BF-CHOICE: ZampogneriA - Fiumerapido

ZampogneriA è un progetto unico, che si articola lungo due assi: ricerca e liuteria. Parliamo di un lavoro di studio organologico e sui repertori che approda a un disco, testimonianza di sentieri migranti di uomini, strumenti, repertori e gusti musicali....

BF-CHOICE: Canio Loguercio e Alessandro D’Alessandro – Canti, Ballate e Ipocondrie d’Ammore

Canio Loguercio, Alessandro D’Alessandro, una chitarra, un organetto e qualche strategico giocattolo a molla da due anni sono in giro per l’Italia con un geniale spettacolo di Teatro Canzone: “Tragico Ammore”. Testo essenziale e in continua evoluzione...

BF-CHOICE: Foja - 'O Treno Che Va

A tre anni di distanza da "Dimane Torna 'O Sole", i Foja tornano con “’O Treno Che Va”, concept album sul tema del viaggio nel quale si intrecciano storie, sentimenti e passioni musicali tra rock, pop, blues e country, senza dimenticare le radici della tradizione partenopea...

BF-CHOICE: Francesco Benozzo, Fabio Bonvicini, Fratelli Mancuso – Un requiem laico

Canto e musiche seguono la via dell’accostamento di esperienze diverse: quattro strumentisti e cantori, il mondo appenninico e quello del canto mediterraneo dell’isola di Sicilia testimoniano con questo concerto-disco un incontra lungo trame della memoria in un luogo simbolo dell’Italia...

BF-CHOICE 2016: Daniele Sepe - Capitan Capitone e i Fratelli della Costa

Il compositore e trickster napoletano, abile nel mettere in moto imprevedibili cambiamenti nelle sue storie musicali, Daniele Sepe è diventato Capitan Capitone, bucaniere che si aggira al largo di Procida, sfoderando il suo sax insieme ad una ciurma di alcuni tra i giovani migliori della scena napoletana...

giovedì 29 maggio 2014

Numero 153 del 30 Maggio 2014

Lo scenario d’apertura di Blogfoolk n.153 sono le Highlands , da cui provengono i Runrig, band che da quarant’anni racconta le vicende antiche e moderne della cultura gaelica di Scozia con un suono elettro-acustico che ha fatto storia. Si chiama “Party On The Moor” il loro triplo live celebrativo, in occasione del quale abbiamo intervistato Calum MacDonald, autore, percussionista e fondatore della formazione dell’isola di Skye, per parlare di musica e politiche culturali, anche in vista del prossimo referendum che potrebbe sancire il distacco della Scozia dal Regno Unito. Dalle Terre Alte facciamo rotta verso gli States per lo splendido The “Nocturne Diaries” di Eliza Gilkyson, per poi tornare in Italia per il Consigliato Blogfoolk della settimana, che è “Upset”, combinazione straniante,  divertente e splendidamente suonata dal funambolico duo Rocca-Benigni. Spazio poi alla trad-innovazione  dell’arpa celtica con “Infinito”, il nuovo album di Vincenzo Zitello. Oltre all’arpista italiano, Alan Stivell e Derek Bell, Rodrigo Romani e tanti altri artisti hanno potuto apprezzare l’opera di Michele Sangineto, maestro dell’arte del plasmare il legno. Per la rubrica Cantieri Sonori, Paolo Mercurio ci conduce nell’universo sensibile del liutaio calabrese-brianzolo, costruttore di strumenti musicali antichi e popolari che affascinano il mondo. Non ci facciamo mancare i suoni jazz, proponendovi il report dal Young Jazz Festival, che si è tenuto a Foligno (PG) dal 17 al 25 maggio, e il concerto di Walter Beltrami di scena all’Auditorium Parco Della Musica del 24 maggio. Dal nostro scaffale abbiamo selezionato il racconto didattico per bambini “Un Palcoscenico per Due” firmato da Mauro Neri. Completa il numero il consueto taglio basso di Rigo, che è alle prese con “The Changing Skies” degli The Elephant Revival, folk combo del Colorado.


WORLD MUSIC
CANTIERI SONORI
I LUOGHI DELLA MUSICA
LIBRI
TAGLIO BASSO

L'immagine di copertina è un opera di Donatello Pisanello (per gentile concessione)

Runrig – Party On The Moor (Ridge Records, 2014)

È festa nella brughiera. I quarant’anni dei Runrig, alfieri del folk elettrico gaelico 

