Antun Opic - No Offense (Antuned, 2014)

"No Offense" è il titolo del primo album autoprodotto di Antun Opic, cantautore dall’animo zingaro e dalle doppie origini tedesche e croate. L’ambito stilistico che evocano le dodici tracce di cui è composto si potrebbe definire “classico”, in ragione del fatto che è organizzato, nell’insieme, in una forma canzone dai tratti evidentemente (e tipicamente) cantautorali: base musicale soffusa e semplice, anche se ben elaborata sul piano degli arrangiamenti, melodia pizzicata con una chitarra che assurge a strumento portante di tutta l’architettura dei brani, voce in primo piano, profonda e con un andamento e uno stile di fondo cadenzato e “adattato” allo spazio definito dall’atmosfera (a volte sognante, a volte acida, come in “We don’t give a damn”), suono caldo da racconto. Quando si esce da questo quadro bene definito ci si ritrova dentro una forma più sperimentale, anche se sperimentata e consolidata a livello internazionale da molti ammiratori di Tom Waits. Ma non si tratta di una semplice riduzione imitativa. “Juanita Guerolita”, ad esempio, è un brano più frenetico, nel quale la voce, spigolosa e modulata in falsetti e tonalità molto basse, è sorretta da una trama strumentale più stretta e complessa, nella quale compare una sezione di fiati (tromba e trombone) a intervallare l’andamento sicuro del cuore della band: chitarre (suonate da Opic e Tobias Kavelar, il quale imbraccia anche banjo e ukulele), basso e contrabbasso (suonati da Horst Richard Fritscher). Ciò che, sopra ogni altra cosa, colpisce del disco è la mancanza di abbellimenti e sfarzi. Una mancanza positiva, che si configura attraverso un “essenzialismo” che gli amanti del genere strutturalmente intimista e chitarristico troveranno senz’altro piacevole. La seconda traccia dell’album, “Bulletproof vest”, è un buon esempio di come Antun Opic - il quale è impegnato in questi giorni, e fino al 9 novembre, in un tour italiano di una ventina di date - riesca a deformare e piegare a favore di una narrativa cruda e anti retorica una grammatica internazionale che, come si diceva prima, è ben riconoscibile e, per questo, suscettibile di essere fraintesa. Si tratta di un brano in cui primeggia il banjo, con una frase melodica breve, semplice, che evoca lo spostamento, una dimensione errante, un’idea di dinamica di elementi basilari: “see that this world won't spare you no lesson". La voce qui diviene più chiara, mentre si trascina su uno sterrato di percussioni che si alternano vaporose al battito del basso. Varrebbe la pena scorrere con attenzione ogni singola traccia per rendere in pieno il raggio sonoro che riesce a esprimere Opic: dall’orizzonte melodico di “No offense” al folk più tradizionale - anche se strizzato dentro un riff di chitarra insolito e sincopato - di “Don’t forget”. Da “Moses” - la più bella, costruita su una chitarra brillante intrecciata a una voce più cupa e profonda - a “Warm”, brano vagamente “talked”, rarefatto e misterioso fin dal prologo, dove dialogano quasi all’unisono la chitarra e il sassofono. I quali lasciano, nella prima parte del brano, un vuoto fumoso sotto la voce ingrassata, sorretta da pochi suoni e dalla pulsazione secca della bacchetta sul rullante. Chitarra e sassofono rientrano gradualmente in una melodia intrecciata al contrabbasso, per sfociare, in chiusura, in un’unisono più deciso e ritmato. Dal quale si allontanano con due flussi di note apparentemente divergenti. 


Daniele Cestellini