Kassé Mady Diabaté – Kiriké (No Format, 2014)

“Kiriké”, il nuovo disco del cantante maliano Kassé Mady Diabaté, si configura come un esempio interessante di musicalità contemporanea, eseguita in modo “minimale” con una strumentazione molto rappresentativa della musica dell’Africa occidentale e, più precisamente, di alcune aree del Mali. Come si ricorda, infatti, nelle note di presentazione, i tre strumenti con cui è suonato il disco (ai quali si aggiunge, con piccole incursioni in alcuni brani, il violoncello, suonato da Vincent Segal, che si è occupato anche della produzione) possono considerarsi come i tre elementi principali della musica Mandingo: la kora, suonata da Ballaké Sissoko, il balafon, suonato da Lansiné Kouyaté, e lo ngoni, suonato da Badjé Tounkara. La confluenza di questi tre strumenti definisce il profilo di una musica brillante e, allo stesso tempo, morbida, animata da una ritmica alterna e legnosa. Inoltre, la “costruzione” di un disco con tre strumenti (due cordofoni e uno xilofono di legno) ci spinge a cercare (non un appiglio, ma) qualche connessione - progettuale, strutturale e non solo estetica - con una modalità di racconto, con una narrativa più internazionale. La quale si sviluppa nel quadro di un progetto in cui il racconto, la storia e, con essi, la voce (quella di Kassé Mady Diabaté è una specie di fluido dinamico che serpeggia su un tappeto di battiti, di pulsazioni, di scosse, e che si alza e si abbassa attraversando diversi timbri e altezze) assumono un ruolo di primo piano. Da qui nasce un canzoniere unico, in cui il racconto e la voce sono accarezzati da una costruzione musicale funzionale ma complessa e sfaccettata, dalla quale emergono soluzioni differenti e apprezzabili, sia sul piano ritmico che melodico e (addirittura) timbrico. Se, infatti, “Hera”, il brano di chiusura del disco, può considerarsi un “classico”, una sorta di raccordo, nel quale ci vengono proposti i suoni e l’incedere più tradizionali della musica maliana, la seconda e la quinta traccia, intitolate rispettivamente “Sori” e “Toumarou”, ci suggeriscono l’alternativa, il nervo del progetto, l’alternanza e l’ampio spettro di soluzioni che contraddistinguono tutto il disco. Qui, infatti, in modo più netto rispetto agli altri brani, dialogano tutti gli strumenti, compreso il violoncello - che interviene sia ritmicamente che con brevi e inaspettate melodie allungate in alternanza alla voce - e il suono diviene più profondo. In “Douba Diabira” il ritmo è più cadenzato e lo ngoni e la kora, sempre in alternanza alla voce, costruiscono una linea melodica articolata, nella quale sviluppano il tema in un crescendo di intensità e di volume, fino a scivolare in un finale “a imbuto”, in cui si asciugano gradualmente e si fermano all’unisono. “Sadjo” è il brano più originale dell’album: è in buona parte sussurrato, sia con la voce che con gli strumenti. Si contraddistingue per un andamento lineare e - se si eccettuano alcune oscillazioni della voce - per la reiterazione di una frase musicale semplice. In sottofondo si percepisce qualche intervento della kora, ma l’atmosfera fluida e sognante va ricondotta al balafon. Il tema musicale è scosso da piccole e appena percettibili variazioni, che anticipano i passi più intensi della voce. Ciò che, però, rende il brano così ipnotico, irreale, non è propriamente il tema del balafon. Sono piuttosto le risonanze delle fasce, dei tasti di legno, delle membrane che ricoprono le zucche che fungono da casse di risonanza. Ogni vibrazione irradia un suono quasi metallico, che scuote un quadro sonoro flebile, indefinito, apparentemente fragile, nel quale il flusso della musica - come in un “etno-riff” grezzo ma coinvolgente e convincente - è costante e lineare fino alla fine del brano, quando si interrompe confusamente rivelando probabilmente l’estemporaneità di una performance live in studio. 


Daniele Cestellini