BF CHOICHE: Tre Martelli & Gianni Coscia - Ansema (Felmay, 2014)

Sintonie jazz-folk e folk-jazz. Intervista a Tre Martelli e Gianni Coscia 

Un titolo semplice e diretto: “Ansema”, che tradotto dal piemontese significa “insieme”. È la nuova collaborazione tra la storica formazione dell’alessandrino e il conterraneo, celebre fisarmonicista. L’incontro di linguaggi e di prospettive si traduce nella ricerca di un terreno comune, senza rinunciare al proprio mondo sonoro, ma lasciandosi trasportare emotivamente, mettendosi anche in gioco, senza dare nulla per scontato. Da poco meno di quattro decenni sulla scena del folk revival, i Tre Martelli hanno attinto, anzitutto, al grande corpus documentario classico del mondo popolare piemontese, ma non hanno tralasciato le esperienze di ricerca e di scrittura in stile tradizionale del secondo Novecento. La loro proposta, apprezzata dalla critica e dal pubblico, in Italia come all’estero, è stata improntata allo studio e alla ripresa delle diverse forme coreutiche e canore regionali, scandagliando soprattutto il triangolo geografico segnato dalla pianura alessandrina, il Monferrato e i rilievi delle Langhe, fino a lambire il Canavese e le cosiddette Quattro Province. Quanto a Gianni Coscia, per lungo tempo avvocato di professione, è figura di punta di quel jazz continentale consapevole, che ha inteso valorizzare uno strumento popolare come la fisarmonica: negli anni l’ha fatta brillare in prove d’autore a suo nome o l’ha messa al servizio di prestigiosi compositori e musicisti (da Luciano Berio a Battista Lena, fino al fertile sodalizio con Gianluigi Trovesi). Già in passato il maestro aveva incrociato dal vivo e su disco tasti e mantice con il rigoroso stile folk acustico dei Tre Martelli. Qui ricordiamo “Cantè ‘r Paròli” (2013), lavoro interamente incentrato sui versi del poeta di Villa del Foro (AL) Giovanni Rapetti, fonte di memoria per la comunità contadina locale, avvolti dalla matura scrittura musicale del gruppo, che per la prima volta, a parte un lontano precedente, si spingeva ad interpretare canti di non stretta derivazione popolare. Se ciò avveniva, era tuttavia proprio in virtù del potere drammatico ed etico delle liriche di Rapetti, definito “un etnologo dell’anima”. Dal desiderio condiviso di costruire un concerto, in cui si intrecciassero con continuità le proprie storie musicali, nasce “Ansema”, disco che fissa le migliori sequenze live della collaborazione. Con Enzo G. Conti, uno dei due fondatori dei Tre Martelli, da sempre portavoce del gruppo, parliamo della loro storia longeva, ricostruendo lo scenario revivalistico regionale in cui si è costituita la formazione. Ci soffermiamo sulla ricerca, sule scelte estetiche e, naturalmente approdiamo al nuovo disco inciso con il fisarmonicista jazz. Invece, del suo rapporto con la musica popolare, dell’incontro con l’ensemble folk e delle nuove strade aperte da un jazz europeo che attinga alle espressioni musicali tradizionali, discutiamo con Gianni Coscia.

Intervista con Enzo Conti dei Tre Martelli 

Quasi quarant’anni dalla parte del folk per i Tre Martelli. Andiamo a ritroso nel secolo scorso, vuoi ricostruire il clima culturale e musicale in cui nascono i Tre Martelli? 
Come spesso accade per tutti i ricordi collegati alla propria gioventù (nel nostro caso parliamo del 1977 e avevamo poco più di vent’anni) non posso che definirlo un momento magico, ma forse lo fu davvero “a prescindere”. La stagione del secondo folk revival italiano, e in particolare piemontese, era appena iniziata e si presentò subito come un magma creativo irripetibile anche se un poco naif. Nasce a metà degli anni Settanta sulla spinta del crescente interesse per il folk revival francese e britannico (in particolare per gruppi come La Bamboche, Lo Bachas, Alan Stivell, Malicorne, Chieftains, Steeleye Span, Fairport Convention, ecc.). A differenza della prima stagione, sviluppatasi negli anni Sessanta, si distingue per una maggiore attenzione nell’utilizzo degli strumenti musicali tradizionali e alle musiche per danza. Nel 1977 a Torino si affermavano La Lionetta e i Prinsi Raimund e anche il Cantovivo, formatosi già qualche anno prima come gruppo specializzato nel canto sociale e politico, si inserì con autorevolezza in tale movimento artistico. Sempre nel 1977 a Casale Monferrato iniziò a operare la Ciapa Rusa ma tra la fine degli anni Settanta e gli inizi Ottanta tutto il Piemonte fu in fermento, ricordo i Cantambanchi, i Burabaciu, I Sunaires Usitan, Li Troubaires de Coumboscuro, i Lou Dalfin, gli Artezin, La Sourcino, il Gruppo di Musica Popolare di Pinerolo, il Canzoniere Popolare Tortonese, l’Astrolabio, i Refolè, La Sornette, La Ghironda, gli Archensiel, e anche se geograficamente “di confine” I Musetta e i Suonatori delle 4 province. Noi ci inserimmo provenendo da una esperienza artistica precedente, volta a sperimentare sonorità acustiche, miscelando suggestioni etniche con la musica medioevale e rinascimentale, ma ben presto cominciammo a stilare il nostro repertorio basandosi prevalentemente sulla ricerca etnomusicologica intrapresa in Piemonte dall’Associazione Culturale Trata Birata, intraprendendo il lungo percorso che ci ha portati ad oggi. 

