Voci di Gallura: il ritorno discografico del Coro Gabriel

Il Coro Gabriel prende il nome da Gavino Gabriel, insigne figura di etnomusicologo e folklorista tempiese, uno dei due fondatori della Discoteca di Stato (oggi Istituto Centrale per i Beni Sonori ed Audiovisivi), morto centenario nel 1980. Hanno appena dato alle stampe il loro CD “Idula”, autoprodotto e dalla gestazione particolarmente lunga, quattordici anni dopo “Polyphonies de Sardaigne”, edito dalla Sony-Classical France; il disco comprende dodici brani che vanno dalla polifonia religiosa ai canti profani, fino ad alcuni brani di nuova composizione, accompagnati dalla cètara, strumento di cui Nico Bianco è ormai l’unico esecutore, che sono più vicini alla forma-canzone. Il disco è bellissimo, e colma anche un vuoto riguardante la polivocalità popolare in Sardegna: mentre la discografia a Tenore e a Cuncordu è sempre più vasta, spesso a scapito della qualità, la polifonia gallurese ha pochissimi titoli in commercio e “Idula”, accompagnato anche da un esaustivo libretto, è sicuramente uno dei migliori dischi del genere mai editi. Per l’ascoltatore abituato alle polifonie sarde più conosciute, la cifra della “tasgia” saranno le armonizzazione, spesso ardite, con movimenti delle voci spesso al limite della dissonanza, meno consuete, ma più affascinanti di quelle consuete del Tenore barbaricino. In questa ottica, sono i primi due brani del disco ad offrire un saggio di questo stile così poco conosciuto (anche in Sardegna); due tasgie classiche, la title-track sul celebre testo di Pedru Alluttu, “Idula”, basata sulla linea melodica e sull’armonia del “Miserere”, e la seconda “Biddhesa rara”, serenata dove la voce solista di Marco Muntoni e l’impasto vocale del coro raggiungono forse la propria vetta espressiva, tanto da poter sentire anche la “quintina”, suono d’addizione non fisicamente eseguito ma udibile grazie alla combinazione degli armonici. Poi, rilevante anche “Ninnia di lu puppu beddhu”, ninna nanna di ambientazione natalizia, dove l’alternanza fra maggiore e minore, e il preciso accompagnamento della cètara, regalano suggestioni corse (ma anche napoletane e sefardite), con la voce di Marco Muntoni ancora protagonista. Ma fra i brani di nuova composizione è “Li Culori di la ‘ita” che regala le emozioni più intense, con il coro che interviene solo nella strofa finale. Così come sono grandemente suggestivi i brani legati alla grande tradizione liturgica, un inedito “Miserere” di Bortigiadas e il “Tibi”, con i movimenti delle voci, a volte soavi, a volte vertiginosi, che sono lo specchio della grande tecnica e esperienza del coro. Segnaliamo anche “Dammi li mani”, un “abbentu”, un gioco per bambini, su testo dello stesso Gavino Gabriel e il brano finale “Su Nazarenu”, composto per un lavoro teatrale e cantato in sardo-logudorese. Incontro Nico e Marco ad Aggius, delizioso borgo della Gallura che in qualche maniera è considerato la patria di quello stile polivocale tipico della Gallura (Sardegna nord-orientale) chiamato “Tasgia” (o “Taja”); di Aggius erano il Galletto di Gallura Salvatore Stangoni (lodato da D’Annunzio e quaranta anni dopo negli spettacoli di “Ci Ragiono e Canto”) e Matteo Peru, altro grande del canto gallurese. 

“Idula”, finalmente un nuovo disco del Coro Gabriel... 
Nico Bianco: Sì, è il terzo disco del Coro, anche se è il primo con questa formazione che è ormai stabile da circa dodici anni. I primi due sono praticamente di … un secolo fa, uno è del 1996, l’altro del 2000. Il disco è da leggersi come un susseguirsi di immagini e ambientazioni diverse: chi ascolta il disco si troverà in situazioni differenti, corrispondenti anche a diversi momenti della giornata: il crepuscolo della serenata, il notturno della “tasgia”, la bettola, la chiesa, la camera da letto della ninna-nanna.... Gavino Gabriel, quando compose la “Jura”, la sua opera lirica, la concepì come “5 quadri di vita gallurese”: lo stazzo, la chiesa.... noi abbiamo provato a rendere questo con il “sonoro”. I materiali del disco rispecchiano quelle che sono le sfaccettature del nostro repertorio: brani sacri e profani, canti eseguiti solo dal coro senza accompagnamento e altri accompagnati dalla cètara, brani della tradizione e canzoni di nuova composizione. Ma non era nostra intenzione semplicemente giustapporre dei brani, ma, ad esempio, mettere insieme la grande tradizione poetica della Gallura, con testi di poeti di epoche diverse: si va da Don Gavino Pes, vissuto nel Settecento a Petru Alluttu, poeta ottocentesco, fino a poeti del secolo scorso e persino contemporanei. Volendo vedere anche da un altro punto di vista, i brani del disco rappresentano i diversi momenti nella vita di un uomo, dalla nascita, con le ninna-nanna, i giochi dell'infanzia, la serenata, i canti di lavoro, fino alla morte rappresentata dal Miserere. C’è poi un brano che non rispecchia i moduli della musica gallurese, ed è anche cantato in Logudorese, è Su “Nazarenu”, traccia che chiude il disco. 

