Ars e humanitas dei Castagnari. La parola ai musicisti

Girare attraverso la Penisola per incontrare celebri organettisti fedeli agli strumenti Castagnari, da un lato significa raccogliere scelte che riconoscono passione, perizia, capacità di sperimentazione, dall’altro è un rannodare i fili della memoria, come per Roberto Tombesi, il leader di Calicanto, che racconta: «Per me parlare dei Castagnari, significa riallacciarmi alla mia parte marchigiana e alla mia adolescenza, quando da Padova si partiva all'inizio dell’estate per lunghe vacanze dai numerosi parenti seminati tra Fano, Ancona e i Castelli di Jesi. Sulla credenza del soggiorno di zia Beda a Fano troneggiava tutte le estati l’organetto de nonno, marchingegno affascinante per noi pischelli che però “nun se poteva toccà”, nonostante il nonno fosse in paradiso da tempo. La volta che mi fu concesso di imbracciarlo fui stregato da un odore buono di legno e di musica e da uno straordinario intarsio di madreperla. Questa immagine l’ho portata a lungo con me, così quando, stregato dal folk revival, giunse l’ora di fare sul serio con la musica, non ebbi dubbi: l’organetto sarebbe divenuto il mio strumento. Il primo organetto me lo procurò zio Diego attraverso una sua conoscenza a Castelfidardo ma non lo tenni a lungo perché intanto si era sparsa la voce che a Recanati c’era una ditta che aveva ripreso a fare organetti ispirati a modelli antichi ma con accorgimenti tecnici ed estetici innovativi. 
La visita alla ditta fu per me, come per tanti colleghi in seguito, semplicemente straordinaria. Sarà per una innata simpatia per il dialetto marchigiano e le cadenze della zona, sarà per l’accoglienza familiare, la passione e la competenza di Mario, Bruno, Massimo, Sandro, Corrado e tutti gli altri, nacque nel tempo una bella sintonia e amicizia a base anche di una buona dose di risate, che si è irrobustita negli anni fino a consolidarsi durante le varie edizioni del festival di Rovigo “Ande Bali e Canti” a cui i Castagnari partecipano ancora oggi in qualità di espositori. Di quella prima volta a Rione Castelnuovo conservo ancora un vissuto organetto modello Nik che elaborai personalmente con intagli e inserendo una mascherina di metallo traforato: un vezzo che poi i Castagnari assecondarono anche in strumenti successivi. C’è poi un aneddoto particolare è legato agli inizi degli anni Novanta quando proposi a Massimo e Sandro di costruirmi un organetto quasi blasfemo per il loro credo: un 3 file e 18 bassi in celluloide blu. Adoro il legno, quando posso lo maltratto con qualche sgorbia ma in quel momento stavo preparando un concerto con elementi teatrali sulle musiche da ballo degli anni Trenta e così, anche per uscire un po’ dagli schemi, mi ero fissato sulla celluloide, a quel tempo di gran moda. Sappiamo tutti quanto i Castagnari tengano ai loro caratteristici strumenti in legno massello ma in quella occasione si dimostrarono davvero degli amici e nonostante qualche perplessità alla fine mi accontentarono e partorirono il modello da me desiderato. Ancora adesso, scherzando, quando ne hanno l'occasione me lo rifacciano e allora io, giusto per vendicarmi, dico che: nonostante gli anni, le ferite di guerra, le meccaniche dei bassi non di “ultima generazione” quello rimane l’organetto che probabilmente preferisco sia come suono che come maneggevolezza». Dunque, ripercorrere la storia dell’azienda marchigiana è in una certa misura anche tracciare le vicende del folk revival europeo, quando a Recanati arriva il carismatico Marc Perrone. Riccardo Tesi rievoca quella fase di rinascita: «Tutti gli organettisti di oggi devono ringraziare Perrone per aver convinto, alla fine degli anni Settanta, la famiglia Castagnari a riprendere la fabbricazione dell’organetto, che avevano completamente abbandonato a favore della fisarmonica. 