Come hai detto, in un certo senso Tre Martelli sono un’emanazione di Trata Birata. Che iniziative svolge l’associazione? 
La sua attività, iniziata con la ricerca etnomusicologica “sul campo” e d’archivio nel territorio piemontese a metà degli anni Settanta, ha permesso la documentazione di un vasto materiale che l’associazione divulga attraverso concerti, mostre, convegni, pubblicazioni, produzione di materiale sonoro e video, promozione di corsi e stage in Italia e all’estero, collaborando inoltre con Enti pubblici e privati nell’organizzazione di eventi culturali e di spettacolo. 

Chi sono oggi i Tre Martelli? 
Attualmente dei tre fondatori siamo rimasti in due: Renzo Ceroni al bassetto e chitarra ed io, Enzo Conti, alle fisarmoniche diatoniche e occasionalmente all’harmonium. Poi ci sono due “veterani” che sono con noi dagli anni Ottanta: il cantante Vincenzo “Chacho” Marchelli e il polistrumentista Andrea Sibilio al violino, viola, mandolino, mandoloncello, fisarmoniche, canto, ecc. che è anche il principale arrangiatore del gruppo. Tra il 2004 e il 2005, in seguito ad un “rimpasto” della band, sono subentrati Paolo Dall’Ara alle cornamuse, flauti, piffero e percussioni ed Elisabetta Gagliardi al canto. Successivamente ci hanno raggiunto Matteo Dorigo alla ghironda e Betti Zambruno alla voce. Quindi la particolarità di questo momento storico dei Tre Martelli è di avere tre cantanti che possono, a seconda delle situazioni, essere intercambiabili o sovrapponibili. Ciò è dovuto anche al fatto che tutti i componenti del gruppo hanno progetti musicali paralleli e che talvolta è necessario avere diverse soluzioni per supplire ad impegni contemporanei. 

Il vostro suono è marcatamente acustico. Ci parli degli strumenti che usate dal punto di vista della liuteria? 
La nostra scelta (volutamente intransigente) di utilizzare sempre solo strumenti acustici prevalentemente legati alla tradizione popolare piemontese ci ha indotti ad avere particolare cura nella scelta degli stessi. Devo dire che in ciò ci ha aiutato moltissimo il fatto che Andrea Sibilio, il nostro polistrumentista, e suo fratello Riccardo siano di professione liutai specializzati in strumenti a corda (violini, viole, contrabbassi, violoncelli, mandolini, chitarre ecc.) e che, inoltre, Andrea estenda le sue capacità anche a tutti gli altri strumenti musicali da noi utilizzati (per esempio è anche un ottimo restauratore di fisarmoniche e ghironde). Renzo utilizza da molti anni un bassetto progettato e costruito esclusivamente per noi da Andrea. Uno strumento che è divenuto un nostra caratteristica peculiare. Per altri strumenti ovviamente il discorso è diverso. Anche se Andrea sa metterci mano per ritocchi, ance e altre problematiche, sono stati fabbricati da liutai specializzati. Le cornamuse di Paolo, ad esempio, sono quasi tutte delle musette costruite in Francia mentre le mie fisarmoniche diatoniche (organetti) sono di Castagnari e Verde. 

