Karolina Cicha & Spółka – “Wieloma Językami // 9 Languages” (Fonografika, 2014)

Porta in scena una Polonia culturalmente plurale e multilingue Karolina Cicha, compositrice, cantante, polistrumentista e attrice teatrale (formatasi al prestigioso teatro Gardzienice), originaria della Podlachia, nel nord-est del Paese. Le nove lingue a cui si deve il titolo sono quelle cantate da Karolina: polacco, bielorusso, lituano, ucraino, russo, tataro, rom, idiomi delle comunità che abitano questa terra di confluenze, ai quali si aggiungono yiddish ed esperanto. Prima del tragico secondo conflitto mondiale era presente una consistente comunità ebraica, mentre – sarà stata l’influenza della storica pluralità etnica della regione? – nella città di Białystok nacque Ludwik Lejzer Zamenhof, considerato il fondatore dell’esperanto (nella ghost track del disco Karolina reinterpreta in esperanto il salmo 23 della Bibbia, in una veste musicale tutta da scoprire …). Siamo di fronte ad un’altra significativa rappresentante della scena musicale nu-trad polacca che si dimostra sempre più vivace, eterogenea ed innovativa. Karolina è stata già insignita del “Gran Prix” e del premio del pubblico al festival Nowa Tradyizja, concorso organizzato dalla Radio Nazionale Polacca. “Wieloma Językami” nasce dalla collaborazione tra Cicha (voce, fisarmonica, tastiere, baglama, loop, campionamenti) e il brillante polistrumentista Bart Pałyga (morin khuur, mandolino, fujarka, canto armonico, scacciapensieri, duduk, percussioni); lo strumentario della coppia si allarga coinvolgendo Mateusz Szemraj (ūd, dotar, cimbalom), Martha Sołek (gadulka, violino tradizionale di Płock), Piotr Jantec (tuba). Con spirito aperto, la cantante abbraccia stili vocali tradizionali come il cosiddetto “canto bianco” dell’area polacca orientale, caratterizzato da un’emissione acuta a gola aperta, il falsetto di estrazione classica e i modelli canori di matrice blues e rock. Il duo mette in campo un ampio campionario di influssi strumentali e timbrici. Per farvene un’idea, ascoltate l’iniziale canzone lituana “Pas Mocinieli” e la successiva “Za Rieczkaju”, che è un potente fusione di acustico ed elettronico. Difficile restare indifferenti. Seguitando, eccoci alle trame acustiche di corde percosse, sfregate e pizzicate, fisarmonica e percussioni che si intrecciano nella ballata d’amore ucraina “Oj u poli”. Invece, “Luba” e “Sul Sulay” ci trasportano, rispettivamente, nel mondo musicale rom ed in quello tartaro. Ha un colore particolare “Białystok majn hejm”, un lamento in yiddish del poeta Mordechaj Gebirtig, scritto nel 1939, subito dopo la conquista nazista della città. Evocativa con l’insieme di canto accorato, fisarmonica, duduk e violoncello elettrico l’altro canto yiddish, “Ałe”, su musica scritta da Karolina. Ancora passaggi lirici nella canzone russa “Koń”, cui segue un bel medley di melodie tradizionali della regione di Kurpie. Il timbro inconfondibile del cordofono mongolo moorin khuur e il canto armonico di Pałyga, che accompagna i vocalizzi di Cicha, richiamano ancora le steppe da cui arrivarono i cavalieri tatari al servizio dei re polacchi; una comunità di origine turcica ancora presente, seppure in numero esiguo, soprattutto nelle due località di Kruszyniany e Bohoniki, celebri per le belle e singolari moschee lignee e per gli antichi cimiteri. La conclusiva, lunga e incalzante “O Grzebaniu Umarłich”, musicata dalla cantante su liriche del tardo Settecento scritte da Franciszka Karpiński, e impreziosita da tocchi di ūd, ci riporta nella Podlachia di lingua polacca. Artista da conoscere, assolutamente! 


Ciro De Rosa