La loro competenza nella costruzione della cromatica, ben più complessa, ha permesso di avere finalmente strumenti di altissima qualità, come mai se n’erano visti all’epoca, con un’estetica moderna e raffinata. Immediatamente sono diventati il modello di riferimento ed hanno conquistato il mercato mondiale tanto da costringerli ad interrompere la fabbricazione delle cromatiche in favore degli organetti per poter soddisfare l’enorme richiesta. Nella mia stanza da lavoro tengo bene in vista una foto con Mario Castagnari, il padre del mio organetto, colui che ha inventato e costruito il mio prototipo 16 bassi con cui ho registrato i miei dischi più belli e che da sempre caratterizza il mio suono. Mario purtroppo ci ha lasciati qualche anno fa e mi manca tantissimo ma per fortuna il suo lavoro è ora saldamente nelle mani dei figli , dei nipoti, di tutta questa grande e meravigliosa famiglia che ha scritto e continua a scrivere la storia dell'organetto nel mondo. Da quando, nel 1980, ho imbracciato il mio primo Castagnari non ho mai suonato altri modelli perché li trovo i migliori e poi con questi meravigliosi artigiani si è instaurato un rapporto artista/costruttore ideale. Ogni volta che ho avuto delle esigenze particolari immediatamente si sono prodigati per soddisfarle, inventando accorgimenti speciali e modificando lo strumento con grande maestria e creatività». Proprio sulle orme di Tesi ha imbracciato il mantice il genovese Filippo Gambetta: “Ho iniziato a suonare l’organetto a 14 anni, a pochi mesi dalla folgorante scoperta del disco “Véranda” del duo Tesi-Vaillant. 
Il timbro dell’organetto e del mandolino mi intrigavano molto ed il loro accostamento mi pareva qualcosa di veramente originale. Mi dedico oggi (non a caso) ad entrambi gli strumenti e sento che l’amore verso il timbro di quell’organetto abbia come oggetto l’inconfondibile voce degli strumenti Castagnari. Parlare della fabbrica artigianale recanatese significa solcare la storia dell’organetto degli ultimi trent’anni. Identifico la voce degli strumenti Castagnari con la musica di Marc Perrone, Riccardo Tesi, Andy Cutting o Sharon Shannon (solo per citare alcuni dei più grandi interpreti di questo strumento)… per molti versi possiamo dire che la Stratocaster stia alla chitarra elettrica come “il Castagnari” stia all’organetto. In tutti gli album che ho realizzato e nei concerti dal vivo che tengo, suono questi strumenti e continuo ad apprezzarne il suono aperto e rotondo oltre alle meccaniche e ai materiali impiegati, di grande qualità”. L’humanitas dei Castagnari sembra essere il comune denominatore dei rilievi dei musicisti. Un altro “devoto” lo troviamo in Massimiliano Morabito, componente del Canzoniere Grecanico Salentino, con Donatello Pisanello, uno degli organettisti di punta della musica di Puglia, per tecnica e creatività: «La prima volta che visitai la ditta Castagnari, mi aspettavo di entrare in una grande fabbrica. Invece mi ritrovai in una piccola bottega accogliente e familiare. La straordinaria capacità di rimanere artigiani li rende unici, continuando a costruire strumenti fatti su misura per ogni specifica esigenza. Sono attenti a ogni piccolo dettaglio: dai legni scelti fra i tronchi trasportati per via fluviale che acquistano maggiore sonorità grazie alla minore presenza di resine, fino ad arrivare addirittura a curare l’aspetto prettamente legato all’odore dello strumento. Tra le tante qualità di questi strumenti, quella che a mio parere rimane fondamentale è l’unicità del suono che li rende riconoscibilissimi. Un suono cosi straordinario che anche molti fisarmonicisti (tendenti a sottovalutare le alte potenzialità espressive dell’organetto) vorrebbero trasferire sui propri strumenti. A tal proposito, i Castagnari hanno costruito anche una linea di fisarmoniche a sistema unisonoro a piano e a bottoni. 