Proviamo a descrivere il “canto a tasgia” 
Nico Bianco: Sull’etimologia si sono dette tante inesattezze, la prima delle quali detta dal canonico Giovanni Spano (insigne teologo e linguista, vissuto nell’Ottocento) che genericamente definisce la “tasgia “un tipo di rima”, non sapendo spiegare quale; segue poi Giulio Paulis che fa derivare il nome da un verbo bizantino che significa “cantare le ore”: il che è tutto da dimostrare, vista anche la scarsa penetrazione e influenza della chiesa bizantina in Sardegna. È una parola locale, ma non ha per noi galluresi il significato che gli danno i non-galluresi. Per noi “tasgia” è semplicemente sinonimo di “coro” o di cantare in coro; per noi il “canto a tenore” o il “cuncordu” è “la tasgia di li saldi” (il canto in coro dei Sardi). Per noi tutte le forme di coralità sono “tasgia”, mentre per gli altri “tasgia” è il nostro modo di cantare. Le differenze con le altre polivocalità sarde è che la nostra non ha le voci gutturali, come invece ha il Tenore barbaricino, anche se, in tempi passati, almeno nei repertori “a ballo” si usava lu grossu zuccatu, cioè il basso scandito gutturalmente. Altra differenza è che le nostre voci lavorano nel rispetto di alcune “mode”, ovvero dei canovacci sui quali i cantori inventano e improvvisano, mentre ad esempio il cuncordu deve attenersi a quelle note e a quei passaggi per ottenere un certo effetto, per loro ogni passaggio è studiato, mentre noi ci arriviamo quasi per caso, ascoltandoci fra di noi; noi non riusciremmo mai a fare il brano uguale anche ripetendolo dopo pochi minuti. Lo stesso Gavino Gabriel, presentando il coro di Aggius al Vittoriale nel 1926, parla di mode galluresi, descrivendone sette o otto e dicendo che sono “le tracce su cui il canto si muove”. 

Qual è la zona geografica di pertinenza della “tasgia”? 
Nico Bianco: La diffusione parte da tre principali comuni (intendendo l’estensione dei comuni risalente alla seconda metà dell'ottocento): Tempio, Aggius e Bortigiadas. Tempio era già una città, ma aveva anche frazioni come Aglientu e altre che andavano verso la bassa Gallura. La confraternita della Santa Croce venne chiusa dal vescovo per aver obbligato un prete a dire messa, cosa che spettava solo ai canonici; i canonici veicolavano il canto religioso: cantavano in tre, basso che impostava il canto, il “tippi” (o trippi) e la contra. Un prete di Aggius, don Mureddu, riuscì a mettere su pentagramma le linee melodiche, ma stiamo parlando solo della parte religiosa del repertorio, i brani profani circolavano in maniera diversa: negli stazzi, nelle campagne, alle feste. Purtroppo il repertorio a ballo si è perso del tutto. Zia Maria Multineddu (cantante tradizionale e madre di Franco “Gastone” Sini, grossu del coro Gabriel, NdR) ricorda di aver visto per l'ultima volta ballare il ballu a passu alla frazione di Padulo quando era bambina; contando che oggi, se fosse viva, avrebbe centodieci anni, abbiamo la misura temporale della dismissione di questi repertori. I repertori ecclesiastici e liturgici si sono mantenuti, ma hanno anche originato diversi componenti profani dove alle melodie e alle armonie sacre si apponevano dei testi assolutamente “secolari”; nel nostro disco c’è un esempio di questo con il brano “Idula”, derivato dal “Miserere”. Inoltre sono sopravvissuti i repertori monodici, fra cui i canti a chitarra, eseguiti con moduli tipicamente galluresi come “lu cantu di li carrulanti”, “cantu a la filugnana”, “a la graminatogghja”, la “disispirata”. Lo stesso Gavino Gabriel si accompagnava spesso in serenate e disispirata con la chitarra accordata “all'antica” (in sol aperto, NdR). Ad Aggius nell’Ottocento due confraternite animavano le ricorrenze religiose e in paese già da fine secolo esisteva un coro stabile, quel coro che poi negli anni ’20 del Novecento Gavino Gabriel portò spesse volte a esibirsi in continente. Nelle frazioni costiere di Aggius, come Vignola, Trinità e Badesi si cantava ad Aggius, ma il loro stile risentiva del Cuncordu di Castelsardo, dando origine a un modo di cantare un po’ ibrido. A Bortigiadas il materiale delle confraternite è andato in gran parte perso. Io un po' di cose le ho sentite a mio padre che era di Bortigiadas ed era“tasgiadori”. Abbiamo però recuperato il “Miserere” che abbiamo inserito nel disco. 

