist, è nata da un ispirazione rivedendo le immagini che avevo girato con la telecamera in Andalusia. La bellezza che mi circondava mi ha fatto pensare ad una crescita spirituale, ad una convivenza pacifica. Le emozioni che traspaiono dai suoni di questo album arrivano da questa visione reale che ho avuto guardando l’Africa così vicina, guardando i due mari il Mediterraneo e l’Oceano che si incontravano, il ritmo con questo incedere in tre quarti che a volte diventa sei ottavi è sia andaluso-gitano ma anche flamenco-arabo nell’inciso il battito delle mani entra in un controtempo simile a quello che si ascolta nelle piazze di Marrakesh dove spesso mi reco e con la telecamera mi perdo riprendendo i musicisti di strada. Nella mia carriera ho inciso otto dischi e moltissime colonne sonore, ma tra questi c’è “Carovane” del 2009 che è un lavoro di impronta etnica, nel quale avevo esplorato questo ambito coinvolgendo musicisti indiani con tabla e sitar, per cercare un suono che mi allontanasse dalle strutture tipiche della chanson francese. Quello è stato l’inizio di un percorso che mi ha portato a ricercare nelle musiche dell’Africa, penso al Sol Kols che è una musica tipica del Congo e del Senegal, poi ancora nei suoni e nei ritmi meravigliosi dell’Angola dove parlano portoghese. L’ascolto di questa musica mi ha portato a dare un identità a questo nuovo progetto nel quale ho cercato di evidenziare come la musica sia un linguaggio universale, che unisce i popoli.

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Bob Seger - Ride Out (Capitol Records, 2014)

La sua voce, la sua mitica Silver Bullett Band, e il suo modo di fare musica sospeso tra la gioiosa semplicità rock e il deplorevole caracollare verso il pop californiano, sono i marchi di fabbrica di Bob Seger, cantautore americano molto amato, anche qui in Italia, dove un suo brano è stato cantato anche da Gianni Morandi. Nell’arco della sua carriera Seger è stato più volte paragonato a Bruce Springsteen, e anche il suo nuovo album “Ride Out” ci ripropone l’ormai noto parallelismo. Accettandolo ancora una volta per buono, emergono gli stessi dubbi che abbiamo avuto di fronte agli ultimi dischi del Boss, ovvero come ci si può rinnovare, senza tradirsi, soprattutto quando non si è genialmente folli ed autarchici artisticamente come Bob Dylan? Come fare rock a settant’anni, senza sembrare ridicoli? L’ascolto di “Ride Out”, che arriva ad otto anni di distanza da “Face The Promise” del 2006, ci da qualche risposta in questo senso, e poco importa se la copertina retrò sia una delle più brutte degli ultimi tempi, ciò che ci interessa è che il Motor Town boy ha indicato chiaramente una strada, una via d’uscita valida anche per gli altri, Bruce Springsteen compreso. Infatti, al fianco di brani nuovi di zecca, come nel caso dell’omaggio al guitar hero Stevie Ray Vaughan in cui spicca l’hammondista dei Double Trouble, il disco presenta alcune riletture di brani firmati da altri songwriters a partire dall’inziale “Detroit Made” di John Hiatt, che sembra davvero cucita addosso a lui che è secondo solo a Springsteen nel parallelismo tra rock e automobili. Magnifica è anche l’anthem contro l’uso delle armi da fuoco “Devil’s Right Hand” di uno Steve Earle agli esordi, o ancora la virata verso il folk di “California Stars” direttamente da quel gioiello che è “Mermaid Avenue”, che conteneva le canzoni inedite di Woody Guthrie completate da Jeff Tweedy e Billy Bragg su Mermaid Avenue. Gli altri brani, come detto, sono farina del sacco di Seger, prematuramente scomparso. Registrato a Nashville, ormai considerata come la seconda patria del vero american sound, “Ride Out” presenta un sound maturo e curato, e nel complesso risulta godibilissimo. Insomma ciò che si chiede ad un disco così non è un sound avventuroso, ma piuttosto lo spirito, qualcosa di impalpabile che ci faccia respirare all’ascoltatore la stessa aria che respirano questi grandi musicisti, che portano in giro per il mondo la loro voce, qualcosa che si sono conquistati palmo dopo palmo. E’ questo il motivo che ci fa credere che la strada seguita da Bob Seger, dovrebbe seguirla anche Bruce Springsteen, ostinatamente appiattito sulla scrittura dei suoi pezzi, ed incapace di lasciarsi penetrare da altre ottiche, donando alla sua espressione musicale una nuova freschezza. Questo è solo un suggerimento, perché per Bob Seger ha funzionato molto bene. Insomma “Ride Out” è un gran bel disco, e speriamo prima o poi di vedere dal vivo il cantautore della Motor City, anche qui in Italia.