Tra le esperienze musicali di ispirazione tradizionale maturate in Scozia intorno alla metà degli anni settanta del secolo scorso, quella dei Runrig ha assunto un ruolo del tutto peculiare rispetto a formazioni come Battlefield Band, Silly Wizard, Ossian o a solisti come Dick Gaughan e Dougie McLean, solo per citare i nomi più altisonanti della seconda fase del folk revival caledone. La banda dell’isola di Skye, che prende nome da un originale sistema di assetto e coltivazione della terra arabile diffuso soprattutto nelle isole Ebridi, si ritaglia uno spazio specifico all’interno della rinascita della lingua gaelica e di una nuova musica che parla il linguaggio della popular music. Quest’anno si celebrano i quarant’anni di esistenza di un gruppo che, nonostante i ripetuti cambi di organico, è ancora pienamente sulla scena. Anzi, celebra i quattro decenni con un triplo disco dal vivo, testimonianza di un lungo concerto che ha radunato migliaia di fan della band. Ne parliamo con Malcom “Calum” MacDonald, batterista e coautore con suo fratello Rory della quasi totalità del repertorio, uno dei due componenti fondatori dei Runrig rimasti nella line-up attuale. Con il tempo, le sue liriche hanno perso il manto un po’ retorico degli inizi per riuscire a raccontare come pochi il mondo gaelico contemporaneo. È il 1973 quando un trio di musicisti: Rory McDonald (chitarra), Calum McDonald (batteria) e Blair Douglas (fisarmonica), tutti provenienti dall’isola di Skye, mettono su la band che nasce inizialmente come dance band. L’anno dopo subentra Robert McDonald alla fisarmonica, ma l’assetto definitivo del primo disco lo darà l’ingresso del cantante Donnie Munro. “C’era una fortissima tradizione culturale nelle comunità gaeliche, ma era una tradizione radicata nel passato, e che in generale non era pronta ad imbracciare nuove idee of nuovi sviluppi creativi”, spiega Calum. 
Di famiglia originaria della piccola isola di North Uist, nelle Ebridi Esterne, Calum ricorda come l’unione di elettrificazione e contemporaneità rock al canto gaelico e ai ritmi tradizionali delle Highlands, con armonie vocali che diventeranno uno dei tratti distintivi del sound del gruppo, ricevettero un’accoglienza alterna nella comunità locale: “Quando la band ha iniziato, direi che fummo visti positivamente da alcuni, perché stava avvenendo qualcosa di innovativo, ma negativamente da altri che avevano un apprezzamento più purista verso la tradizione”. In uno dei primi volumi che ricostruiscono il folk revival scozzese, “The Folk Music Revival in Scotland” (1986), Ailie Munro riferisce l’irritazione provata da molti più avanti in età nel circuito folk per le liriche incomprensibili del cantante della band, che non era di lingua nativa gaelica (p. 203). Certo i Runrig non sono stati i primi ad incrociare chitarre e repertori tradizionali gaelici: “ Le chitarre acustiche erano usate da un po’di tempo dai gruppi folk gaelici. Ma tendevano a cantare canzoni tradizionali, accompagnandosi con chitarra di stile folk ma con armonizzazioni molto semplici”. Da “Play Gaelic” del 1978 (ristampato nel 1990 in formato CD con il titolo di “Play Gaelic, the first legendary recording”), disco lineare, dal suono ancora garbatamente acustico – ma Calum ricorda in un’intervista del 1990 a “Folk Roots” (ora “fRoots”) che, in realtà, il problema fu che il tempo di affitto dello studio di registrazione era terminato – dalle armonizzazioni perfino ingenue e con l’assetto base: basso, chitarra 12 corde e batteria, si arriva al trittico di album potenti, in cui la formula elettro-acustica dei Runrig acquista la sua fisionomia. Il gruppo è all’epoca un quartetto con i due fratelli McDonald, Munro e il chitarrista Malcom Jones, personalità dalle grandi capacità tecniche, che orienterà la sua chitarra verso tratti più squisitamente elettrici. 
Parliamo di The “Highland Connection” (1979), che contiene per la prima volta l’anthem “Loch Lomond”, il tradizionale scritto dopo la ribellione giacobita del 1745, e “Fichead Bliadhna” una loro canzone sull’oppressione linguistica delle Highlands. Seguono “Recovery” (1981), “Heartland” (1985), “The Cutter and The Clan” (1987), tutti album di successo, pubblicati dalla loro piccola etichetta Ridge. Sono dischi dal sound più duro e rockeggiante, nei quali il gruppo, specialmente con “Recovery”, una sorta di concept album, affronta i temi sociali e politici dei soprusi e delle discriminazioni subite da parte della società scozzese gaelica del passato e del presente. “Recovery” contiene brani indimenticabili come “Tir An Airm”, che sposa riff di chitarra elettrica e ritmi di una waulking song, “’Ic Iain ‘Ic Sheumas”, “An Toll Dubh”, “Dust” e “Fuaim A Bhlair”. Con “Heartland”, che ha in copertina il volto di una ragazzina lentigginosa e un paesaggio lacustre solo sfondo, la band ricorre alla produzione di Chris Hartley. Un disco dalla gestazione travagliata, in cui si incominciano ad intravedere delle smussature nell’immediatezza musicale live del gruppo. Si accentua la vena rock, ma le metriche della tradizione, i repertori del puirt a beuil o delle waulking songs nutrono le nuove composizioni. “Skye”, con la partecipazione della notevole voce gaelica di Mairi McInnes, “Dance called America” (pubblicato anche come singolo), “O Cho Meallt”, “Cnoc Na Feille”, ma anche “The Everlasting Gun”, commento alla guerra delle Falkland/Malvinas, sono i classici del disco. 
Rock e ritmi della Scozia gaelica sono parte anche di “The Cutter and the Clan”, che ha ancora Hartley in cabina di regia. L’album, uscito per l’etichetta del gruppo, sarà poi ristampato dalla Chrysalis, la major per la quale, intanto, hanno firmato. Intanto, da “Recovery” in poi, il gruppo è diventato un quintetto, con l’entrata di Ian Bayne (batteria), originario di St. Andrews, quindi proveniente dalle totalmente anglicizzate Lowlands; cresce lo strumentario del gruppo con Malcom Jones che imbraccia anche le bagpipes, mentre Calum è alle percussioni. Con “The Cutter…” fa il suo ingresso anche Peter Wishart, ex Big Country (il gruppo rock scozzese più noto in quegli anni a livello internazionale). Le canzoni in gaelico sono sopravanzate da quelle in inglese; grande energia di suono per narrare la vita agra delle Highlands e toccare temi ambientalisti (“Protect and Survive” e “Our Earth Was Once Green”). Si ricordano ancora l’omaggio alla Scozia di “Alba”, la potente “The Only Rose”; “An Ubhal As Airde” mostra elementi di gospel nel ritornello, quasi a riflettere la rilevanza dei salmi gaelici nei repertori religiosi (un protestantesimo di carattere fondamentalista) delle Ebridi Esterne. Runrig iniziano a riscuotere un crescente successo in Inghilterra, e con il disco live “Once in a Lifetime” (1988) entrano nelle charts britanniche. Nel 1989 esce “Searchlight”, prodotto da Richard Manwaring, dove ancora tradizione scozzese, ballads e vintage rock vanno a braccetto. Tra gli ospiti del disco ancora Mairi Mc Innes, Karen Matheson (“Erinn”), destinata ad assurgere a stella di primaria grandezza con i Capercaillie, il violino dell’Ossian John Martin. 
Qui troviamo l’epica “Siol Ghoraidh” o l’altrettanto potente “Tir A’ Mhurain”, in cui il gruppo sembra introdurre la lingua gaelica al pubblico (“Benvenuti nella mia lingua / Che ho imparato da bimbo/ L’enormemente dignitosa lingua dei Gaeli/ Che per me è stendardo quotidiano”), mentre in “Small Town”, una canzone in lingua inglese di stile quasi country & western, i Runrig affrontano il tema dell’alcolismo, serio problema nell’ovest della Scozia, e della violenza sulle donne. Invece, “World Appeal” è una song ambientalista. In qualità di musicista da sempre impegnato nel riconoscimento della cultura gaelica della Scozia, chiedo a Colum se parla gaelico nella sua vita di tutti i giorni. Mi risponde di sì, “ma dipende da dove mi trovo geograficamente parlando”, continua, “e dalla compagnia o meno di altri parlanti”. E ancora, gli chiedo cosa è cambiato, rispetto a quando i Runrig sono nati, nella presenza del gaelico nei media, nell’insegnamento nella lingua madre a scuola. “Sebbene il numero dei parlanti non sia aumento enormemente, la lingua gaelica ha un profilo molto più elevato. Ci sono scuole dove si insegna in gaelico, c’è il canale TV pubblico gaelico, chiamato BBC Alba”. Uno dei temi ricorrenti delle canzoni è l’emigrazione dalle Terre Alte – che, com’è noto, sono le Highlands di “Brave Heart”, il film dalle enormi incongruenze storiche, posticcio come tutto l’highlandismo ottecentesco che è una vera e propria “invenzione della tradizione” – e dalle isole al largo della costa occidentale della Scozia. È cambiato qualcosa? Calum è perentorio: “Il quadro è sempre lo stesso, con i giovani che lasciano le Western Isles. La situazione occupazionale è davvero scarsa oggi, e la maggior parte dei giovani che se ne vanno per proseguire il percorso formativo, raramente ritornano per lavorare. Non ci sono opportunità”. 
Gli anni Novanta iniziano con “The Big Wheel” (prodotto di nuovo da Hartley), in cui le canzoni in inglese prendono il sopravvento su quelle gaeliche. Nella maggiore sofisticazione pop-rock si percepisce forse il tentativo di eguagliare il successo dei conterranei Big Country (le cui chitarre che imitavano il suono delle bagpipes dovevano molto alla cifra stilistica dei ragazzi di Skye), mentre negli stessi anni il rock dei vicini irlandesi assurge a notorietà internazionale soprattutto grazie agli U2. Si segnalano “Abhainn an T-Sluaigh”, “An Cuibhle Mor” e “Flower of the West”, che chiude un disco che raggiunge la quarta posizione nelle charts britanniche, trascinato dal singolo “Hearthammer”. Musicalmente “Amazing Things (1993), prosegue sulla falsariga dei precedenti lavori in cui la cifra artistica del gruppo si avvicina al mainstream rock. Lusinghiere le risposte del pubblico: il disco giunge al numero 2 delle charts UK. Segue “Mara” (1995), l’ultimo album in cui compare Donnie Munro, il lead vocalist. Siamo ad un punto di svolta per la band. “Un evento che ci mise davvero alla prova. Avremmo potuto fermare tutto a quel punto, sarebbe stato il momento giusto per farlo, ma sentivano che la band aveva ancora molto da dare. Così ci mettemmo in moto per questo compito arduo: trovare un altro cantante. Infine lo trovammo in Bruce Guthro”. Chitarrista e cantante, Guthro è originario di Cape Breton, in Canada, un’altra terra della diaspora scozzese. Il nuovo vocalist si insedia in “In Search of the Angels” (1999), album distribuito dalla EMI/Polygram. Due anni dopo arriva “The Stamping Ground” (2001), che reintroduce, finalmente, atmosfere di matrice folk, senza rinunciare al rocking feel come in “An Sabhal Aig Neill”. 
Tuttavia, ecco un’altra defezione, è il tastierista Peter Wishart a lasciare la band per intraprendere la carriera politica. Racconta Calum: “Sì, Peter è ancora un MP dello SNP (Partito Nazionalista Scozzese), ma credo che sarà l’ultimo di noi a seguire quella strada particolare”. Come avete gestito questi cambi di formazione? “Quando sai che a bordo ci sono le persone giuste , è relativamente facile rimpiazzare chi va via. È qualcosa che rinvigorisce pure, dando ad ognuno nuovi orizzonti. I cambiamenti posso essere una cosa positiva per l’evoluzione della musica stessa”. Di certo il nuovo assetto della band conduce a una nuova idea dello spettacolo live. Dico a Calum, di aver letto che dal vivo suonano meno canzoni gaeliche rispetto al passato. “È vero”, mi risponde, “Il motivo è che Bruce non è un parlante gaelico. Quindi il nostro repertorio è limitato a ciò che canta Rory. Ma questo non vuol dire che sia meno importante, e questo accade sia quando suoniamo all’estero che in Scozia. Così deve essere, per forza”. Sarà Brian Hurren a sostituire Wishart alle tastiere fin da “Proterra” (2003), album che li vede collaborare con lo sperimentatore scozzese, ma residente in Brasile, Paul Mounsey, che riarrangia due brani provenienti da “Recovery”(“The Old Boys” e “An Toll Dubh”). Che la band abbia raggiunto una popolarità e una credibilità in termini autoriali, lo testimonia la pubblicazione di “Tribute to Runrig” (2003), a cura del Glasgow Islay Gaelic Choir, un CD che raccoglie diciotto canzoni della band di Skye armonizzate per coro. Passeranno altri cinque anni prima che venga dato alle stampe “Everything You See” (2007), un lavoro che, tra le altre cose, contiene “In Scandinavia”, brano che celebra gli antichi legami tra Scozia e Danimarca. 
Siamo in pieno nuovo millennio con la scena neo tradizionale scozzese che ha nuovi protagonisti: i Caperacaillie raccolgono successi, scrivono colonne sonore, gli Shooglenifty rappresentano il coté più world della scena caledone, Julie Fowlis si afferma come potente interprete gaelica. “Questo successo sta portando i suoi frutti nei circuiti musicali professionali e sui palcoscenici internazionali. Il festival Celtic Connections di Glasgow oggi è uno dei festival più importanti al mondo per la musica folk e root. Julie Fowlis è una delle luci guida in quel territorio musicale, e canta esclusivamente in gaelico”. Gli stessi Runrig hanno registrato un loro “Live at Celtic Connections”(2000) all’annuale rassegna glaswegin che si svolge a gennaio. Come vede Calum McDonald, che ha anche un figlio musicista, la scena musicale delle Ebridi Esterne? “Di recente, c’è stata un’enorme rinascita della musica tradizionale. Un’organizzazione chiamata Feis Movement, fondata trent’anni fa, è cresciuta potentemente – insegnano ai bambini di tutte l’età, in modo divertente, come esplorare la cultura e imparare a suonare gli strumenti, a cantare e a ballare”. Da sempre il lavoro di scrittura della band è svolto dai fratelli McDonald. Come descrive Calum questo processo compositivo? “Scriviamo sia separatamente che insieme. Penso che abbiamo un senso intuitivo di cosa cercare in una canzone. Siamo cresciuti scrivendo canzoni, abbiamo fatto questo per la maggior parte della nostra vita. Non c’è una ricetta: proviamo modi diversi di scrivere canzoni, ma ciascun viaggio della canzone sembra ricondurci a qualcosa di familiare”. 
Cosa ti ha ispirato di più in passato? E ora? “Difficile dirlo. Le cose che ispirano sempre: vita, amore, paesaggio, un senso di spiritualità, qualsiasi cosa sia accaduta durante il giorno o qualcosa che hai visto in Tv o che qualcuno ti ha detto su un autobus”. Alla domanda se ci sia un album preferito o una canzone per cui vuole essere ricordato, Calum, lapidario, risponde di no, e che preferisce sempre il progetto futuro o la canzone a cui sta lavorando. Il celtic rock dei Runrig è da sempre molto popolare nel Nord Europa, il principale mercato della band al di fuori del Regno Unito sono la Germania e la Danimarca. Quando si tratta di indicare il concerto più indimenticabile, Calum sottolinea che ce ne sono stati tanti negli anni, ma di certo ce ne vorrà per battere il concerto dei quarant’anni l’estate scorsa, intitolato “The Party On The Moor”: “Penso che tutti noi condividiamo questa sensazione”. Clamorosamente I Runrig non hanno mia suonato in Italia, “Ma ci piacerebbe tanto”, dichiara ancora il musicista. Insomma, promoter celtofili, è possibile che per tanti anni abbiate trascurato una band di così lungo corso? Due anni fa la band si era presa una sorta di anno sabbatico, con i fratelli McDonald impegnati come duo nel progetto The Band from Rockall, che ha inciso anche un disco, mentre anche il tastierista Brian Hurren e il cantante Bruce Guthro si sono dedicati ad incidere album solisti. Poi il ritorno nei ranghi della band con numerosi concerti. Quindi la decisione di festeggiare i quarant’anni di carriera. Ed eccoci a parlare di “Party on the Moor”, un box celebrativo di tre CD live, che è stato da poco dato alle stampe, di cui esistono anche versioni in formato DVD e Blue Ray. 
Il triplo raccoglie il concerto tenutosi a Black Isle Showground, nei pressi del villaggio di Muir of Ord, non lontano da Inverness. Diciassettemila persone radunate per un live show durato tre ore, che ha visto la band condividere il palco con ospiti del calibro di Julie Fowlis, del violinista Duncan Chisholm e della Inverness Royal British Legion Pipe Band, nonché con ex componenti del gruppo. Una serata davvero indimenticabile, benedetta dal clima, incredibilmente clemente per un luogo come le Highlands.“Una pietra miliare”, Calum definisce il concerto. Dopo quattro decenni di musica e un disco celebrazione di questa portata, è tempo di sedersi? O è previsto qualcosa di nuovo? “No, non penso che ci sentiamo ancora pronti a sederci: è appena iniziato il processo compositivo per un nuovo album in studio”. Ma nel futuro della Scozia, c’è il referendum del settembre, che potrebbe addirittura sancire l’indipendenza dal Regno Unito. Inevitabile parlarne. “Sarà un momento entusiasmante per il Paese”, rileva Calum, “Un momento molto positivo, quando ciascuno, specialmente i giovani, potranno mettere a fuoco il senso di appartenenza alla nazione e potranno essere coinvolti nel processo politico stesso. Sono favorevole all’indipendenza della Scozia. Credo che sia sempre meglio che le decisioni siano prese da coloro che ne saranno influenzati…” 


