Antonello Salis & Sandro Satta con Massimo Carrano, Alexanderplatz, Roma, 4 Ottobre 2014

Roma, quartiere Prati, a pochi metri dalla Città del Vaticano al numero 9 di Via Ostia, da trent’anni c’è un luogo che è diventato leggenda: l’Alexanderplatz. Fondato nel 1980 da Giampiero Rubei allorché rilevò una vecchia cantina trasformandola in un luogo di ritrovo per musicisti, questo jazz club negli anni è diventato un punto di riferimento importantissimo non solo per la scena musicale romana ed italiana, ma anche per quella internazionale. Dall’Alexanderplatz è passata la storia del jazz, e citare a tutti i musicisti che vi hanno suonato non basterebbe una sola pagina. Varcare la porta verniciata di nero, scendere i pochi gradini che conducono al suo interno, sotto il livello stradale, significa immergersi in un atmosfera senza tempo, non solo per la presenza di ricordi, cimeli, memorabilia, ed autografi che impreziosiscono le sue pareti, ma soprattutto perché come ha detto di recente Eugenio Rubei, direttore artistico del jazz club romano: “In molti locali si respira profumo di jazz, ma l’Alexanderplatz è il jazz”. E’ come se ogni cosa fosse intrisa di suoni affascinanti e misteriosi, un patrimonio inestimabile che, a causa di uno sfratto per morosità, ha rischiato di chiudere per sempre questa estate. Per salvare l’Alexanderplatz, si sono mobilitati Jesse Davis, Michael Rosen, la famiglia Deidda, Gegè Munari (che festeggerà i suoi 80 anni), Alfredo Paixao, Miraldo Vidal Manouche Trio, Marcio Rangel, Ada Montellanico, Pippo Matino, Francesca Sortino, Fabio Mariani, Enzo Scoppa, Dario Rosciglione, i quali si sono dati appuntamento alla Casa del Jazz il 15 agosto scorso per un concerto, nel corso del quale sono stati raccolti i fondi necessari a saldare i debiti accumulati e a rinnovare il contratto di affitto per altri quindici anni. 
Ripresa, così, la sua intensa programmazione con un cartellone ricchissimo, lo scorso 4 ottobre l’Alexanderplatz ha ospitato il concerto dello storico duo composto da Antonello Salis (pianoforte, fisarmonica e percussioni) ed Alessandro Satta (sax), a cui per l’occasione si è aggiunto quale special guest il percussionista ed amico di sempre, Massimo Carrano. A presentare il concerto è stato l’attore e grande esperto di musica jazz, Mauro Vestri (molti lo ricorderanno nei panni di Guidobaldo Maria Riccardelli ne “Il Secondo Tragico Fantozzi”), ma quando sul palco sono saliti Antonello Salis e Sandro Satta con Massimo Carrano, è stata semplicemente magia. Nel corso di due set di grande suggestione, il trio ha proposto brani originali, spaccati improvvisativi di grande originalità, e qualche standard, con l’aggiunta di uno sguardo verso la musica tradizionale come nel caso della riscrittura in chiave jazz de “L’Acqua de La Funtana” interpretata dalla voce di Massimo Carrano. Ha preso vita così un viaggio di grande fascino nel corso del quale, spaziando dall’avanguardia alla world music, dal rock al jazz, fino a toccare i ritmi latini e la percussività africana, si è avuto modo di cogliere la portata e la profondità della ricerca sonora a tutto campo compiuta da questi tre eccezionali strumentisti. L’esecuzione di ogni brano nasce in modo spontaneo, direttamente da quelle ispirazioni che reciprocamente Salis e Satta si scambiano ora attraverso un accordo, oracon una frase melodica, ora ancora partendo da un tema che si divertono a comporre e scomporre, il tutto senza seguire scalette, schemi predefiniti, maestri, guru, metodi, ma semplicemente abbandonandosi alla vitalità di quel genio creativo che la musica nasconde, e che spetta ai musicisti fare emergere. 
Dividendosi tra il pianoforte e la sua immancabile fisarmonica Antonello Salis traccia il sentiero sonoro da seguire, ora impervio, tortuoso, fatto di dissonanze, esplosioni ritmiche con le sue percussioni “casalinghe”, ora ancora leggero, denso di lirismo e profondità, mentre Sandro Satta cesella ogni nota al sax, ora seguendolo ora ancora prendendo lui il largo con assoli eccezionali. Ad impreziosire il tutto è la voce ritmica di Massimo Carrano, che aggiunge i colori a questo viaggio straordinario alla ricerca della potenza espressiva della musica. A sorprendere in modo particolare è l’approccio assolutamente non convenzionale di Salis al pianoforte, dal quale riesce a trarre suoni archetipali, senza tempo, facendo emergere tutta la sua incisiva presenza melodica e ritmica. Un pubblico attento e partecipe ha fatto così da cornice perfetta, ad una performance superlativa, che certamente resterà a lungo nella memoria di quanti frequentano abitualmente questo tempio quasi sacro del jazz a Roma. 


Salvatore Esposito