Parliamo del Coro Gabriel, è ormai una vera istituzione in Gallura. 
Nico Bianco: Nasce come “coro di Tempio” nel 1953, poi diventa Coro Gabriel nel 1981, dopo la morte di Gavino Gabriel. Nel coro di Tempio c’era anche una donna che faceva lu falzittu (il farsetto). Dei componenti attuali Franco Sini è uno dei fondatori del Coro Gabriel. Noi siamo entrati rispettivamente nel 1996 (Nico), poco prima dell'incisione del primo cd, e nel 2001 (Marco). 

Marco, se Nico è un po’ il leader della formazione, per versatilità, per il fatto di essere il massimo conoscitore della materia e di dedicarsi anche all’accompagnamento strumentale, tu sei la voce solista (la boci); sei entrato nel coro da giovane, hai affrontato una sorta di apprendistato? 
Marco Muntoni: Sono entrato nel coro quasi per caso. La mia famiglia è originaria di Tula (SS), paese dove c'è una grande tradizione di “canto a chitarra”, arte praticata da molti membri della mia famiglia, fra cui mio nonno e mio padre. Poi, ho militato nel gruppo folk Villa Templi di Tempio come ballerino. Nel 2001 Sandro Fresi, musicista allora presidente dell'Accademia Popolare G. Gabriel, mi chiese di entrare nel coro. Ero affascinato dalla “tasgia”, ma ben presto scoprii che cantare “tasgia” non era solo cantare la “bruneddha” o altri brani che tutti conoscono; e non solo devi saper cantare, ma anche fondere la tua voce con quella degli altri componenti del coro, ascoltandoli. Il mio apprendistato è durato cinque anni, durante i quali già cantavo nel coro, ma ogni concerto era un incubo, non mangiavo, stavo male, talmente male che più volte ho pensato di smettere, ma per fortuna la passione ha prevalso, cantare mi piaceva e mi piace ancora tanto e ora sono più tranquillo. Le mie prime uscite col coro sono state veramente difficili.... 

In ambito etnomusicologico si parla tanto di quelle pratiche popolari riconducibili, grossolanamente, al “falso-bordone”. Secondo voi il canto popolare gallurese quanto ha di popolare e quanto ha di “colto”? 
Nico Bianco: Indubbiamente vi è una base popolare, poi rielaborata in chiave colta per mezzo delle pratiche ecclesiastiche. Poi sicuramente c’è stata una ricaduta sul popolare, penso però che la base tradizionale sia ben evidente; il nostro è un canto fortemente melismatico, Gabriel lo chiamava “mozarabico”, a ricordare alcuni stili che risentivano della cantillazioni arabe. 

Infine, parliamo della cètara.... 
Nico Bianco: Lo strumento è di origine corso-toscana, probabilmente; è attestato in Gallura sin dal tardo Medioevo, ma è gradualmente scomparsa, al contrario della Corsica, dove uno strumento molto simile e dallo stesso nome è ancora in uso; tanto che anche il nostro, ricostruite sulla base di testimonianze iconografiche e quadri risalenti al 1822, è stato costruito in Corsica dal liutaio Ugo Casalonga. Ha sedici corde (otto doppie), di cui dieci vengono pizzicate, le altre vibrano per simpatia. Al contrario di quella corsa, la cassa è piatta; l’accordatura (un accordo aperto) è stata re-inventata sulla base di testimonianze e sulla accordatura “antica” della chitarra. 


Gianluca Dessì