Ciro De Rosa 

Runrig – Party On The Moor (Ridge Records, 2014) 
È il tardo pomeriggio del 10 agosto del 2013 e sul palco allestito nella pianura di Moor, stanno per salire i Runrig, per celebrare il loro quarant’anni di carriera. Ad accoglierli è un foltissimo numero di spettatori, un pubblico tanto entusiasta quanto variegato, mettendo insieme almeno quattro generazioni differenti, dai bambini agli anziani più arzilli. Nell’aria si tocca con mano come la musica sia l’elemento che cementa i valori e il senso di appartenenza di un popolo. All’imbrunire sul palco salgono Bruce Guthro (voce e chitarra acustica), Rory MacDonald (voce e basso), Iain Bayne (batteria), Malcom Jones (chitarra e fisarmonica), Brian Hurren (tastiere) e Calum MacDonald (voce e percussioni). La festa ha così inizio. L’energia è quella degli esordi, l’entusiasmo anche, e sin da subito l’impressione è che sul palco non si risparmieranno nemmeno per un attimo. Ad affiancarli ci sono anche alcuni ospiti come il violinista Duncan Chisholm e il tastierista Peter Wishart, ma è il pubblico il vero valore aggiunto della serata. Il suono è un folk-rock granitico, solido, potente come ci hanno abituato negli ultimi anni, la tradizione è ancora la spina dorsale di ogni brano, ma l’incisività delle chitarre e della potente sezione ritmica è tangibile. Se Malcom Jones stupisce destreggiandosi tra cornamuse elettriche, chitarra e fisarmonica, il più giovane Brian Hurren regala più di una magia alle tastiere. Elemento cardine di ogni brano è però la voce di Guthro che guida il gruppo in maniera superba sin dal primo set tutto a base di rock con l’anthem “Only The Brave”, “City Of Lights”, la travolgente “Road Trip” dallo splendido Everything You See di qualche anno fa, e quei gioielli che sono “Big Sky” e “Maymorning”. Pregevoli sono anche i brani cantati in gaelico come “Siol Ghoraidh”, o “Faileas Air Airidh” quest’ultima in duetto con Julie Fowlis, stella del folk scozzese contemporaneo. Non mancano anche alcune ballate di grande spessore poetico come “Book Of Golden Stories” ed “Every River”, ma il primo vertice della serata arriva con “An Sabhal Aig Neill” che ci conduce al lungo assolo di tamburi di “Drum Set”. Protagonista della seconda parte del concerto è l’ex vocalist, in veste di guest, Donnie Munro, che impreziosisce con la sua voce “The Cutter”, “Edge Of The World” e la toccante “An Ubhal As Airde”. Quando torna in scena Guthro arrivano “Rocket To The Moon” e le torride “Alba” e “Pride Of The Summer”. Le cornamuse della Inverness Royal British Legion Pipe Band ci conducono a “Skye” in cui spicca il fascinoso finale strumentale, mentre il violino di Duncan Chisholm la fa da padrone nelle toccanti “Going Home”, “Hearts Of Olden Glory” e “On The Edge”. C’è ancora tempo per qualche bis finale con l’inno ecologista “Protect And Survive”, “Clash Of The Ash” e la sontuosa versione di “And We’ll Sing”, a cui segue il traditional “Loch Lomond” che sugella un concerto memorabile. A documentare questo concerto è il triplo CD “Party Over The Moor” che raccoglie i ventinove brani suonati quella sera, e a cui si accompagna uno splendido dvd con il concerto integrale. Insomma per chi ha amato i Runrig questo disco è l’occasione giusta per ritrovare i loro grandi classici, ma anche per comprendere a fondo come rappresentino ancora oggi un pezzo di storia della Scozia, avendone cantato l’identità e il desiderio di indipendenza. 


Salvatore Esposito

Eliza Gilkyson - The Nocturne Diaries (Red House/I.R.D., 2014)

Considerata una delle punte di diamante della scena roots rock Americana al femminile, Eliza Gilkyson vanta un ormai trentennale percorso musicale, costellato tanto da collaborazioni di prestigio (si veda la recentissima partecipazione al tributo a Jackson Browne “Looking Into You”), quanto da una ormai nutrita discografia come solista. Il suo nuovo album “The Nocturne Diaries”, prodotto dal figlio Cisco Ryder, raccoglie dodici brani che, come suggerisce anche la copertina, nascono intorno al fuoco, di notte, allorquando l’oscurità, fa risaltare esperienze, racconti, storie, spaccati di vita, che l’abbagliante luce del giorno spesso ci fa dimenticare. La Gilkyson esplora così la potenza della poesia come fuoco che rischiara ed illumina l’introspezione della notte, e lo fa utilizzando sonorità acustiche sospese tra country e folk, che incorniciano testi profondissimi e di grande potenza lirica. Ad impreziosire il tutto troviamo anche alcuni ospiti d’eccezione come Ray Boneville, Ian McLagan, che si aggiungono all’eccellente cast di strumentisti in cui spiccano Jens Lysdal alla slide guitar e John Egenes alla pedal steel. Durante l’ascolto si spazia da temi come la disperazione di una vita non facile cantata in “Not My Home” all’inquietudine della ballata “An American Boy”, passando per il desiderio di riscatto e di redenzione di “The Red Rose And The Thorn” e “Eliza Jane”, fino a toccare il tema del viaggio della desertica “Fast Freight”. Tra i brani più intensi meritano una particolare citazione la poetica “Midnight Oil”, che suona come un invito a mantenere sempre salda la propria speranza anche nei momenti difficili, e la toccante ballad “No Tomorrow”, nella quale esorta il suo compagno a lasciarsi andare vivendo almeno una notte con lei come se non esistesse un domani, allontanandosi dal mondo e da ogni cosa, tuttavia non si può non lodare la splendida versione di “Where The Monument Stands” firmata da John Gorka. La ballad “World Without End” e la scintillante “All Right Here” sugellano un disco di rara bellezza che entra di diritto tra i lavori più belli della scena roots al femminile made in U.S.A.. 


Salvatore Esposito

Rocca-Benigni-Duo - Upset (Finisterre/Felmay, 2014)

CONSIGLIATO BLOGFOOLK!!!