Antonio "Rigo" Righetti

Castagnari, fisarmoniche, in Italia e nel mondo, a cento anni dalla fondazione

La saggezza aziendale 
 “Tanto è importante la meta quanto il viaggio”. Nel caso dei Castagnari questo detto è calzante essendo il loro viaggio entusiasmante e coinvolgente, durato già un secolo, ma con tutte le buone premesse per il futuro, nonostante la crisi economica che, in questi anni, ha messo in ginocchio numerose aziende locali e nazionali. Castagnari è un brand di qualità “made in Italy”, apprezzato in tutto il mondo. L’armonica sinergia produttiva a livello familiare è lodevole. In questo momento sono cinque i soci della Castagnari: Sergio, Fabio, Sandro, Massimo e Corrado. «Il nostro compito – hanno riferito – è quello di dare continuità al mestiere tramandatoci da nonno Giacomo e dai suoi figli Mario e Bruno, e lo abbiamo fatto in mezzo a tante difficoltà, ma lo abbiamo portato avanti con amore. Per noi è vitale continuare quest’attività cercando di accontentare tutte le richieste degli “innamorati” di questo strumento, che nel mondo sono numerosi». Per consuetudine, i Castagnari sono soliti definire la propria azienda “una piccola fabbrica familiare”, la quale impiega quattordici dipendenti tra cui diversi figli dei soci: Michela, Mattia, Andrea, Nico e Benedetta, i quali operano sia nel reparto amministrativo sia in laboratorio. La fabbrica familiare ha sempre tenuto un alto profilo, stando al passo con le storiche trasformazioni musicali (che hanno coinvolto in profondità la società a livello nazionale e internazionale), avendo un occhio di riguardo per le innovazioni e per il rapporto diretto verso i singoli esecutori che i Castagnari sanno accortamente ascoltare, prima d’interpretare in chiave organologica le loro esigenze espressive. La mentalità dei Castagnari è aperta e (passatemi il termine) “sartoriale”, disponibile cioè alla personalizzazione del prodotto, nel rispetto delle differenze tra le diverse concezioni della musica e dei generi musicali. Come azienda, sono costantemente disposti a mettersi in gioco, a rinnovarsi, tenendo conto della specificità che ogni singolo strumento può comportare. Ed è per queste ragioni che sono apprezzati a livello internazionale dai propri acquirenti, con i quali ricercano un rapporto diretto e di stima reciproca. «Probabilmente i suonatori scelgono noi perché trovano nei nostri strumenti ciò che loro sognano di avere. Noi per scelta siamo presenti con il catalogo, ma non vendiamo on line. Prima di costruire una nostra fisarmonica, dice Massimo, ricerchiamo ove possibile il dialogo diretto con il singolo esecutore, perché è necessario comprenderne lo stile, la poetica musicale, la ricerca timbrica, il tipo di fraseggio. Solo a quel punto sarà possibile consigliare il modello più idoneo, eventualmente perfezionato in alcuni dettagli secondo le esigenze specifiche del musicista. A volte questo dialogo avviene tramite affidabili rivenditori di strumenti musicali». Nella Castagnari, lo spirito di gruppo è sempre stato un punto di forza: tutti operano con passione e vige un modello partecipativo del lavoro. 
Prosegue Massimo: «Per me lavorare non è un peso ma un piacere. Vengo a lavoro sapendo che potrò mettere in opera quanto magari ho pensato durante la sera. Organizzo il lavoro generale e seguo le diverse varie fasi costruttive, ma non costruisco mai da solo come faceva mio nonno Giacomo. Prediligo il lavoro di squadra, motivando chi lavora e utilizzando al meglio le singole competenze presenti in azienda. Ritengo sia utile scegliere un modello partecipativo, dove ognuno possa dare il meglio di sé per mettere a punto ogni singolo dettaglio costruttivo e produttivo dei nostri strumenti musicali». Oggi non meno di ieri: “Produrre con le mani, con la testa e con il cuore”, potrebbe essere il loro motto. Alla Castagnari sembra di essere lontani anni luce dai principi commerciali imposti dalla globalizzazione, eppure con la loro etica e filosofia lavorativa si sono fatti apprezzare nel mondo. Per i liutai recanatesi è importante affermare la soggettività creativa e conoscitiva individuale all’interno di un’azione professionale collettiva, in quanto, per chi lavora, l’azienda deve essere un luogo dove impegnarsi costantemente, per migliorare e ricercare, scoprendo, se necessario, nuovi orizzonti. In merito al lavoro femminile, ha spiegato Sandro Castagnari che « … ci sono state sempre delle donne a svolgere attività nel nostro lavoro e sono sempre state considerate alla pari degli uomini. Le loro mansioni possono variare, da comuni operaie a impiegate. Ora lavorano presso la nostra fabbrica otto donne. In generale, nella famiglia Castagnari ognuno lavora alla propria mansione, tenendo conto della migliore esperienza che ha acquisito durante gli anni di lavoro. Normalmente i rapporti con i musicisti sono tenuti da me e da Massimo». 