Le loro innovazioni tecnologiche sono strettamente legate al contatto diretto con i musicisti che porta ad uno scambio continuo e costruttivo di suggerimenti e miglioramenti. Riguardo alla mia specifica esperienza l’uso di questi capolavori di alta liuteria è stato determinante nel modo di interpretare la musica tradizionale pugliese. Ero alla ricerca di un suono più contemporaneo e delicato ma anche deciso ed energico. Ho trovato nei Castagnari il giusto compromesso tra l’antico e il moderno. La morbidezza del mantice e il molleggio dei tasti permettono di suonare con maggiore precisione e dinamica repertori di musica tradizionale che si crede – erroneamente – siano destinati a una esecuzione approssimativa. Massimo e Sandro Castagnari mi hanno sempre detto: “In questi strumenti c’è parte della nostra anima” ed è proprio dal loro amore che nascono manufatti dalle vibrazioni vitali. È raro che l’anima dei costruttori si fonda con quella dei musicisti, ma con i Castagnari mi sento di dire che ciò è possibile. Con i modelli a otto bassi preferisco suonare il repertorio delle pizziche pizziche, poiché hanno generalmente un maggiore volume sonoro, adatto alle performance in acustico. Inoltre la leggerezza e maneggevolezza permettono una maggiore versatilità nelle tecniche della musica da ballo. Grazie alle alterazioni disposte sui primi due bottoni delle file interne ed esterne ho la possibilità di avere un’ ottava cromatica che mi permette di interpretare alcune tarantelle destinate al repertorio mandolinistico e violinistico. Con l’”Handry” dodici bassi invece suono i repertori che necessitano di maggiori complessità armonico-melodiche e tutte quelle melodie - che per questioni interpretative - suono senza l’uso dello “smanticiato”». Invece, cliente di “vecchia” data è Ambrogio Sparagna. Anche per lui il legame è anzitutto affettivo, prima con Mario poi specialmente con Massimo, oltre che connesso allo sviluppo di modelli di strumenti consoni al suo fare musica. Anche il maestro laziale richiama quel punto di snodo della rinascita dell’organetto in Italia sul finire degli anni Settanta. 
«Sia io che Riccardo (Tesi, NDR) avevamo un rapporto con un anziano costruttore, poi scomparso, che era Guerrini. Avevo cercato anche altri costruttori, ma diciamo che non c’erano state grandi sintonie. Conosciuto Marc Perrone, lui ci ha detto di andare da Castagnari: ho preso subito un loro organetto, con cui ho suonato sin dal 1978. Ho dato loro una serie di necessità che poi loro hanno tradotto in modelli particolari. Sicuramente un modello di grande successo è stato il “Roma”, modello di grande successo, perché era una sintesi di un rapporto speciale tra organetto otto bassi con una compattezza, agilità e una forma molto adatta soprattutto al repertorio della musica italiana. Nel mio caso mi aspettavo che l’organetto che mantenesse le scale diatoniche chiare, che fosse un modello standard, riconosciuto riproducibile: sono sempre stato contrario a prototipi per la mia ansia di creare letteratura musicale. Un’altra cosa che è stata fatta, è mettere le note alterate della scala nelle prime vocette. Ancora il lavorare sui registri, togliendo le terze dell’accordo e mettendo registri tutti neutri. Sono tutte cose nate da una necessità e che loro hanno tradotto in pratica strumentale. Non da ultimo, una recente grossa innovazione con due modelli in un unico strumento, ottenuto montando nelle casse interne soniere di due tonalità diverse. Cosicché alzando il registro si aziona la prima o la seconda. Il tutto nasce da una banalità: viaggiando in aereo, si può avere il problema di imbarcare più strumenti. Da qui la necessità di un modello che resta diatonico, perché su questo non si deve transigere: il taglio dello strumento a otto bassi due file. Per me che devo confermare un programma di diffusione della musica devo essere molto attento a questo aspetto». Da un maestro che ha fatto la storia dello strumento in Italia a un giovane e talentuoso innovatore, Simone Bottasso