Di collaboratori di prestigio ce ne sono in questo secondo capitolo discografico dell’accoppiata di ance: da Moni Ovadia a Lucilla Galeazzi, ma questo è un disco che sta in piedi benissimo da solo, senza sostegni prestigiosi (che ci siano due cammei canori ne se siamo felici, beninteso), perché concepito da due partner dotati quanto coraggiosi nel riversare sull’ascoltatore un’incessante sfilza di sensazioni. È di formazione classica Paolo Rocca (clarinetto, clarinetto basso, ciaramella), già primo strumentista dell’Orchestra lirico-sinfonica di Neuchâtel, poi componente del Sestetto Moderno e, una volta sedotto dai suoni popolari, entrato alla corte dello stesso Ovadia e di Ambrogio Sparagna. Invece, Fiore Benigni (organetti) è di scuola, diciamo, popolare: con tutti i distinguo che vanno fatti, considerato che l’apprendimento musicale e l’estetica di un artista di oggi non può essere accostato a quello tradizionale della cultura contadina di un tempo. Il titolo “Upset”, raccontano, “alludeva in partenza alla struttura armonica del brano “Upset Waltz”, piuttosto obliqua. Poi, per estensione, se n’è fatto un po’ il filo conduttore di tutto il disco, che risulta forse tumultuoso e straniante. Nel suo significato plurivoco, “upset” esprime una serie di suggestioni che si ritrovano nei brani. Il turbamento, il disorientamento che tradotti in musica possono schiudere soluzioni impreviste: la disperazione come malinconia, alterazione, scossa o rivoluzione – senza nessun ammiccamento futurista. Piuttosto come dimensione emotiva in cui si collocano le composizioni, o in cui sono stati pensati gli arrangiamenti (la pulsione ritmica imposta a un brano lento di Satie, lo scherzo swing infilato in coda alla cristallina invenzione di J.S. Bach, la torsione bucolica dello standard “My Favorite Things”
O, al contrario, la rilettura delicata e musette delle torbide ‘cortellate’ romane. Poi c’è l’idea grafica della stessa copertina, l’immagine di un duo, riflessa e distorta: quindi di nuovo un capovolgimento. È vero che il termine è in inglese, ma per la sua capacità di esprimere più sfumature tutte insieme, ci è sembrato appropriato per questo disco”. Sono dodici brani caratterizzati da approfondita capacità di scrittura e di arrangiamento, alimentati da brillanti combinazioni e da irresistibili piroette ritmiche. Ecco, dunque, una coppia composita e disinvolta alle prese con un programma aperto da una reinterpretazione dalla pronuncia fortemente ritmica di “Gnossienne n.1” di Satie e chiuso dai funambolismi della bachiana “Invenzione A Due Voci n. 4”: tanto per farvi capire di cosa sono capaci. In mezzo, si viaggia tra loro composizioni che partendo da ritmi popolari si sviluppano in fantasiose tessiture contemporanee, integrano variegati mondi sonori, conservano lirismo ed immediatezza, pur nella compostezza esecutiva. Penso ai torrenziali contrasti e al pathos di “emilse”, che porta la firma di Rocca, brano che è il ricordo di una ragazza argentina scomparsa prematuramente, oppure a “Ma-ba”, ideata per uno spettacolo teatrale, e ancora alla title track, entrambe uscite dalla penna di Benigni. Ci sono brani più direttamente ispirati alla tradizione orale come "Ninna Nanna”, la cui linea melodica proviene da un canto infantile attestato in Abruzzo, Molise e Puglia settentrionale, che Fiore ha conosciuto perché cantatogli da sua madre, che a sua volta l’aveva appresa dalla nonna. 
“Ex abrupto”, in cui è complice percussivo il teppan dell’ingegnere del suono-musicista Paolo Modugno, si snoda sui ritmi dispari della musica popolare macedone che collidono con un andamento brasileiro. Al di là dell’ispirazione etilica, “Wild Turkey” – sempre composta da Benigni – è un fluido intersecarsi di strumenti che si scambiano vicendevolmente i ruoli. Come già notato, si attraversano anche la canzone romanesca (“Te Possino Da’ Tante Cortellate”), complice l’ugola maestosa di Lucilla Galeazzi e classici jazz: le variazioni sulla song “My Favorite Things” sembrano evocare una festa, a metà strada tra balli nord appenninici e ritualità popolare centro-meridionale. Continuando l’ascolto, la confluenza tra il tradizionale israelo-palestinese “Debka Dor” e il brano pop contemporaneo “B’libi” parte con la vocalità scura di Moni Ovadia, poi l’oud e il canto melismatico di Ziad Trabelsi entrano, le voci dei cantanti (in ebraico e in arabo) si alternano, Modugno sostiene il ritmo ai tamburi, il liuto arabo si ritaglia spazi di solo, organetto e clarinetto dialogano gagliardamente con corde e pelli, i fraseggi acuti di ciaramella si stagliano sull’incalzare del ritmo. Dinamici chiaroscuri e senso di tensione e sospensione primeggiano in “Silfineide”, dove è in evidenza il calore del clarinetto basso. Spiega Benigni: “È la prima di una silloge di cinque brani ispirati alle gesta di una bambina di mia conoscenza da tutti ribattezzata silfidina per le sue movenze e il suo aspetto vagamente fiabeschi ed enigmatici”. Rocca e Benigni suonano con spigliatezza e forte comunicativa in una continua e creativa sponda di ance. La visione aperta del duo concepisce un affresco sonoro ricco di colori e umori: questo è “Upset”


Ciro De Rosa

Vincenzo Zitello – Infinito (Telenn, 2014)

Sono passati tre anni dallo splendido “Talismano” e Vincenzo Zitello, compositore ed arpista tra i più apprezzati in Europa, torna a sorprenderci con “Infinito”, disco nel quale ha raccolto otto brani, ispirati alla Musica delle Sfere, che, stando ad un’antica concezione filosofico-alchemica, sarebbe stata prodotta dai movimenti di rotazione e rivoluzione della Luna, del Sole e dei pianeti. Studi riguardo l’armonia dell’Universo furono compiuti in modo approfondito da diversi filosofi greci come Pitagora, Filolao e Platone, ma le teorie più affascinanti sono state, senza dubbio, quelle elaborate da alcuni alchimisti del Cinquecento, sull’onda della riscoperta della tradizione ermetica. In particolare fu l’alchimista e teosofo inglese Robert Fludd, ad elaborare una particolare concezione secondo cui le sfere dei quattro elementi, dei pianeti e degli angeli erano disposte verticalmente sul monocordo, accordato dalla mano divina, un Dio architetto e musicista supremo del creato. Questo importante, quanto poco noto, tesoro di conoscenze sapienziali è diventato lo stimolo per la ricerca musicale compiuta da Vincenzo Zitello, il quale con “Infinito” ha inteso tracciare la rotta di un viaggio, che attraverso queste regole armoniche universali, ci conduce alla riscoperta del nostro interiore. A farsi carico della maggior parte degli strumenti è lo stesso Zitello, che si divide tra arpa celtica, violoncello, viola, violino, xapoone, clarinetto, flauto, e ottavino, tuttavia determinanti nella riuscita complessiva del disco sono anche le partecipazioni di Mario Arcari (oboe e corno inglese), Daniele Bicego (uillean pipes), Daniele Di Bonaventura (bandoneon), Yuriko Mikami (violoncello) e Fulvio Renzi (violino e viola). Dal punto di vista prettamente stilistico, la scrittura dei brani si caratterizza per una dimensione orchestrale in cui gli archi, fiati ed arpa danno vita ad un immaginifico tessuto sonoro in cui si alternano nelle parti soliste ora il violino, ora il corno inglese, ora l’oboe, ora ancora il bandoneon, dando vita ad un atmosfera quasi magica. La prima parte del disco, dedicata all’alternarsi delle stagioni, evoca la palingenesi della natura tutta giocata sull’armonia degli opposti, ma anche quel percorso di rinascita iniziatico proprio delle antiche fratrie misteriche. “Autunno” con il suo suggestivo interplay tra arpa e bandoneon ci conduce attraverso l’esperienza alchemica del V.I.T.R.I.O.L. (visita interiora terrae rectificando inveniens occultam lapidem), mentre la sofferta nostalgia di “Inverno” è metafora di quella morte necessaria per poter rinascere a nuova vita. “Primavera” ed “Estate” con le loro sonorità solari rappresentano la vita nuova, a cui segue la purificazione attraverso i quattro elementi della natura che si compone nella magnifica successione di “Acque”, “Terre”, “Fuochi” ed “Arie”. Questi quattro brani con le potenti vibrazioni ed onde di forma che emanano sono la trasposizione in musica della geometria sacra dei ritmi della natura, quella che governa il ciclo infinito del nostro mondo. E’ il ciclo continuo dell’eterno ritorno, dell’infinito, di quell’Uroboros rappresentato in copertina. “Infinito” è così un lavoro che fa vibrare le corde profonde dell’animo, invitando a compiere il percorso interiore del “conosci te stesso”, condizione necessaria a sentirsi parte del tutto, in piena armonia con l’eggregore della natura. 

