Max Manfredi – Dremong (Gutenberg Music/I.R.D., 2014)

Artista eclettico in grado di spaziare dalla musica al teatro, dalla letteratura alla didattica, Max Manfredi è un intellettuale a tutto tondo, e lo dimostrano non solo un pugno di ottimi album come “L’Intagliatore Di Santi” e “Live In Blu”, ma anche le varie collaborazioni, tra cui vale la pena citare quella con La Rionda in ambito folk, e l’altrettanto fortunato lavoro svolto con l’Academia do Fado del chitarrista Marco Poeta. Le sue canzoni in cui si intrecciano storie d’amore e di disincanto, schiaffi e carezze, scene meridiane e crepuscoli, sono diventate il marchio di fabbrica di un songwriting denso di poesia, che aveva affascinato anche Fabrizio De André, il quale non esitò a definirlo “il più bravo dei cantautori italiani”. A sei anni di distanza dallo splendido “Luna Persa”, Max Manfredi, grazie al sostegno della campagna di crowdfunding su MusicRaiser, ha di recente dato alle stampe “Dremong”, disco curato da Primigenia Produzioni, e nato dalla collaborazione con Fabrizio Urgas, che nelle vesti di co-produttore ha curato gli arrangiamenti e firmato la maggior parte dei brani. A differenza dei dischi precedenti, “Dremong” si caratterizza per un sound trasversale in cui si intrecciano, world music, rock e echi di progressive, il tutto impreziosito da una grande cura nella scelta tanto musicisti, tra cui spiccano Matteo Nahum, Elisa Montaldo, e Marco Spiccio, quanto degli strumenti, laddove alle classiche tastiere vintage, chitarre classiche ed elettriche, batteria, e basso freatless, si affiancano glockenspiel, concertina, violino, fiati, o ancora i suoni etnicic di gu-qin e go-zen. Quasi fosse una sorta di concept album, il disco ruota intorno al tema dell’inquietudine, quella dell’orso tibetano che vive lontano sulle altitudini himalayane ma che di tanto in tanto si mostra agli umani (“Dremong”), quella di un piazzista che denuncia il fallimento della new economy (“Disgelo”), o dello stesso autore che racconta le sue notti insonni (“Notte”). Durante l’ascolto scopriamo così il fascino della poetica “Diadema”, le suggestioni di “Finisterre” in cui i sapori world incorniciano il racconto di un viaggio fantasico, ma anche la hard boiled story “Rabat Girl”, in cui tra droga e prostituzione viene raccontato l’omicidio di una giovane danzatrice. Se “Piogge”, e “Inutile” ci regalano due esempi di pregevole artigianato d’autore, “Sangue Di Drago” è un omaggio al rebetiko, interpretato con grande sensibilità da Manfredi. Sul finale arrivano poi la canzone d’amore per procura “Il Negro”, una cartolina noir dalla Genova di trent’anni fa con “Sestriere del Molo”, ma soprattutto la disillusa “Anni 70”, uno sguardo sul passato della nostra nazione che rappresenta una delle pagine più intense del songbook di Max Manfredi. In chiusura arriva “Castagne Matte”, canto non ancora scritto della Resistenza, il cui testo toccante e struggente, sugella uno degli album più intensi di quest’anno. 


Salvatore Esposito