Posteggiatori Tristi - E Nulla Cambierà (Mad Ent. & Soda Sciarappa/Goodfellas, 2014)

A partire dalla posteggia napoletana - un’espressione canora e musicale tradizionale e, allo tesso tempo, contemporanea, proposta in forme che variano in base agli esecutori (spesso trascinati da un’interpretazione folcloristica) nei luoghi (trattorie, pizzerie, ristoranti) e in occasioni speciali (matrimoni, serenate) in cui la gente si riunisce - i Posteggiatori Tristi ci indicano una prospettiva interessante. Sia sul piano della relazione con la tradizione, del contatto con i temi e le arie più popolari e diffuse, sia sul piano dell’interpretazione. E lo fanno raccogliendo tredici canzoni in “E nulla cambierà”, un primo disco dall’impianto originale, nel cui titolo evidentemente dissacrante troviamo già informazioni sul carattere, l’approccio e la “natura” di questa banda napoletana di recente formazione (ma che ha già collezionato una bella performance con Vinicio Capossela al Teatro Bellini di Napoli nel 2011, alla quale è seguita, nel 2013, la partecipazione al CalitriSponzFest). Dicevamo tradizione e interpretazione. Quest’ultimo tema ci interessa di più, anche se i Tristi sono “a molla” (passano dalla posteggia nei ristoranti al teatro, fino agli spettacoli più “tradizionalmente” musicali) e hanno ben presente il profilo delle forme popolari da cui traggono principalmente ispirazione. La “loro” tradizione, però, non viene esibita, né tantomeno spiegata, impartita. Si ascolta la loro musica, si guardano le loro performance, si guardano i loro movimenti, il modo in cui occupano gli spazi e in cui “fanno” lo spettacolo, e si percepisce un fascio di informazioni che arriva dalle loro spalle. Come se ci fosse un imbuto dietro di loro, dal quale filtrano i passi, i rumori, gli scatti, le idee, le percezioni di una tradizione vivacizzata proprio perché loro le voltano le spalle (“Na voce na chitarra o poco e luna”). Se la caricano dentro qualche borsa, sotto i vestiti e le posture, le smorfie e i cappelli, e fanno il loro spettacolo. Senza mandolino e pizza, insomma. “A molla”, dicevo prima, ci aiuta a comprendere anche un altro aspetto che denota l’opera del gruppo: i vari elementi che definiscono la matrice tradizionale di un repertorio da intrattenimento come quello della posteggia, si configurano come una specie di trampolino. Un elastico che lancia i Tristi in uno spazio rarefatto, poco (e meno male) riconoscibile e caratterizzato principalmente da una sorta di impostazione di strada, estemporanea (“A’ Sonnambula”). Un’impostazione che ce li riconsegna sporchi e irriverenti, e che dialoga con un’elaborazione musicale articolata, nella quale gli stessi strumenti utilizzati compongono una sonorità complessa (“Tiritera”, “Il Gatto”): clarinetto, contrabbasso, chitarra, fisarmonica, batteria. Lo sviluppo dei testi, inoltre (cantati e pieni di parole, raccontati, un po' in dialetto e un po' in italiano, in un’unica lunga storia narrata, dettagliata, descrittiva), si configura come l’elemento centrale, dal quale irradiano le figure, oltre ai suoni (“Piccolissima Serenata”). E forse rimane anche l’elemento più riconoscibile, riconducibile a una tradizione di musica teatrale, di musica comica (come ci dicono loro stessi, la strada che hanno trovato è quella “comico-clownesca”. La loro canzone napoletana è “riveduta” e soprattutto “scorretta”, come il titolo di uno dei loro spettacoli). Si può anche dire, in fin dei conti, che si tratta di “spettacolo”, di performance articolata, di produzione performativa, in cui si parla, si canta, si suona e si inscena. E in cui si poggia su una struttura che è stata evidentemente costruita dagli attori e dai musicisti, ma che rimane sostanzialmente morbida, elastica, agile, e si arricchisce nel processo di interazione con l’altro grande elemento della scena: il pubblico. 


Daniele Cestellini