Salvatore Esposito

Michele Sangineto, artista liutaio di strumenti musicali antichi e popolari

Il laboratorio
Sulle strade del “foolk” abbiamo incontrato il Maestro Michele Sangineto, fiore all’occhiello della liuteria italiana e internazionale, capace sapientemente di coniugare e promuovere la cultura tecnico-espressiva e artistica, mostrando particolare attenzione per la pittura rinascimentale. Indispensabile per elevare l’intelletto e lo spirito umano, l’arte per Sangineto è innanzitutto un mezzo di crescita personale e di comunicazione nonché veicolo di formazione e di promozione sociale, grazie al quale è possibile trasmettere soprattutto ai giovani la prosecuzione di tradizioni e di valori tipici del patrimonio culturale nazionale, per il quale siamo stimati in tutto il mondo. Un’arte nella quale le diverse componenti espressive non sono fini a se stesse ma, in modo istintivo e creativo, sono concepite interdisciplinarmente per stimolare una matura fioritura dell’anima e dei sensi, trovando piena corrispondenza evocativa nell’incontro sinestesico tra pittura, musica, pratica strumentale, tecnica, ricerca intellettuale e spirituale. Un’arte raffinata condotta da oltre quarant’anni secondo una personale e originale ricerca del “bello”, tenendo conto della qualità degli strumenti musicali, concepiti come opere che, negli anni, hanno ottenuto il riconoscimento di numerosi estimatori anche tra i concertisti, come ad esempio Alan Stivell, Derek Bell, Alexander Bonivento, Vincenzo Zitello e Stefano Corsi. Michele Sangineto è senza dubbio uno dei liutai italiani più originali e stimati a livello internazionale. Suoi strumenti sono stati esposti a Londra (“The London International Exhibition of Early Music”, “Royal College of London”), Parigi (“Rencontres Internationales de Musique Ancienne”, “Carrousel du Louvre”), Greenwich (“Greenwich International Early Music Festival & Exhibition”, Old Royal Navy College), Budapest (Esposizione Internazionale di Strumenti Musicali presso il Castello di Buda), Bellinzona (“Scuola di Musica Popolare”), Vigo (“Universidad Popular Garcia Barbon”), Brugge (“International Wedstrijd Musica Antiqua”), Burghausen (“Nachtmarkt”), Brandenburgo (“Tage für alte Musik”), Saint Chartier (“Rencontres Internationales de Luthiers et Maîtres Sonneurs”), Dinan (“Rencontres Internationales de Harpes Celtiques”), Lorient (“Festival Interceltique”), Saint Jean du Gard (“Festival de Boulegan à l’Ostal”), Vanves (“Journées de musiques anciennes de Vanves”). In Italia, ha esposto nelle principali città, presso conventi, teatri comunali, conservatori, accademie musicali, centri culturali, chiese e fiere. 
Organo di carta da un disegno di Leonardo da Vinci
I suoi strumenti sono particolarmente richiesti da esecutori attenti alla ricerca musicale secondo criteri filologici. Michele Sangineto fonda la propria estetica strumentale partendo innanzitutto da esigenze interiori personali, spesso riferendosi a immagini riprese da quadri di pittori come Leonardo Da Vinci, Filippino Lippi, Gaudenzio Ferrari, Hans Memlig, Jan Van Eych, Giorgione, Simone Martini, Arnault de Zwolle, Piero Di Cosimo, Cosimo Tura. Nel processo di elaborazione della liuteria artistica intervengono numerose componenti quali la selezione dei materiali, i disegni, la progettazione delle forme e specifiche tecniche costruttive, perfezionate dalla cura dei particolari nelle differenti parti che costituiscono lo strumento. Sangineto, però, opera fuori dai consueti schemi di produzione artigianale, con tempi di produzione non standardizzabili, poiché ogni strumento musicale viene concepito come opera artistica. Ogni opera richiede il “giusto” tempo, dipendente sia da una serie di fattori oggettivi intrinseci alla lavorazione sia da una particolare e sempre mutevole ricerca interiore personale, che ricorda da vicino quella dei Maestri del colore rinascimentali, costantemente impegnati a fornire un senso superiore ai propri dipinti, attraverso la raffigurazione di volti, figure umane, simboli, contesti naturali e forme di vario tipo, tra cui quelle che hanno attirato l’attenzione di Michele Sangineto: gli strumenti musicali. Analizzando e studiando secondo criteri personali le opere pittoriche, il Maestro liutaio giunge progressivamente a elaborare la propria arte, secondo un’originale concezione nella quale vengono idealmente armonizzati mondo interiore, realtà oggettiva e valori estetico-sociali. Seppur spesso riferita all’opera di illustri pittori del passato, l’arte di Michele Sangineto rifugge gli stereotipi compositivi, essendo uno spirito libero lontano da un certo formalismo di stampo accademico. Per cercare di comprendere il suo originale modus operandi, più che la consultazione della documentazione esistente, per chi scrive è stato indispensabile dialogare secondo criteri etnomusicologici, ripercorrendo con il Maestro liutaio le tappe principali della sua esistenza, nella quale determinanti sono state le esperienze vissute durante l’infanzia, quando ha cominciato a formarsi come artigiano. Nato ad Albidona (provincia di Cosenza), nel 1944, inizia a sviluppare le conoscenze pratiche con il padre Ercole, persona gioviale e laboriosa.“Nel paese”, ricorda Sangineto, “era indispensabile saper fare e applicare le abilità al vivere quotidiano. Mio padre sapeva fare di tutto adattandosi alle differenti esigenze: contadino, ciabattino, barbiere, elettricista, mugnaio… Ai figli ha saputo insegnare l’importanza di saper applicare le capacità manuali alla vita di tutti i giorni. 
Legno materia vivente
Nei momenti ricreativi cantava e suonava la chitarra. La nostra casa era peraltro un luogo di ritrovo e di socialità. Spesso alla sera ci ritrovavamo con amici e parenti, dove anche mio fratello Silvio suonava il violino, la fisarmonica e si dilettava con i canti popolari o con gli stili della canzone napoletana. Musicalmente ad Albidona durante i giorni di festa erano (e lo sono tuttora) attivi gli zampognari, con le loro tipiche melodie pastorali o danzanti. Musica ad Aldibona significava innanzitutto socialità, voglia di stare comunitariamente insieme e uniti”. Per esigenze lavorative, Sangineto si trasferisce in Brianza alla fine degli anni Sessanta, successivamente consegue (a Castrovillari) il diploma di Maestro d’Arte con specializzazione in “Ebanisteria”, grazie al quale, nel 1973, viene nominato insegnante presso l’ “Istituto di Arte” (ISA) a Monza, dove lavora per alcuni decenni fino al raggiungimento della pensione. Una vita scolastica passata a contatto con i giovani, che sono stati per lui costante stimolo e fonte d’ispirazione.  L’avvicinamento alla costruzione degli strumenti musicali è casuale, inizialmente motivato dall’esigenza di aiutare un ragazzo straniero a sistemare una “sansa”, strumento lamellofono tipico di alcune culture musicali africane subsahariane. Da quel momento la ricerca non ha più avuto fine, utilizzando le personali abilità tecniche principalmente a favore della costruzione degli strumenti musicali. Michele Sangineto, come liutaio, si definisce “anima inquieta”, scarsamente interessata a ricercare secondo metodo e scientificità. Le leve che muovono il suo desiderio di agire nel campo strumentale sono dettate dalla ricerca della “espressione artistica i cui processi di lavorazione possono divenire lunghissimi”. In prima battuta per lui risultano determinanti i dati morfologici e tecnico-costruttivi. La sua prima arpa viene realizzata nei primi anni Settanta, dopo essersi soffermato ad analizzare i punti di giunzione e gli incastri, grazie ai quali è possibile regolare i tiraggi delle corde. Per approfondire l’argomento, inizia a leggere testi e trattati organologici ma, come ha riferito, senza “capirci molto”. La sua specializzazione avviene gradualmente secondo paziente “practica” laboratoriale, facendo e provando, costruendo e disfacendo, sempre nell’ottica di apprendere e di migliorare quanto viene realizzato di volta in volta. Da un punto di vista organologico, con un certo orgoglio, Sangineto si considera autodidatta, non avendo mai seguito corsi o lavorato a bottega presso maestri liutai. Imparare facendo, “saper fare” mirando a un progressivo miglioramento. Questa modalità ha permesso la sua evoluzione formativa, indispensabile per comprendere gli aspetti generali della sua produzione artistica, contraddistinta da significative migliorie tecniche apportate negli anni agli strumenti musicali in termini di leggerezza, sonorità e aspetto estetico. Migliorie non casuali, frutto di continua ma non metodica sperimentazione con i materiali organologici. 
Arpa
Uno degli aspetti della liuteria che ha sempre influito sul suo modo di lavorare riguarda il rapporto con il “materiale vivente”. “Il legno è vivente e come tale va compreso e valorizzato. Potrà sembrare paradossale, ma non per un liutaio: con il legno si parla a volte anche in modo conflittuale. Ciò che mi affascina del legno sono le componenti cromatiche e disegnative, le forme, le striature, la durezza, ma anche il suo modo di essere, il suo carattere, la sua personalità. Non scelgo il legno secondo abitudini, ma in base a ciò che mi piace, mi stimola, mi rappresenta in un determinato periodo dell’esistenza. Allo stesso modo l’immagine che prendo a modello per la costruzione di uno strumento musicale non è neutra o tecnica. Per arrivare a realizzare la forma inizialmente la studio a mio modo. Se prima non riesco a cogliere i significati profondi, se non penetro nell’oggetto da realizzare, non riesco a costruire. Tuttavia, a ogni passo della lavorazione, ci sono da apportare continui micro aggiustamenti all’idea di partenza. Il processo creativo è lungo e laborioso, ma è per me necessario affrontarlo cercando soddisfazione interiore, poiché deve predominare il desiderio di essere persona che agisce all’interno di se stesso. Alla fine della lavorazione i miei strumenti devono essere ‘belli’, indipendentemente da come suonano. Quello del suono è aspetto importante, ma a mio avviso non necessariamente primario. Lo strumento deve essere prima di ogni cosa bello, per come lo vedi, per come lo tocchi, per come riesce a vibrare e a far vibrare l’animo umano. E difficilmente, se risponde a questi requisiti, potrà non suonare bene. Inoltre, sono spesso stato attratto dal desiderio di realizzare strumenti originali, che non vengono normalmente costruiti dai liutai tradizionali. Un po’ seguo questa linea di condotta per non invadere il campo di professionisti che vivono di solo questo mestiere, un po’ perché sono attratto dal realizzare strumenti unici e originali, ognuno dei quali rappresenta per me una sfida artistica legata alla mia crescita interiore”. Dopo il periodo di specializzazione sulle arpe, sin dai primi anni Ottanta, Michele Sangineto inizia ad approfondire la conoscenza dei differenti modelli di salterio anche da un punto di vista simbolico. Pure in questo caso è inizialmente attratto dalle forme dello strumento, dal numero delle corde (32) in rapporto allo spazio volumetrico, dagli aspetti tecnici relativi ai tiraggi. “La curiosità porta ad accettare la sfida. 