Anche lui mette l’accento sul ruolo dei Castagnari «artigiani pure se calati in un meccanismo industriale. È molto bello che si spostino per partecipare ai festival, dove oltre all’esposizione fanno piccole manutenzioni. Anche portare direttamente gli strumenti ai musicisti, invece di spedirli. In nessun altro liutaio ho trovato un rapporto così intenso con i musicisti, l’interfacciarsi con loro per capire cosa funziona e cosa no di uno strumento, il mettersi in gioco per superare un problema o fare uno strumento su misura. Non da ultimo, lo spirito e la volontà di dare continuità allo strumento, renderlo al passo coi tempi. Ho iniziato con uno strumento Castagnari da studio, un otto bassi due file. Poi mi sono innamorato degli strumenti francesi della concorrenza, per poi tornare dai Castagnari, che si sono rivelati delle persone squisite, che oltre a darmi assistenza anche su strumenti che non erano i loro, si sono messi a disposizione, per trovare uno strumento adeguato per me. Ho un rapporto molto fisico con lo strumento, molto energetico, a tal punto da avere avuto problemi con gli strumenti. In passato ho perfino spaccato un paio di mantici e una volta durante un concerto mi sono trovato nel finale orchestrale con un pezzo del mantice in mano. Il frutto della loro ricerca legata anche al mio interesse e a quello di altri musicisti è stato il modello “Mas”, di cui sono molto soddisfatto e che vedo sempre più in giro. In questo strumento non c’è il basso profondo, grazie agli accorgimenti dei Castagnari, ovvero alla scelta dei legni delle soniere e alla loro disposizione all’interno: è importante lo spazio occupato dai sonieri nella cassa di risonanza perché è tutto spazio che si toglie alle vibrazioni. È uno strumento compatto, piccolo, che suona con una mano destra suono squillante e una mano sinistra bella potente, che poi il fatto di avere organetti con la mano sinistra così potente è la forza dei Castagnari. Un’altra caratteristica che ho richiesto è di avere una sordina contenuta all’interno. Di solito la mascherina, la parte che è davanti alla tastiera, da cui esce il suono della mano destra, è avvitata. Ho visto molti organettisti, tra questi Andy Cutting e Kepa Junkera che svitavamo il loro traforo. Dal momento che cerco un suono squillante, ho chiesto di costruire un affare con delle calamite in modo da poterlo smontare. Nella cassa di risonanza c’è una sordina che è estraibile e che all’occorrenza inserisco nella parte interna del traforo. Poi c’è la tastiera che è a scomparsa totalmente all’interno e non con i tasti a fungo. Così la tastiera è molto più agile e leggera, permettendomi di fare vari effetti come il bending (far scendere la nota di trazione)»
Dal nord-ovest, di nuovo al sud per concludere con la testimonianza di un altro “maturo” musicista, Mario Salvi: «Suono con i loro organetti dal 1981 perché gli strumenti sono anche belli; e poi è tale il rapporto che mi lega ai Castagnari da non poter immaginare di cambiare costruttore. Insomma, per me è come il tifo calcistico: una volta che sei cresciuto tenendo per una squadra, non la cambi più. Quest’anno ho festeggiato i 35 anni da organettista, perciò, nell’anno del centenario della ditta Castagnari, mi sono regalato un nuovo organetto. Ancora un diciotto bassi, un “Mas” (non è un siluro, ma ci va vicino!). Ormai studio, compongo e mi esibisco quasi esclusivamente con il 18 bassi, perché mi mette davanti sempre nuove sfide e nuove strade da affrontare per la mia ricerca musicale. I Castagnari, in questo senso, non si sono mai tirati indietro di fronte alle mie richieste di modifiche, sia “hardware” che “software”, ai loro strumenti... Né io ho mai esitato a sperimentare le nuove soluzioni tecniche e i nuovi modelli di organetto che loro stessi tirano fuori ogni anno. Come loro, sono un convinto sostenitore dell’innovazione, pur partendo dalla tradizione!»

Ciro De Rosa