Siete passati indenni attraverso mode folk, etniche… conservando un rigore nella vostra riproposta acustica. Eppure non si può dire che siate rimasti immobili dal punto di vista compositivo. Qual è la vostra filosofia? 
Posso risponderti su quale è la mia in particolare, essendo il responsabile “in primis” di tali scelte (sempre comunque ragionate e condivise “democraticamente” con gli altri). Renzo Ceroni, il chitarrista, ed io quando fondammo i Tre Martelli provenivamo da esperienze di rock progressivo e di rock-jazz ed avevamo anche entrambi un background musicale classico. Dopo la “sbornia” rock (senza mai rinnegare tale esperienza, anzi conservando un pezzetto di cuore in tale periodo, che per noi rappresentò anche un antidoto adolescenziale agli studi in Conservatorio) ci sembrò quasi un’esigenza la riscoperta di un contatto più fisico con gli strumenti, di un suono più naturale, di arrangiamenti non troppo arzigogolati, ma che esprimessero un linguaggio immediato e antico, oserei quasi dire ancestrale, allo stesso tempo. Non dimentichiamoci anche che a quei tempi come musicisti di folk-revival si doveva tenere conto delle esperienze passate degli anni Sessanta, del concetto di ricalco stilistico, dei dibattiti e del filosofeggiare sul ruolo della musica di tradizione orale, della sua decontestualizzazione, ecc. ecc.. Dunque l’opzione di non inserire strumenti elettrici o rock, del non fare arrangiamenti troppo elaborati e/o modaioli, del non utilizzare armonizzazioni troppo spinte (noi le definiamo scherzosamente “svizzere”) è stata diretta conseguenza di quell’idea primigenia di come dovesse essere il nostro folk revival. Abbiamo lasciato ad altri gli sperimentalismi, e bisogna ammettere che talvolta hanno prodotto anche ottimi risultati, ma non erano evidentemente nelle nostre corde. Comunque, negli anni qualche progressivo cambiamento è avvenuto. Negli ultimi nostri due CD in particolare gli arrangiamenti sono divenuti più complessi ed Andrea spesso ha potuto ampiamente sbizzarrirsi, ma sono entrambi progetti particolari. Soprattutto l'ultimo, in collaborazione con il jazzista Gianni Coscia ha ovviamente un taglio sensibilmente diverso dai nostri lavori precedenti. 

Sin dagli esordi siete stati un po’ meno esposti in Italia rispetto ai gruppi trainanti del secondo folk revival piemontese. Tuttavia, avete circuitato molto all’estero, soprattutto in Gran Bretagna, anche perché per voi stravedeva Rod Stradling, uno che ha fatto la storia del folk d’Albione. 
Ciò che dici è assolutamente vero. Sinceramente credo che il motivo, almeno per i primi 4-5 anni della nostra esistenza, sia stato che eravamo poco seri, nel senso che amavamo la nostra situazione dilettantistica e pensavamo esclusivamente a divertirci. Altri invece furono da subito più professionali di noi e meritatamente furono più visibili mentre noi rimanemmo “onanisticamente” ancorati per un po' ad una dimensione localista. L’attenzione e l’apprezzamento da parte di Rod Stradling (lodato sia il suo nome!) da molti considerato uno dei guru del folk britannico, fu sicuramente per noi un fortissimo stimolo a migliorarci. L’ottima recensione che lui fece del nostro album “Trata Birata” del 1982 su una delle riviste inglesi più blasonate di folk internazionale, ci aprì le porte alla nostra prima tournée in Gran Bretagna. A sua volta quell’esperienza ci esaltò non poco, ma soprattutto fu la prima di una lunga serie che negli anni successivi ci portarono a suonare in quasi tutta l’Europa occidentale con, devo immodestamente ammettere, sempre entusiastiche accoglienze di pubblico e critica. Rod, che nel frattempo è divenuto un caro amico, ha anche inciso alcune cover di nostri cavalli di battaglia nei suoi dischi e ha partecipato come musicista in alcuni nostri concerti e un paio di CD. In seguito la nostra condizione di musicisti “dilettanti”, nel senso che quasi tutti noi hanno un altro lavoro, ci ha comunque sempre limitati nell’organizzare spostamenti troppo impegnativi per distanza e/o tempo necessario e spesso abbiamo dovuto rinunciare a bellissime occasioni di concerto. 

Eccoci ad “Ansema”: titolo programmatico, perché significa “Insieme”. Tre aggettivi per definirlo? 
Dal nostro punto di vista: coraggioso, insolito, irrinunciabile. 