I materiali e le tecniche costruttive 
Osservando esternamente gli strumenti più antichi e quelli più moderni, un secolo sembra un giorno. I Castagnari sono sempre rimasti fedeli alla propria missione originaria, continuando a realizzare fisarmoniche diatoniche di qualità, intese come piccoli gioielli d’ingegneria organologica, al passo con i tempi, adeguate alle innovazioni tecnologiche, secondo una mentalità ecologia e nel rispetto delle esigenze espressive dei singoli esecutori e del loro repertorio. Da un punto di vista organologico, l’argomento potrebbe occupare interi capitoli, se si dovesse entrare nei dettagli costruttivi. Nel corso di un secolo, incessante è stata la ricerca dei Castagnari riguardante l’impiego dei materiali più idonei, primo fra tutti il legno. Attualmente tutte le fisarmoniche dei Castagnari sono lignee, ma per un certo periodo, secondo la moda del tempo, venne utilizzato come rivestimento esterno la celluloide. Un materiale che, inizialmente, veniva applicato a secco seguendo forme squadrate. Poi si scoprì che il materiale diveniva plasmabile, quando messo a mollo in un liquido a base di acqua e acetone. Ciò permise di dare alle casse dello strumento forme più arrotondate. La celluloide è stata utilizzata dai liutai di Recanati tra gli anni Trenta e Ottanta. 
Tuttavia già alla fine degli anni Settanta, a seguito della riscoperta dell’organetto da parte di alcuni suonatori del cosiddetto folk revival, i Castagnari decisero di ritornare alle origini, utilizzando in concreto solo il legno anche per una precisa scelta ecologica. I legni vengono prevalentemente acquistati negli Stati Uniti e in vari Paesi europei. Sono preferiti quei centri nei quali i tronchi degli alberi, dopo essere stati tagliati, sono fatti scorrere a valle all’interno del fiume. L’acqua in questo modo impregna il legno, liberandolo al contempo dalle resine e dalle imperfezioni superficiali. Una volta asciugato al sole seguendo adeguate procedure, il legno acquisisce internamente dei “micro canali” particolarmente idonei alla trasmissione delle onde sonore. Il legno vive anche dopo essere stato tagliato: negli strumenti musicali acquisisce una seconda vita. Tuttavia, per dirla con Massimo Castagnari, « … il legno deve essere trattato con riguardo e rispetto”, poiché ogni sua stressatura è destinata a compromettere la funzionalità per fini liuteristici. Essendo attenti all’estetica naturale di ogni singolo organetto, alla Castagnari sono soliti utilizzare una porzione di asse lignea (circa 2-3 metri di lunghezza) per ogni strumento, tenendosi sempre a disposizione una parte, per sopperire a eventuali errori o incongruenze durante la lavorazione. L’utilizzo dello stesso asse permette di garantire uniformità rispetto alle venature del legno, apprezzate dagli intenditori in termini estetici. I legni maggiormente utilizzati sono il noce e il ciliegio americani, ma sono presenti modelli realizzati in acero (del Trentino), frassino, paduke wengé (africani).Va precisato che per i Castagnari il termine “legno” usato nell’accezione generale risulta riduttivo. Ciò che conta è come un particolare legno viene selezionato, trattato e lavorato. Le colle sintetiche sono bandite, devono essere anch’esse naturali, ricavate da pelli di coniglio (tali colle sono usate anche nella liuteria dei violini). Prima di essere utilizzate devono essere tenute a bagno maria fino a raggiungere la giusta consistenza. Possiedono ottime caratteristiche d’incollaggio e, a determinate temperature, possono scollarsi, operazione indispensabile durante la sistemazione degli strumenti. Per i Castagnari è importante realizzare strumenti di