Arpa
Ogni strumento da realizzare per me è importante che diventi anche una sfida, nella quale sperimento me stesso, confronto le mie conoscenze, i miei stati d’animo, dando gradualmente vita agli strumenti, i quali attraverso le vibrazioni sonore potranno raggiungere gli animi degli esecutori e degli ascoltatori. Tutto è collegato nel processo creativo che, tuttavia, non è fine a se stesso. Opero perché c’è sempre un motivo per cui è importante operare, sapendo di utilizzare le mie conoscenze e le mie abilità a favore degli altri, perché la musica è innanzitutto unione”. Pur non avendo mai approfondito lo studio della musica, Sangineto suona per diletto diversi strumenti, in particolare un salterio cui è molto affezionato (“questo è il mio strumento”). Si tratta di un salterio medioevale triangolare ad arco che utilizza nei momenti di distrazione, facendosi ogni volta coinvolgere emotivamente dalle magiche sonorità, ottenibili facendo vibrare con grazia le corde. “Non mi interessa se quando suono sbaglio qualche nota, – non sono un concertista – mi lascio istintivamente guidare per dare senso al suono che produco. Alcune melodie le ho imparate a orecchio, altre me le ha insegnate mia moglie Paola, altre ancora sono state composte da mio figlio Adriano. Sono attratto dalle sonorità, dalle vibrazioni delle corde, che cambiano a seconda dei contesti. Splendida è la risonanza di questo salterio in un ambiente sacro, come quello di in una chiesa”. Nella sua casa vi è la “stanza della musica” dove soprattutto i figli (o amici musicisti) provano i differenti strumenti musicali realizzati dal padre, molti dei quali sono stati utilizzati nel CD “Antica Liuteria Sangineto”, con composizioni comprese nei secoli XII-XVI, eseguite da Caterina e Adriano Sangineto (figli del Maestro) e da Jacopo Ventura. Poi vi è il laboratorio nel quale il liutaio elabora o risistema le proprie opere d’arte. Attualmente in fase di lavorazione vi è un “organo di carta”, interpretazione di un disegno realizzato da Leonardo da Vinci. In questo contesto, seppur di sfuggita, pare opportuno segnalare le tipologie degli strumenti medioevali e rinascimentali o della musica popolare realizzati da Michele Sangineto, che periodicamente ripropone in mostre e che, in parte, sono stati riportati nel testo illustrativo “Gli strumenti musicali: un mondo che affascina. Strumenti musicali della tradizione europea”. Tra questi figurano: arpe (gotica, bardica, napoletana …), salteri (a pizzico, ad arco, a muso di porco, da tavolo, arpanetta in stile tedesco, kantele finlandese …), strumenti a corde (bouzuki, cister, mandolini di varia fattura, mandole, fidula, viole da gamba, ribeca, tromba marina, lira calabrese, cetra salisburghese e tedesca …), strumenti a frizione (ghironda, symphonia, organistrum), a tastiera (spinetta, organo portativo, organo di carta), cornamuse e zampogne, flauti di vario tipo e membranofoni (medioevali ed europei da suonare singoli o in coppia). Come comprensibile, vi è quanto basta per realizzare un museo. 
Salterio
Nonostante gli scarni accenni riportati in questo articolo (che meritano di essere approfonditi in una specifica ricerca organologia), ritengo sia intuibile per il lettore la poliedricità dell’artista Michele Sangineto, il quale è fortemente orientato verso una concezione sociale della liuteria, da un punto di vista didattico non necessariamente indirizzata solo a favore dei professionisti, in quanto a suo avviso potrebbe beneficamente essere impiegata presso scuole di ogni ordine e grado, raggiungendo positivi risultati in campo educativo. Sintetici esempi possono tornare utili per comprendere tale orientamento e per meglio definire la sua humanitas, costantemente indirizzata verso una divulgazione popolare e allargata della musica e dell’arte. Di recente Sangineto è divenuto promotore di un corso di liuteria a Lissone, presso la FAL. Gli spazi, è stato riferito, sono stati messi a disposizione da un Ente, tuttavia mancavano i fondi per allestire i laboratori. Credendo fortemente nella iniziativa (unica nel suo genere), il Maestro liutaio si è subito attivato con la consueta generosità, contattando amici e conoscenti. Nel giro di poco tempo sono stati reperiti i materiali e le risorse minime per attivare i corsi. Le richieste di partecipazione sono state numerose (attualmente vi sono circa 30 iscritti) e i corsi, una volta avviata la struttura, sono stati affidati ai Maestri liutai Federico Gabrielli e Marco Casiraghi. Sangineto, in più occasioni, si è anche distinto come organizzatore di eventi culturali e di Festival musicali (1988-1991), nei quali sono stati invitati arpisti del calibro di Nicanor Zabaleta e Alan Stivell. Da un punto di vista etnomusicologico, a Monza, ha coordinato serate in memoria di Roberto Leydi, Diego Carpitella e Michele Straniero. Il pensiero di Sangineto, se riferito alla promozione della liuteria presso i giovani, è sintetizzabile nel motto “creiamo il contesto”, con il quale intende specificare che se gli Enti pubblici sono sensibili all’argomento, mettendo a disposizione gli spazi, anche con contenute risorse è possibile avviare corsi di qualità ad ogni livello. 
Strumento ispirato ad un'opera di Gaudenzio Ferrari
Egli, peraltro, ha avuto modo di sperimentare con successo corsi di liuteria anche presso le scuole di base. “Ciò che conta nella società attuale è dare spazio ai giovani educandoli al desiderio del “bello”, tramite l’arte, la musica, la tecnica, permettendo loro di sperimentare praticamente, facendo, discutendo, confrontando idee e progetti, favorendo lo sviluppo e se possibile anche promuovendo attività lavorative. I giovani sono brillanti, fantasiosi, mostrano sempre il desiderio di innovare, di essere attivi e utili nella società. Bisogna saperli stimolare e non lasciarli soli nel loro percorso di crescita. E chi ha più esperienza e conoscenze dovrebbe poterle mettere a disposizione a favore della società”. Tra i numerosi progetti, un’idea che Sangineto desidererebbe presto realizzare è quella relativa alla costituzione di un vero e proprio Dipartimento dedicato alla liuteria e all’arte nel centro di Monza, città dove ha sempre insegnato. In particolare, mi ha illustrato a grandi linee il progetto di una mostra connessa alla riqualificazione estetica di una strada o di un palazzo del centro storico, che verrebbe inizialmente addobbato con immagini riprese dalle opere degli artisti e dei pittori prima menzionati, i quali hanno rappresentato in vario modo gli strumenti musicali. Tra questi spicca il nome di Gaudenzio Ferrari, il quale ha affrescato mirabilmente la Cupola del Santuario di Santa Maria dei Miracoli a Saronno (1535). Da tempo Sangineto inseguiva il desiderio di ricostruire gli strumenti disegnati con grazia e armonia da Gaudenzio intorno al Cristo pantocratico. Tre anni or sono, con il consueto impegno, si è messo alacremente al lavoro e il desiderio è divenuto realtà, con la realizzazione di oltre trenta strumenti, tutti perfettamente funzionanti. Sono veri gioielli della liuteria antica e popolare che si vanno ad aggiungere a tutti quelli realizzati in passato. Personalmente ho avuto modo di visionare tali strumenti e sono rimasto emotivamente impressionato da tanta bellezza e raffinatezza. Sebbene Sangineto stia valutando di proporre le proprie idee espositive permanenti agli amministratori e al Sindaco di Monza, io ritengo che la città ideale sarebbe Milano, essendo metropolitana e multietnica, attualmente pronta per presentarsi internazionalmente con forti investimenti pubblici e privati in previsione di “Expo 2015”. È questo un evento commerciale e culturale che vedrà affluire turisti da ogni parte del mondo. Nell’accogliere i visitatori, Comuni, Province e Regione si stanno verosimilmente attivando per attivare spazi in promozione della musica italiana strumentale e vocale. 
Spinetta
Io ritengo che quella di “Expo 2015” potrebbe essere un’occasione importante per affermare il patrimonio organologico prodotto dal Maestro Michele Sangineto poiché tale patrimonio, a mia conoscenza, non ha pari nel mondo, essendo stato concepito ed elaborato fondando la ricerca intorno ad una articolata concatenazione di legami artistico-musicali in prevalenza riferiti alla cultura italiana. Come ho scritto in apertura, la sua opera organologica è certamente fiore all’occhiello del made in Italy per quanto attiene la liuteria artistica degli strumenti antichi e popolari. Riuscire a mettere in pratica i suoi progetti, a mio avviso, garantirebbe indubbio prestigio culturale. Termino l’articolo affascinato dalle opere artistico-strumentali di Michele Sangineto, contraddistinte da inconfondibili sonorità timbriche. In futuro, mi riprometto di approfondire l’aspetto esecutivo degli strumenti dell’“Antica Liuteria Sangineto”, evidenziando la particolare opera di diffusione promossa dai musicisti Caterina e Adriano Sangineto i quali, sin dalla loro infanzia, sono stati educati al gusto del “bello” e della musica, avendo il privilegio di crescere utilizzando le opere musicali realizzate dal padre Michele: opere che ci si augura un giorno possano essere raccolte organicamente in un museo polifunzionale pubblico a beneficio di tutti gli amanti della musica e dell’arte. 


