Due giorni in Inghilterra con i Lowlands

Che fare quando i sogni mantengono la loro bruciante spinta in un mondo musicale che fa di tutto per abbatterli? E’ necessario seguire l’esempio Edward Abbiati, talentuoso leader dei Lowlands, gruppo rock pavese ma dall’attitudine totalmente cosmopolita, che da tempo ha gettato un ponte verso il mondo grazie alla professionalità che li contraddistingue. I Lowlands hanno pubblicato da pochissimo “Love Etc..” il loro nuovo album per la I.R.D. e del quale non mi occuperò nel mio consueto Taglio Basso, per la semplice ragione che vi ho suonato il basso, tuttavia questa settimana non ho potuto esimermi dal regalarvi qualche racconto dalla due giorni di concerti che ci hanno visto protagonisti insieme in Inghilterra. Edward è il motore dei Lowlands, e da molti anni lavora a diversi gemellaggi musicali. Si tratta di qualcosa di ben diverso dai viaggi pagati per annoiati dipendenti comunali, ma di preziose occasioni di scambio culturale con realtà affini dal punto di vista musicale. In particolare Edward ha stabilito un ottimo rapporto con i Lucky Strikes, esponenti della scena folk rock inglese, capitanati dalla emozionante voce di Matthew Boulder, i quali propongono un live act davvero interessante, ed hanno all’attivo alcuni ottimi dischi. Nella due giorni in Inghilterra dal 4 al 5 ottobre, siamo stati loro ospiti, ed abbiamo avuto modo di suonare nella loro città, Southend on Sea, situata sul delta del Tamigi, a est di Londra. Questa città offre un ambiente naturale straordinario, caratterizzato dal classico northern sky, e dalla marea che si ritira di cinque metri e si ripresenta lasciando le navi sulla battigia. Siamo arrivati a Stansted da diversi luoghi, io da Bologna e gli altri ragazzi da Orio al Serio, e ad aspettarci abbiamo trovato Matthew e Dave Giles , rispettivamente pianista e songwriter del gruppo. Dopo un ora e mezza di viaggio eravamo a Southend On The Sea, dove Matthew ci ha accolto a casa sua per un po’ di relax, prima di andare al pub O’Neills, dove si sarebbe tenuto il concerto. 
O’Neills fa parte di una catena di locali con struttura simile, con tavolini al piano terra, circondati dagli schermi per il football, ed una sala alla quale si accede anche dall’esterno che serve per far esibire gruppi. La sera prima del nostro concerto, avevano suonato da O’Neills i Saxon, alfieri dell’hard rock degli anni ottanta, ma ancora attivi e molto seguiti. Scaricati gli strumenti, tra cui il Jazz Bass prestatomi dal bassista del Luckies Paul Ambrose, ha preso il via questo piccolo festival che oltre ai Lowlands, vedeva protagonisti i Lucky Strikes, i giovani The Ends, un quartetto dal sound punk new wave molto vicino a quello dei primi dischi dei Jam con grande inglesità e ottimi intrecci melodici, i Cusack, con il loro stile molto vicino a Neil Young & Crazy Horse, e da ultimo i nostri conterranei Mandolin Brothers. Sin dalle prime battute della serata nell’aria si percepiva il desiderio da parte di tutti di fare di quella serata un momento importante, quindi un grande senso di collaborazione tra i musicisti coinvolti, tempi dettati alla precisione, ma soprattutto nessuna deroga al supporto alcolico delle band. L’inizio è fisato per le 19,30, l’età del pubblico è alta, e in giro non si vedono ragazzin ma piuttosto tanti adulti, i quali piuttosto che rimanere in casa preferiscono uscire per ascoltare un po’ di musica. Gli spettatori si divertono e si godono la serata con una leggerezza quasi sconosciuta in Italia, certamente frutto anche delle condizioni di migliori di vita dell’Inghilterra. In Italia la crisi culturale ha sradicato la personalità della gente, tanto che i bisogni costruiti da questa società sono sempre meno culturali, fatta eccezione per l’immancabile abbonamento a SKY. Altra differenza sostanziale rispetto alla nostra penisola, tutti i musicisti hanno ascoltato gli altri suonare, ed hanno applaudito, e ballato, qualcosa di ben diverso dalle trincee informatiche in cui si trincerano gli italiani. 