In copertina, compare un’immagine gestaltica, che si può leggere come “jazz-folk” o “folk-jazz. Sono poi davvero lontani questi mondi? 
La copertina vuole proprio giocare sull’ambiguità di interpretazione tra le denominazioni folk-jazz e jazz-folk. È appunto un tentativo di esorcizzare le nostre preconcette paure che ci assalirono al momento di affrontare questo lavoro. Cercare di realizzare un progetto come questo senza perdere la nostra identità stilistica e nello stesso tempo cercare di compenetrarci con il mondo artistico di Gianni Coscia. Senza scegliere aprioristicamente se dare più rilievo al folk o al jazz, ma lasciando che la musica fluisse quasi spontaneamente durante le prove del concerto fatte con Coscia. La lontananza tra i due mondi esiste ovviamente. I linguaggi sono diversi: uno basato essenzialmente sull’improvvisazione dove la tecnica, lo studio e il virtuosismo sono una componente essenziale, l’altro plasmato sul ricalco di stilemi tramandati oralmente di per sé apparentemente semplici, ma pregni del sentimento e della cultura di un popolo. Non siamo sicuramente i primi né saremo gli ultimi che tentano un incontro tra i due mondi. Alcuni di quelli che conosco mi hanno affascinato, altri mi hanno lasciato perplesso, ma spesso non saprei dirne il motivo. La musica è fondamentalmente emozione. 

Non siete nuovi alla collaborazione con un maestro del calibro di Gianni Coscia. Come nasce questo incontro? 
Uno dei motivi è sicuramente stata la comune cittadinanza. Coscia è un alessandrino doc e anche la maggioranza dei Tre Martelli vive ad Alessandria, che è anche la città base del gruppo e dell’associazione Trata Birata. Nell’alveo musicale della nostra città avendo entrambi una lunga carriera alle spalle, è stato ineluttabile che le nostre strade si incrociassero anche partendo da contesti diversi. La reciproca stima ha ovviamente favorito tali occasioni. Coscia suonò in concerto con noi in molte importanti occasioni e in alcuni nostri album, noi ricambiammo suonando in diverse sue iniziative. Però il momento topico in cui nacque l’idea del progetto di “Ansema” fu durante le registrazioni del nostro “Cantè 'r paròli” del 2012, in cui Coscia partecipò come ospite in un brano. 

Un sodalizio su cui molti non avrebbero scommesso. Invece, si avverte una forte capacità di compenetrazione tra musicisti. È stato semplice trovare un punto di incontro tra la vostra formazione e quella del fisarmonicista? 
Come ho già accennato in alcuni nostri dischi precedenti Coscia aveva suonato con noi, come ospite d’eccezione. Ma era comunque folk. Coscia, da jazzista, aveva già affrontato in diverse precedenti occasioni temi e suggestioni derivanti dalla musica popolare, realizzando sempre album e concerti di grande fascino e successo. 
Ma era comunque jazz. In passato, sempre grazie ad una idea di Coscia, già suonammo in un unico concerto insieme ad un altro grande jazzista: Antonello Salis. Fu un’esperienza unica, entusiasmante e incredibilmente riuscita, considerando che praticamente non facemmo prove ma solo accordi verbali una mezz’oretta prima del concerto. Insieme (Ansema, appunto) a Coscia decidemmo invece che a questo punto era giunto il momento di tentare qualcosa per entrambi di inusitato. Pensammo che in questa occasione non si dovesse lasciare tutto all’improvvisazione, ma che la compenetrazione dovesse essere maggiormente valutata. Le volte che ci trovammo a provare suonammo certamente ma soprattutto parlammo molto, confrontandoci e cercando una possibile intesa. Si voleva fare una cosa diversa, un vero progetto che nascesse e si sviluppasse insieme, non necessariamente una fusione ma un incontro paritario. E credo che il risultato sia consono alle nostre aspettative. 

Come avete messo insieme il repertorio del disco? 
Decidemmo subito insieme, come scelta artistica, che il materiale su cui lavorare dovesse essere il più possibile etnico. Noi come gruppo avevamo accumulato negli anni un repertorio molto vasto, lo sottoponemmo a Coscia e insieme selezionammo un tot di brani che potessero essere elaborati dalla sua sensibilità. Non fu un lavoro difficile, tutto si svolse con naturalezza. Ovviamente ce ne sarebbero stati anche altri possibili ma tutto sommato non rimpiangiamo nessuna esclusione. 

Non siete musicisti di primo pelo, ma cosa vi ha insegnato questo suonare insieme ad un maestro come Coscia, che pur se da sempre esploratore del linguaggio popolare, fondamentalmente, proviene da altre esperienze? 
Naturalmente non è bastata la sua vicinanza a trasformarci in jazzisti, sarebbe troppo bello, però sicuramente Coscia è un musicista superlativo e un vulcano di idee. Ogni volta che lo incontriamo cogita nuove iniziative con la spirito di un ventenne, è incredibile. La sua esperienza, il suo indiscutibile valore artistico e le sua instancabile creatività sono per noi un traguardo, o meglio, un miraggio da inseguire e perseguire comunque (anche se con poche speranze di riuscita). Inoltre già basterebbe l’nore che ci ha fatto nel realizzare con noi “Ansema” per renderci paghi e goduti per molto tempo. 