Paolo Mercurio

Copyright foto di Paolo Mercurio

Young Jazz Festival, Foligno (Pg) 17-25 Maggio 2014

Beppe Scardino Trio - Secret Concert
La decima edizione dello Young Jazz Festival si è conclusa domenica e non ha deluso le aspettative. Come auspicherebbe, infatti, ogni organizzatore di concerti, ogni artista, ogni appassionato di musica e anche ogni turista, l’evento - che si è svolto a Foligno (PG) dal 17 al 25 maggio - ha risuonato per le vie del centro storico (e non solo), attraverso la presenza di artisti di varia provenienza e prospettiva jazzistica, che hanno “aperto” la città a un pubblico numeroso ed entusiasta e, soprattutto, curioso e attratto dalla possibilità di condividere soluzioni musicali e spettacoli di alto profilo qualitativo. In termini generali, l’impressione di chi si è mosso per la città durante il festival è di aver attraversato un fiume di musica e, soprattutto, di aver partecipato di un entusiasmo collettivo, che è pienamente riflesso nelle scelte artistiche degli organizzatori. Questi, inoltre, grazie a una selezione che negli anni si è fatta sempre più raffinata (sebbene la qualità abbia caratterizzato il festival fin dalla prima edizione, “battezzata” da Enrico Rava, che quest’anno - come vedremo meglio dopo - è tornato con il suo New Quartet a suggellare il successo di una manifestazione da grandi numeri), sono riusciti a costruire un’importante rete di relazioni con vari soggetti che operano nel mondo del jazz, ma anche dell’associazionismo e delle istituzioni culturali, sia in ambito locale che nazionale e internazionale. 
Enrico Rava
A questa “politica” di confronto e connessione possiamo ricondurre la collaborazione con Umbria Jazz, uno degli eventi jazz più importanti al mondo e, probabilmente, tra i più longevi (la sua prima edizione è datata 1973 e tra gli artisti presenti al festival c’erano Weather Report, Sun Ra Orchestra e Dee Dee Bridgewater). Dal 2009, infatti, il festival perugino non solo ha concesso il patrocinio a Young Jazz, ma ha inserito alcuni eventi di quest’ultimo all’interno del proprio programma (in particolare, l’edizione 2013, che celebrava il quarantennale di Umbria Jazz, ha visto una sezione straordinaria gestita da Young Jazz, caratterizzata come una sorta di micro festival interamente dedicato al jazz giovane e italiano, che si è svolta nella stupenda cornice di Palazzo Penna, il Centro di cultura contemporanea del Comune di Perugia). Dicevamo prima dell’entusiasmo e delle reti di relazione che inquadrano il festival in uno scenario positivo ed equilibrato: la città di Foligno - che da alcuni anni a questa parte ha evidentemente investito nella riorganizzazione e rifunzionalizzazione di molti spazi urbani - si configura come un luogo ideale per una manifestazione dinamica e innovativa come Young Jazz. 
Guidi e Petrella
Lo hanno dimostrato le varie location che hanno fatto da sfondo ai concerti e ai tanti eventi con cui è stata integrata la programmazione musicale. Innanzitutto le piazze - che assurgono con sempre più evidenza a simboli forti e rappresentativi dell’identità urbana folignate - e poi i locali e i luoghi del centro storico (la Terrazza Liberty, il Relais Metelli, Palazzo Trinci, El Barrio Social Club, l’ex Cinema Vittoria, l’Osteria Scantafavole, l’Umami Bar, il Parco dei Canapè) e soprattutto di via Gramsci, dove si congiungono, attraverso un ideale percorso jazzistico, Palazzo Deli, la Lumaca Ubriaca, piazza don Minzoni, la Taverna del Rione Ammanniti e l’Auditorium San Domenico, tutti teatro di eventi organizzati ad hoc. L’Auditorium ha ospitato i nomi probabilmente più altisonanti della manifestazione, attraverso le esibizioni dello Jacob Bro Trio, dell’Enrico Rava New Quartet (entrambi giovedì 22), di Bobo Rondelli e L’Orchestrino (venerdì 23) e, nella serata di sabato 24 maggio, il duo Soupstar, formato da Giovanni Guidi (piano, fender rhodes) e Gianluca Petrella (trombone, effetti). 
Jazz In The Box
Rava - che, come accennato, aveva inaugurato nel 2005 la prima edizione del festival - ha presentato il suo nuovo ensemble, formato da tre giovani musicisti (Francesco Diodati alla chitarra, Gabriele Evangelista al contrabbasso ed Enrico Morello alla batteria) che hanno ben rappresentato alcuni dei nuovi orizzonti del jazzismo internazionale che coincidono con la visione di Young Jazz. In questa nuova formazione la tromba dialoga soprattutto con la chitarra, la quale interviene spesso in contrappunto e soprattutto nelle parti più melodiche dei brani, quelle apparentemente meno estemporanee. All’Auditorium il New Quartet si è esibito con una narrazione senza sosta, dinamica e spesso roboante, nel flusso della quale la tromba frustata di Rava amplificava gli spettri sonori degli altri strumenti, generando un suono compulso e avvolgente. L’impressione più forte, l’immagine cui rimanda l’esperienza della performance del New Quartet, è quella di una musica esplosa dietro la tromba di Rava. Solo quando questa si asciugava, infatti, riusciva a emergere una melodia diversa (nel timbro soprattutto, ma anche nella struttura), nella quale allo stesso tempo si sovrapponevano dei fraseggi oscillanti tra aperture armoniche (famigliari anche a un pubblico meno jezzofilo) e una convergenza (mai forzata) nello stile fluido e composto del maestro. 
Orchestrino
All'inizio di ogni brano Rava scandisce il ritmo rivolto alla band, saltellando sui piedi e seguendo i movimenti della sua mano destra , di cui fa schioccare pollice e medio. I musicisti si aggrappano a quelle due dita oscillando le teste, per poi partire in fuga e all’unisono. La sintonia è perfetta, la dinamica di tutti gli strumenti è attentamente coordinata e il tocco di Rava, cui fa eco una chitarra spesso squillante ma al tempo stesso morbida e profonda (che a volte sembra addirittura una tromba, per come interviene ad allungare le note di Rava, trasformandole in uno strascico che si sviluppa senza soluzione di continuità), si diffonde come una lunga corda tesa per tutto l'Auditorium. A onor del vero - e se è vero che i “nomi”, oltre a essere (come in questi casi) sinonimo di qualità, servono a far confluire l’attenzione del grande pubblico - il programma di Young Jazz si è distinto per due elementi. In primo luogo la qualità delle proposte non solo musicali, ma anche maturate nell’interazione con tematiche sociali, teatro, gastronomia, eccellenze territoriali, media. Tra questi ricordiamo il “Jazz Zone”, un progetto di sinergie con le attività commerciali del centro storico di Foligno; il “Jazz Community”, grazie al quale è stata data voce alla disabilità fisica e mentale attraverso il concerto della Liberorchestra e lo spettacolo teatrale dei Giezzisti.3; lo “Young Food”, la definizione, cioè, di uno spazio di convergenza tra la ristorazione, la performance e gli allestimenti. In secondo luogo per il “coraggio” di presentare un ventaglio molto ampio (e di evidente matrice internazionale) di interpretazioni del jazz. 
Sao Paolo Underground
In questo quadro rientrano quasi tutte le performance che si sono susseguite durante i dieci giorni della manifestazione, ma vanno senz’altro citate quelle dei Tetraktis (ensemble di percussionisti che si è esibito sabato 17 con Michele Rabbia in un concerto con strumenti di vetro), dei Sao Paulo Underground feat. Mazurek/Granado/Takare (hanno suonato domenica 18 proponendo un’interessante convergenza di free jazz, elettronica, rumoristica e ritmi brasiliani), della poliedrica Carla Bozulich (si è esibita giovedì 22 accompagnata da John Eichenseer, alla viola, basso ed elettronica, Adrian de Alfonso alla chitarra e Andrea Belfi alla batteria), del Dinamitri Jazz Folklore. Quest’ultimo ensemble - che ha all’attivo vari dischi realizzati in collaborazione con artisti di rilevanza internazionale, come il clarinettista Tony Scott, il poeta Sadiq Bey e Amiri Baraka (recentemente scomparso), ed è formato da Dimitri Grechi Espinoza al sax alto, Beppe Scardino al sax baritono, Emanuele Parrini (violino), Paolo “Pee Wee” Durante (hammond, tastiere e live electronics), Gabrio Baldacci (chitarra elettrica), Andrea Melani (batteria), Simone Padovani (percussioni), Piero Gesuè (voce) - ha portato a Young Jazz le suggestioni del suo recente viaggio in Mali, dove si è esibito al Festival au Désert di Timbuktu. Ciò che, oltre l’avanguardia musicale e la visione innovativa d’insieme, è emerso dal festival, è senza dubbio l’interazione con gli utenti. 
Tetraktis
Un’interazione immaginata più o meno nel solco di questo interrogativo: come integrare la partecipazione alla manifestazione (nei luoghi dove la manifestazione si svolge) e la convergenza di interesse sui singoli eventi anche da parte di utenti che non si trovano in loco? Non solo attraverso i social network, ai quali ognuno poteva comunque accedere grazie al servizio di WiFi gratuito garantito nelle location del festival, ma tramite una specifica app, che è stata lanciata in occasione del decennale, attraverso la quale, oltre ad accedere a tutti i servizi “tradizionali” di informazione, è stato possibile seguire alcune integrazioni della programmazione. Ne è un esempio il “Secret concert”, con il Beppe Scardino Trio, che è stato annunciato proprio attraverso questa piattaforma multimediale e che i più affezionati hanno potuto seguire nella cornice della Terrazza liberty. Il festival si è concluso a Montefalco (una cittadina collinare poco distante da Foligno), in occasione della manifestazione itinerante Cantine aperte, dove si sono esibiti gli Hip da jazz!, un’interessante formazione composta da Millelemmi (rap, DJ & special fx), Alien Dee (beatbox), Michele Papadia (keys) e Stefano Tamborrino (drums). Seguendo alcuni passi della presentazione di questo progetto, si scopre fino in fondo l’elasticità della proposta complessiva di Young Jazz: “L’hip hop si fa erede del jazz, come pronosticò con lungimiranza il grande Miles Davis già agli inizi degli anni ’90” ed “è sufficiente addentrarsi un po’ nella materia per scoprire che le analogie fra questi due generi sono invece molteplici, non per ultima la medesima radice culturale africana”. 


