Paolo Angeli & Hamid Drake – Dëğhė (Le Arti Malandrine/Rer Megagroup, 2014)

“Dëğhė” di Paolo Angeli e Hamid Drake è un disco live registrato al teatro Montiggia di Palau (OT), alla diciassettesima edizione del festival Isole che parlano. Si tratta di un album deciso: una performance che inizia e arriva in fondo. I cui elementi vanno compresi dentro il suono prodotto dall’interazione di due musicisti su un palco. Una performance diretta, dicevo, che si articola in due tempi principali. Il primo attraversa i primi sei brani, accomunati da un andamento ritmato anche se declinato attraverso soluzioni differenti. Il secondo è introdotto, dopo un applauso che è anche un intervallo, con “The many faces of the beloved”, un brano teso da un rumore di corde sfregate, un rullo cupo di tamburi e il canto melismatico di Drake. Chi conosce la produzione e lo stile del batterista e percussionista Hamid Drake sa che, quando c’è lui, si parla di jazz. Anche se di una forma di jazz più estesa di quella tradizionale, che include improvvisazione, reggae, world music, caribbean styles, sonorità afro-cubane, in uno stile che definirei leggero, leggiadro, nel quale si avvertono gli echi di un background americano (ha suonato, tra gli altri, con Herbie Hancock, Don Cherry, Rob Brown e Scott Fields, e fondato, con Foday Musa Suso e Adam Rudolph, il collettivo Mandingo Griot Society). Chi conosce, invece, Paolo Angeli sa che, con lui, si entra in un quadro strutturalmente sperimentale, anche se radicato nelle tradizioni espressive sarde. Un quadro musicale caratterizzato in larga misura – oltre che da una visione evidentemente personale e originale, aperta e informale – dalla sua “chitarra sarda preparata” (modificata da Angeli fino a divenire un nuovo strumento). Anzi possiamo dire, un po’ come fanno tutti, lasciandoci trasportare dall’impressione che suscita questa chitarra ingrossata, che il lavoro di Angeli – il quale ha alle spalle una ricca discografia e un percorso musicale ed etnomusicale lungo che, ai tempi in cui studiava al DAMS di Bologna, lo ha portato anche a confrontarsi con Roberto Leydi proprio sui repertori musicali della tradizione popolare sarda – si riflette in pieno nella struttura della sua chitarra. Si tratta di un lavoro composito, profondo, i cui risultati sono sempre molto “performativi”. E non può non essere così, visto che quella chitarra si suona con tutti e quattro gli arti e che restituisce una gamma timbrica molto estesa, grazie alle corde sospese sopra alle sei tradizionali e alle otto corde trasversali, tenute con un ponte mobile e una mano meccanica, le quali, azionate da due eliche posizionate dentro la cassa armonica, producono un bordone brillante. Non solo, la chitarra preparata ha anche una sezione ritmica e una rumoristica (di “musica concreta”). Al ponte sono infatti fissati dei martelletti da pianoforte – che percuotono le corde e si azionano con due pedaliere – e il “mollofono”, un struttura composta da corde di sitar e molle (“la parte punk e povera dello strumento”). In “Dëğhė” questa complessità organologica si sviluppa attraverso nove tracce piacevolmente sofisticate (“Joga”, la cover di Bjork ne è un buon esempio). Nelle quali si definiscono i contorni di un dialogo aperto con il drum set di Drake e nelle quali, soprattutto, si riconosce un impianto jazzistico attraverso lo sviluppo dei temi (“Soffio”), gli unisono e la definizione di melodie articolate (“Transiti”). Di questo impianto molto è legato ai movimenti della chitarra, che genera melodie e armonie, ma anche tracce di ritmi. Questi ultimi sono rinforzati dalle interpretazioni febbrili di Drake, il quale estende con originalità – e con interventi molto elaborati che spesso si trasfigurano in vere e proprie aperture che anticipano i crescendo dei pezzi (“Raffia”) – il tema principale del brano, che attraversa elasticamente la parabola tradizionale: dal prologo (accennato, di atmosfera) al finale (più deciso e chiaro, risolutivo anche se riflessivo), attraverso un vertice (pieno, ricco di suoni sovrapposti) nel quale i due autori esprimono in pieno i legacci tra le loro visioni (“Scampoli di Corsica”). 


Daniele Cestellini