qualità in grado di stimolare tutti i sensi, per favorire un approccio sinestesico. «Per noi - continua Massimo - uno strumento deve avere una propria anima, garantitagli dalla scelta e dalla lavorazione del legno; deve essere “bello” nella sua esteriorità, nel tatto e nell’olfatto. Da alcuni anni stiamo ricercando anche intorno alla profumazione, con una miscela naturale contenente tabacco, miele e cera d’api che riponiamo nell’astuccio degli strumenti in modo che l’essenza sia assorbita dai materiali. L’effetto è duraturo ma dopo un certo periodo svanisce naturalmente». 
Ascoltare, toccare, guardare, annusare. Organetto: soffio dell’anima. Il mantice si apre e si chiude, mette in vibrazione le onde sonore, lo strumento si appoggia al petto, al cuore, tutto è poesia. Il mantice è il polmone dello strumento che secondo l’orientamento dei Castagnari viene realizzato con materiali naturali (cartone, pelle, tela e colla organica), secondo lo stile del suonatore o del genere musicale da lui eseguito. Ad esempio, per l’accompagnamento dei balli sardi, che sono particolarmente ritmici, caratterizzati da “colpi” repentini di apertura e chiusura, il mantice dovrà essere particolarmente flessibile e rispondente velocemente alle sollecitazioni del suonatore. Questa necessità non è presente per i suonatori che eseguono un genere più melodico. Ogni stile richiede il proprio mantice, per tale ragione sono presenti in catalogo numerosi modelli. Inoltre, una particolare cura dovrà essere dedicata al “cuore battente” degli organetti: le ance. È questo un capitolo specifico della costruzione, direttamente collegato con la fisica del suono e agli strumenti di rilevazione sonora per fini intonativi. Le ance sono spesso da ritoccare, verso l’acuto o verso il grave, di conseguenza s’interviene manualmente, utilizzando piccole lime per togliere minute porzioni di metallo, al fine di raggiungere le frequenze desiderate. A volte, tra le ance, sono volutamente stabilite micro variazioni di frequenze, con l’intento di ottenere “battimenti” quasi impercettibili, tuttavia in grado di conferire al suono un particolare effetto tremolante. Per quanto riguarda il timbro e la sonorità degli strumenti, si lavora con scrupolo persino su quelli che in apparenza potrebbero sembrare dei dettagli estetici, quali le mascherine dei rilievi ornamentali dalle quali fuoriesce il suono. In azienda, i Castagnari si sono incorniciati i differenti modelli delle mascherine, da ammirare come quadri in tutta la loro esteriorità formale e nel design. Quanto tempo è necessario per realizzare una fisarmonica Castagnari? Senza tempi morti, risponde Sandro Castagnari, ci vogliono «… da un minimo di venti giorni a un massimo di un mese e mezzo per ogni fisarmonica.I nostri settori di lavorazione sono: segheria (reparto falegnameria), ebanistica, montaggio tastiere e finitura». Nel terminare la prima parte del contributo dedicato al centesimo anniversario dei costruttori di Recanati, desidero anticipare che nella seconda parte sarà dato adeguato spazio ai rilievi storici degli strumenti a mantice e all’incontro con il musicista francese Marc Perrone, il cui nome, dal 1979, è strettamente legato alla “rinascita” della costruzione degli organetti Castagnari. Altresì saranno approfonditi alcuni aspetti organologici relativi ai modelli in catalogo. A completamento del contributo, seguiranno alcune interviste di suonatori “Castagnari convinti”, grazie alle quali avremo modo di confrontare l’opinione tra quanti imbracciano gli organetti per fini espressivi, conviviali o di spettacolo. 

Paolo Mercurio

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