Mi ha sorpreso vedere che quasi nessuno tra il pubblico faceva foto o controllava compulsivamente i cellulari, ma piuttosto sembravano tutti molto attenti a quello che succedeva sul palco. Ogni set è stato molto intenso, ed accattivante, così come ottimo è stata la performance finale dei Luckies che per l’occasione hanno presentato anche due brani nuovi di zecca. Il mattino seguente ne approfitto per fare una lunga passeggiata dalla casa di Will, il batterista dei Luckies che mi ha gentilmente ospitato fino al Royal Hotel, e in quella domenica di sole, mi rendo conto della bellezza della costa inglese, con la gente che fa colazione al mattino sul mare e qualche avventuroso che sfida i dieci gradi di temperatura per sfoggiare una canotta. Certo in una città di cinquemila abitanti capita anche di vedere persone che dormano per strada, o che sull’account twitter della comunità appaia l’appello a riconoscere le foto di due ladre, o ancora che le vie siano disseminate di Starbucks, ma il suo fascino è davvero tanto, e questo anche perché c’è una grande cura nei dettagli. Dopo aver ritrovato Will, si parte in direzione Brixton, dove suoneremo al Windmill, vicino a uno degli ultimi mulini a vento di Londra. Il viaggio con Will, nella campagna inglese verdissima e rigogliosa, è interessante, ci confrontiamo sul fare musica oggi e parallelamente portare avanti un attività commerciale, parliamo delle rispettive aspirazioni, dell’orgoglio di appartenere ad un popolo che è uscito dalla Seconda Guerra Mondiale proprio quando era sull’orlo della dissoluzione, da ultimo non manca una riflessione anche sul recente referendum scozzese, bollato dal mio amico come una sciocchezza. Appena intravediamo Canary Wharf, il traffico si intensifica, la capitale del Capitale è sotto i nostri occhi, svettano grattacieli in costruzione e la stessa domanda ci perseguita, come fa a reggersi un sistema come questo? 
Will mi dice che la sua casa, valutata 160.000 sterline, a Londra ne varrebbe, a parità di condizioni del quartiere, 900.000. Siamo sul Tower Bridge, pieno di turisti ed in pochi minuti siamo a Brixton. Il club ha una sua storia e un grosso similrottweiler sul tetto che abbaia ai neri. Sottovoce i Luckies, per un istinto di correttezza politica, mi dicono che siamo in un quartiere black oriented, e così lo stupido cane ha tanto da abbaiare. Intorno ci sono case dal design razionale, e da un loft dal quale si intravedono opere d’arte moderna, nella luce digradante verso il crepuscolo, si vede uscire un ragazzo e una ragazza su skateboard. Lei, dai lineamenti alla Joko Ono, indossa quello che sembra a tutti gli effetti un costume da orsetto bianco. Nel locale c’è quell’odore misto tra birra rancida, polvere, tabacco e sudore che mi rimanda alle nostre birrerie degli anni Ottanta. L’impianto voci sembra aver fatto la guerra, e il soundman è in ritardo, e quando mi accorgo subito che fa parte della categoria “i hate my job”, e per di più è anche depresso. Lo stage è tipicamente da club e, senza mangiare ne’ bere arriva l’ora della nostra esibizione che oggi vede i Luckies aprire, poi i Lowlands e per ultimi i Mandolin’ Brothers al loro debutto londinese. I Luckies propongono uno spettacolo più corto, ma ben congegnato per il tipo di locale, proponendo altre canzoni nuove, e suonando brani più leggeri si assicurano l’attenzione del pubblico presente. I Lowlands, dal canto loro, fanno un set carico e tirato, mentre a chiudere in bellezza ci pensano i Mandolin Brothers. Nel frattempo l’amico e chitarrista Andrea Garbo ci viene far visita, e ci racconta di Mick Jones e West London, lo rivedo con piacere e mi da ragguagli sulla situazione musicale. Dopo aver smontato gli strumenti, li carichiamo in macchina e, nella notte inglese, riattraversiamo Londra verso Southend. Il mattino dopo alle sei in punto siamo già all’aeroporto di Stansted, ed è tempo di fare bilanci. Il mio è senza dubbio positivo, sebbene non mi piaccia tirare le somme ogni volta, ritengo però che quando si ha modo di fare esperienze musicali è sempre un occasione di arricchimento. L’erba del vicino inglese forse non sarà più verde, ma da quelle parti c’è tanta volontà di fare, così come non mancano l’energia e le capacità.

Antonio "Rigo" Righetti