Due brani si ispirano alla migrazione piemontese in Sudamerica. Come nasce questo interesse? 
Due i fattori salienti. Il primo l’amore di Coscia per la musica argentina e in particolare quella di Astor Piazzolla (del quale, vale la pena ricordare, nel 1991 eseguì con grande successo il concerto per bandoneon ed orchestra insieme al Complesso da Camera di Pavia). Il secondo fattore l’appartenenza personale del nostro cantante Vincenzo “Chacho” Marchelli a questo fenomeno migratorio, anche se solo per i primi anni della sua vita. Chacho (questo soprannome, contrazione di muchacho, deriva appunto da quel periodo) non solo è stato in Argentina fino ai sette anni, ma molti membri della sua famiglia vivono o hanno vissuto là. Alcuni brani del nostro repertorio derivano appunto dalla ricerca fatta tra gli emigrati piemontesi in quella terra. Canti talvolta sopravvissuti meglio nella loro memoria che nella zona piemontese d'origine. 

Cosa ha apportato l’ingresso di una voce come quella di Betti Zambruno? 
Betti che noi conoscevamo in quanto anche lei di origini alessandrine ma soprattutto per la sua prestigiosa carriera come folksinger (e non solo) è convogliata nel nostro gruppo dopo alcune partecipazioni estemporanee. Per esempio nel nostro cd “Tra Cel e Tera” del 2005 canta due brani in qualità di ospite, nel 2009 entra poi “di fatto” nel nostro organico ma il momento fondamentale del suo inserimento fu tra il 2010 e il 2011 quando con lei creammo alcuni progetti di concerti con musiche e canti Risorgimentali collegati alle celebrazioni per il centenario dell’unità d'Italia. La sua voce scura con inflessioni jazzistiche dovute al suo personale background musicale e alle sue innumerevoli collaborazioni è a nostro parere un interessante contrasto con l’altra voce femminile del nostro gruppo, Elisabetta Gagliardi e con la ruvida schiettezza popolare di Chacho. Queste sue prerogative si sono ancor più fortemente e piacevolmente evidenziate nel lavoro con Coscia.

È stato detto e suonato tutto della tradizione popolare piemontese? O ci sono ancora cose da scoprire? 
È stato detto e suonato tanto, ma non tutto. Se volessimo (e potessimo) noi avremmo ancora materiale tradizionale inedito (documentato durante la nostra ricerca) adatto ad essere rielaborato per minimo almeno un altro paio di album. Ovviamente ormai il tempo della “ricerca sul campo” è a mio parere terminato in quanto sono scomparsi per ragioni anagrafiche tutti i possibili depositari della tradizione orale, ma il Piemonte possiede comunque un repertorio di canti e danze tradizionali immenso e soprattutto abbiamo avuto la fortuna che grandi etnomusicologi e una miriade di appassionati ricercatori abbiano documentato e “salvato” tale patrimonio dall'oblio al momento giusto. Credo e mi auguro che tale materiale serva da ispirazione per ancora molti anni. 

Dalla vostra prospettiva, come vedete la scena regionale trad? Ci sono giovani musicisti da seguire? 
Direi che il Piemonte attualmente pullula di giovani bravissimi musicisti. Anche noi dei “vecchi” Tre Martelli ne possediamo tre: Paolo Dall'Ara che è nato suonando la cornamusa e che vanta la militanza in progetti musicali di altissimo livello del nuovo folk, Matteo Dorigo il più giovane, virtuoso ghirondista con già lunga esperienza nel bal-folk e Elisabetta Gagliardi che presta la sua limpida voce a generi diversi e che ultimamente ha iniziato una carriera da cantautrice. Ma i nomi da fare sarebbero moltissimi. Ritengo che se si supererà la fase del bal-folk a tutti i costi (che secondo me appiattisce la creatività) potremo assistere a cose interessantissime nel prossimo futuro. 

Quali i progetti di Tre Martelli per i prossimi mesi e per l’anno prossimo? 
In questi ultimi mesi del 2014 e agli inizi 2015 presenteremo il nuovo CD con alcuni concerti. Ovviamente di nuovi cd per ora non se ne parla anche perché la crisi discografica sembra inarrestabile. Staremo a vedere. Però posso dire che stiamo già lavorando alla realizzazione di un libro con supporti audio per celebrare i nostri quarant'anni nel 2017.