Ian Anderson - Homo Erraticus (Calliandra Records/Kscope, 2014)

Questione di karma, probabilmente. Certe persone riescono in molto di quello che fanno, a prescindere. Prendete per esempio Ian Anderson, leader universalmente riconosciuto dei Jethro Tull. Agli inizi si inventò flautista, usando un flauto che aveva accettato come riscossione di un credito (!) finendo per diventare icona globale del musicista che suona su di una gamba sola. Qualche anno più tardi, dopo milioni di copie vendute ed estenuanti tours in tutto il mondo, decide di tirare il fiato ed investire in un allevamento sperimentale di salmoni che darà lavoro a circa quattrocento persone nell'isola di Skye, anche questo con esito ampiamente positivo. Si rialza da infortuni fisici di vario tipo, incluso un serissimo problema alle corde vocali che comprometterà la qualità della sua voce ma non gli impedirà di continuare a girare il mondo e deliziare i fan di ogni età con la sua musica. Infine nel 2012, in occasione del quarantesimo anniversario dall'uscita di “Thick As A Brick”, probabilmente il miglior lavoro nella ampia discografia tulliana, si regala una nuova immaginazione andando a pensare a cosa sarebbe potuto succedere all'immaginario enfant prodige Gerald Bostock, protagonista della storia del concept datato 1972. Uscì quindi “Thick As A Brick II”, che spiccava per qualità e coraggio, essendo anch'esso un concept che inevitabilmente si esponeva ad un difficilissimo confronto col precedente, uscendone tuttavia piuttosto bene . Non contento, ecco che nel 2014 esce un nuovo lavoro, e manco a dirlo si tratta di un altro concept album, intitolato “Homo Erraticus”. Il tema centrale stavolta è un manoscritto di uno storico dilettante a nome Ernest T.Parritt, vissuto a cavallo tra il 1800 e il 1900; vi si narrano profezie derivate da una rilettura degli eventi chiava della storia britannica, raccontate da personaggi frutto di visioni di vite passate causate dalla febbre malarica. Già questo potrebbe bastare per tessere le lodi di questo grandissimo uomo che, all'eta di 67 anni, si rimette in gioco con un tema davvero bizzarro, perfetto però per fare quello che lui sa fare meglio, ossia scrivere un concept album. Molto si è detto e scritto al riguardo, su quanto e come siano prolissi certi lavori, su come "finalmente" il punk avrebbe spazzato via tanta prosopopea musicale di certi gruppi che osavano tediare il pubblico con canzoni lunghe quanto una facciata di Lp. Molti anni dopo possiamo certamente dire al riguardo che nessuno è stato spazzato via, e prog e punk convivono allegramente nel mondo musicale moderno, entrambi ovviamente rivisti e corretti ma comunque in ottima salute. Ed anche questo “Homo Erraticus” gode di ottima salute. E' davvero evidente che il nostro eroe si è divertito un sacco nel registrarlo e scriverlo, approfittando anche di ottima ispirazione in certi casi (“Doggerland”, “Enter The Uninvited”, “The Pax Britannica”, “Tripudium At Bellum”), riproponendo vecchie situazioni in nuova veste (“New Blood” , “Old Veins” suona come una “Living In The Past” degli anni 2000 e la sonorità di “Cold Dead Reckoning” non può non richiamare il periodo di “Broadsword And The Beast”), magari pagando un pò pegno qua e là sui suoni di tastiere, che peraltro sono da anni il tallone d'Achille anche dei Jethro Tull, per quanto mi riguarda, ma finendo per ottenere davvero un ottimo lavoro. Notevole anche il lavoro del chitarrista elettrico Florian Opahle, subentrato nello scomodo ruolo che fu per anni del grande Martin Barre ma che sembra calzargli particolarmente bene. Un disco che piacerà ovviamente tanto ai vecchi fans ma che non lascerà indifferente nessuno e che, personalmente, rappresenta anche un segnale di ottimismo: gente che a sessantasette anni si diverte ancora così tanto da impegnarsi in questa uscita - seguita dal solito tour mondiale intensivo - non può che essere ringraziata. Perchè ci fa vedere che le possibilità di fare sono tante, ci sono sempre; basta volerlo, ed avere entusiasmo. Anche se non ti chiami Ian Anderson. 


Massimo Giuntini