Daniele Cestellini

Walter Beltrami, Auditorium Parco Della Musica, Teatro Studio, 24 Maggio 2014

Segnalatosi come una delle più belle sorprese discografiche dell’anno nella scena jazz italiana, “Kernel Panic” di Walter Beltrami è senza dubbio un disco di grande spessore non solo dal punto di vista concettuale, essendo stato ispirato dalla metafora del fatal error informatico come crash di un sistema sia esse personale, artistico o creativo, ma anche sotto il profilo prettamente musicale essendo caratterizzato da un alta qualità della scrittura dei singoli brani e dalla eccellente esecuzione degli stessi. Laddove dall’ascolto del disco emerge chiaramente lo stato di grazia creativa di Beltrami, ancor di più sul palco è possibile cogliere tutte le sfumature compositive di questo lavoro. In questo senso rivelatore è stato il concerto di presentazione di “Kernel Panic” tenuto dal chitarrista bresciano in quello che potremmo definire il tempio del jazz romano, ovvero il Teatro Studio dell’Auditorium Parco della Musica di Roma. 
Accompagnato da una band stellare composta da Francesco Bearzatti al sax, Giovanni Falzone alla tromba, Danilo Gallo al basso e Stefano Tamborrino alla batteria, Walter Beltrami ha dato vita ad una performance coinvolgente in cui è stato possibile cogliere tutta l’originalità del suo percorso di ricerca sonoro volto non solo alla sperimentazione sul linguaggio chitarristico, ma anche alla valorizzazione dell’interplay con gli altri strumentisti.  Spaziando da brani tratti dal disco precedente “Paroxysmal Postural Vertigo” ai brani cardine di “Kernel Panic”, si percepisce chiaramente come Beltrami non vincoli i propri brani alle versioni in studio, ma piuttosto li consideri un vero e proprio laboratorio a cielo aperto, un continuo work in progress, segno evidente di una invidiabile vitalità creativa.
In questo senso fondamentale è tanto l’apporto di Bearzatti al sax e di Falzone alla tromba i quali giganteggiano nel dialogo con la chitarra e negli spaccati solistici, quanto quello della straordinaria sezione ritmica composta da Gallo e Tamborrino che non fanno assolutamente rimpiangere Stomu Takeishi e Jim Black. Sul versante dei brani tratti dal lavoro precedente spiccano l’art-wave dell’iniziale “BPPV”, la riflessiva “What Is”, e la più sperimentale “#2”, ma è con i brani tratti da “Kernel Panic” che si assiste a momenti di grande jazz. E’ il caso di “Odd Dogs” con le sue influenze rock e i licks hendrixiani della chitarra di Beltrami a condire il tutto, o della sontuosa “Jeopardity” eseguita in trio con il supporto della sola sezione ritmica, o ancora la visionaria “Skin” in cui si viaggia in una New Orleans del futuro trascinati da un travolgente climax strumentale. Di pari intensità sono poi anche l’introspettiva “Mind The Mind”, l’eclettica “Doctor D”, condita da cambi tempo e da una ritmica superba, e la scintillante “The Envisioner” in cui brilla tutta la tecnica chitarristica di Beltrami. A suggello di un concerto davvero intensissimo arriva il bis “Seamont's Manoeuvre” in cui brilla tutta la compattezza sonora del progetto artistico di Beltrami, che, siamo certi, non mancherà di regalarci altre sorprese nel prossimo futuro. 



Salvatore Esposito

Mauro Neri, Un Palcoscenico Per Due, SquiLibri 2013, pp.90, Euro 10,00

Giornalista e scrittore, ben noto per la sua copiosa produzione letteraria dedicata al mondo dell’infanzia, Mauro Neri ha di recente dato alle stampe per SquiLibri il gustoso volume “Un Palcoscenico Per Due”, un racconto didattico per bambini nel quale emergono valori importanti come l’amore e il rispetto per gli animali, ma anche la passione per la musica. Protagonisti sono la giovane cantante lirica Jessica Pratt, e il suo cagnolino, Federico Da Monfeltro, per gli amici Fede, che sfugge al destino crudele di piccolo ed indifeso randagio, accolto dal centro di accoglienza “Progetto Quasi”. Piccolo e sofferente per la vita difficile condotta fino a quel momento, Fede, viene adottato da Jessica e da dopo una prima fase di studio reciproco, tra loro sboccia una grande amicizia. Insieme alla giovane cantante lirica, Fede gira il mondo, i teatri ogni sera diversi, fa capolino di tanto in tanto nei camerini, la osserva e la ascolta incantato mentre canta, godendosi le coccole, ma anche sostenendola in momenti difficili come le audizioni. Ogni giorno che passa diventano necessari l’uno all’altro, ed in questo senso particolarmente riuscita ci sembra la scelta narrativa del racconto a due voci. Jessica tiene un diario personale in cui racconta passo passo il rapporto con il suo cagnolino, mentre per il suo giovane amico l’autore sceglie di interpretarne i pensieri e le sensazioni, e lo fa sempre con grande tenerezza e sensibilità, ora nel raccontare i brutti momenti trascorsi da randagio in strada, ora nel cogliere l’affetto di cui lo avvolge la sua padrona. Ad impreziosire in modo determinante il racconto sono le belle illustrazioni di Pia Valentinis, ma soprattutto le schede didattiche di Paola Pacetti, che riprendendo i riferimenti musicali citati nel racconto conducono il piccolo lettore alla scoperta del mondo della lirica. “Un Palcoscenico Per Due” è insomma un libro splendido che non dovrebbe mancare nella biblioteca di chi ha dei bambini, la sua lettura li sensibilizzerà all’amore verso gli animali, e ne stimolerà la curiosità verso la lirica. 

Salvatore Esposito

The Elephant Revival - The Changing Skies (Itz Evolving Records, 2013)

Direttamente da Nederland, Colorado ci arriva la musica pastorale e bucolica degli Elephant Revival che con il loro quarto disco “The Changing Skies”, mettono a segno un lavoro inciso in modo ineccepibile dal punto di vista tecnico, nel quale spicca tutta la capacità di questo di questo combo di musicisti e cantanti di suonare strumenti diversi, ed armonizzare le voci in modo straordinario. Le sessions si sono svolte presso il Bear Creek Studio a Woodville, nei pressi di Seattle, e risentono della particolare atmosfera che si respira in questo meraviglioso luogo di musica, ricavato all’interno di una fattoria dello secolo scorso, trasformata in un posto ideale per quanti desiderano mettere a fuoco il loro processo creativo. A riguardo vi consiglio di farvi un giro sul sito dello studio (http://bearcreekstudio.com/), per capire in che luogo quasi fatato è nato questo disco. Uso l’aggettivo fatato in quanto utile definire il posto in cui ha preso vita questa produzione di nicchia, elegante, che ha le potenzialità non solo per essere un prodotto di alto livello culturale, ma anche di avere un suo mercato. In Italia tutto ciò può apparirci come un sogno, una chimera, ad appannaggio esclusivo di qualcuno che ha già le spalle coperte. E invece... Ecco una musica ricca di pathos acustico e variegata di riferimenti ora al folk scozzese, ora alla irish music che emergono in suggestive vibrazioni all’interno della stanza dove di solito ascolto i dischi. Non conoscevo l’esistenza di questo gruppo, ma mi piace il loro approccio ricco di dinamiche e di chiaroscuri. L’episodio strumentale dominato dal violino “The Rakers”, le canzoni cantate dai vari membri sono allo stesso tempo semplici e profonde, e non è cosa da poco. I musicisti suonano molto bene e cantano meglio, e colui che li ha registrati e prodotti è stato capace di rispettare il racconto delle canzoni e di lasciarli liberi di esprimersi. Certo emergono chiaramente tutti i loro punti di riferimenti musicali, i loro ascolti, e i loro numi tutelari, e ritengo sia giusto così. C’è senza dubbio un rimando al songwriting di Paul Simon con quella “Spinning” che ricorda piuttosto da vicino “Hearts And Bones”, ma si tratta di un dettaglio, perché ogni brano vive di vita propria, e della sua importanza precipua. Ottimo è stato lavoro di mixaggio, ed ancor più quello di masterizzazione che aggiunge profondità alla musica, donando volumi che in genere si perdono, soprattutto in Italia. Gli strumenti ad arco la fanno da padrone su “Down To The Sea”, aggiungendo un sapore cinematico alla musica, una ombra di mistero soave e luminosa come una notte di luna piena. In questo disco c’è musica moderna e allo stesso tempo senza tempo, qualcosa che può migliorare una giornata in modo sorprendente. Ve lo consiglio caldamente.



Antonio "Rigo" Righetti

mercoledì 21 maggio 2014

Numero 152 del 21 Maggio 2014

Navighiamo lungo il Mare Chiuso in questo numero 152 di Blogfoolk. Dal porto di Genova dove vi parliamo della mirabile arte vocale del trallalero, e di chi come i Raccögieiti di Via Luccoli, coordinati da Franco Sacchi, ne custodiscono memoria e pratica, viriamo verso sud, approdando in Sicilia, per presentare “Suttaterra” dei Pupi Di Surfaro. Ma è già tempo di prendere il largo verso Levante, per toccare il mondo ebraico-sefardita della cantante di lingua ladina Mor Karbasi, il cui “La Tsadika” è il Consigliato Blogfoolk della settimana. Raggiungiamo l’isola di Cipro, dove incontriamo i Monsieur Doumani, intervistati in occasione della pubblicazione del loro nuovo album: una fresca novità nella mappa sonora world. Non sembri una forzatura che il nostro viaggio – che è anche emozionale – giunga poi nel Paese più mediterraneo del Nord Europa, l’Irlanda, per scoprire i Goitse, giovani effervescenti propugnatori di Irish traditional music, di cui presentiamo il CD “Tall Tales & Misadventures”, in uscita in questi giorni. Da ultimo tocchiamo gli States con C. Daniel Boling, songwriter del New Mexico, del quale presentiamo il recente ”Sleeping Dogs”, prodotto da Jono Manson. Dal nostro scaffale abbiamo selezionato un volume di saggi accademici dedicati al mondo delle bande, si intitola “Brass Bands Of The World: Militarism, Colonial Legacies, and Local Music Making, è curato da Suzel Ana Reily e Katherine Brucher, e pubblicato per la collana SOAS Musicology dell’editore britannico Ashgate. C’è ancora tempo per un tuffo nel jazz con “Identity” degli Hippie Tendencies e, naturalmente, per il consueto Taglio Basso di Rigo, che questa volta mette sul piatto gli italiani Radio King.

Ciro De Rosa
Direttore Responsabile di www.blogfoolk.com


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L'immagine di copertina è un opera di Donatello Pisanello (per gentile concessione)