Renat Sette/ Elva Lutza – Amada (Autoprodotto, 2014)

Il duo sardo Elva Lutza, ottimo punto di congiunzione tra tradizione popolare ed improvvisazione di matrice jazzistica, e il carismatico cantante nizzardo Renat Sette fermano in un disco la loro lunga frequentazione, iniziata nel 2012 al Salone del Libro di Torino e proseguita attraverso numerosi concerti che hanno condotto ad un affinamento empatico e ad una oculata scelta dei materiali. Se la base di partenza del sodalizio è stata l’esplorazione di repertori sacri e paraliturgici delle due aree di provenienza, Sardegna e Provenza, nel tempo i musicisti hanno costruito con “Amada” un programma più articolato, che supera l’elemento religioso, andando a pescare soprattutto nel vasto corpus di canti raccolti dal musicista-folklorista-muratore provenzale nel suo lungo percorso di ricerca nelle espressioni del canto di tradizione orale nel territorio dell’Alta Provenza. Musicista poliedrico, Renat Sette si muove da sempre a cavallo della “trad-innovazione”: lo abbiamo visto in progetti accanto a Patrick Vaillant, a Maurizio Martinotti in Dòna Bèla o ancora dividere la scena con il cantante bretone Yann-Fanch Kemener. Ciò detto, quella tra Elva Lutza e Sette è una condivisione di intenti che non deve sorprendere, considerate anche la propensione di Sette – cantante dal timbro caldo e dal registro vocale multiforme – a lavorare sulla voce sola, a cappella, e la cifra minimale del duo composto da Gianluca Dessì (chitarra e mandola) e Nico Casu (tromba, mellofono, voce), che unisce lo studio approfondito degli stili chitarristici del miglior folk progressivo europeo, in primis britannico (ma senza dimenticare personaggi come Pierre Bensusan), con la pienezza lirica dei fiati di Casu. «Un disco spontaneo, onesto ed azzardato», lo ha definito Dessì nel corso di un mio incontro cagliaritano con i musicisti lo scorso ottobre. Spontaneità nel confrontarsi, onestà nel proporsi con voci nude e strumenti acustici, azzardo nel dare nuova forma a canti antichi, senza cedere ad arrangiamenti ammiccanti o a scelte sofisticate. Dunque, tre aggettivi nei quali è racchiusa la ricetta del trio, che l’ascoltatore non faticherà a riconoscere, condividendoli, una volta ascoltate le dodici canzoni dell’album, a partire dalla tragica apertura di “Bèla calha”. Si cambia registro con il canto satirico nuziale “La vièlha”, dove le nitide frasi di Casu ricamano o fanno da contraltare a Renat. “Amada giuventude” è il primo brano sardo del disco, una celebre serenata, qui riproposta per coppia di voci. In “De vent en vent”, si racconta di un giovane che grazie al vento scopre il suo talento di muratore della pietra a secco (proprio come Renat Sette). Siamo di fronte ad un magnifico brano vocale con la partecipazione della cantante catalana Ester Formosa (già collaboratrice nel fortunato esordio degli Elva Lutza) e l’elettronica discreta di Frantziscu Medda aka “Arrogalla”, dub-producer sardo, che ha messo insieme «i paesaggi sonori degli stagni di Cabras e quelli della Camargue: eco-sistemi molto simili», mi ha raccontato ancora Dessì. Tocchi di Andalusia in “Lo promeirenc principi”, mentre la vicenda della bella “Loïson” non è altro che è la storia di ogni guerra e delle violenze perpetrate nei confronti delle donne. Splendide note scaturite da una cristallina mandola e dalla voce austera e possente di Sette ne “La filha dau ladrier”, storia di una ragazza che si addormenta ai piedi di un albero mentre va a raccogliere le olive. Sopraggiunge un cavaliere che la corteggia ma lei lo allontana: potrebbe essere stata contagiata dalla lebbra da cui è affetto il papà. Arriva poi un sentito omaggio a Maria Carta con “Maire Nostra”, che poi è “Ave Mama ‘e Deu”, a sua volta derivante dal gregoriano “Ave Maris Stella”, cui Renat ha aggiunto due strofe in provenzale. Anche qui il tocco dosato di elettronica di “Arrogalla” aggancia alla contemporaneità sonora l’ascoltatore. Magnifico, davvero! La coppia di canzoni successive ha ancora fanciulle per protagoniste: si parte con il classico “Au pont de Mirabèu”, cui segue “La bèla Margoton”. Invece, il tema miracolistico si presenta con la “Bèla Viergi coronada”, con ancora la presenza di Ester Formosa, in cui sono centrali le voci e la tromba, che agisce da quarta voce; si narra di tre ragazze che vogliono fare una novena alla Vergine, la cui statua è però scomparsa dall’altare della cappella. Ritornando verso il mare, vedono la Madonna arrivare dopo aver salvato dei marinai che stavano annegando. Degna conclusione del disco è “A la guèrra”, linee essenziali di tromba ad accompagnare la voce di Renat, mentre la parte strumentale per chitarra è una trasposizione della “corsicana”, uno dei moduli tipici delle gare di canto a chitarra sarde. In attesa di una distribuzione nazionale del disco e dell’inserimento sulle piattaforme digitali, cercatelo contattando elvalutza@elvalutza.it oppure contact@renat-sette.com


Ciro De Rosa