Umbria Folk Festival, Orvieto (PG), 14-23 agosto

Per la quarta edizione di Umbria Folk Festival, Orvieto ha ospitato musicisti di fama internazionale, a confermare le prospettive di crescita e affermazione di un festival relativamente giovane, ma che ha grandi potenzialità (e, probabilmente, grandi ambizioni). Gli elementi giusti per raggiungere un livello qualitativo - che comprenda, ovviamente, non solo la proposta artistica, ma anche la gestione generale dell’evento - in grado di competere con le grandi kermesse nazionali e internazionali, ci sono tutti (e già sono ben calibrati sulle esigenze degli artisti e le necessità del pubblico): dinamismo, informalità, entusiasmo, una buona connessione con il territorio circostante, una buona rete di relazioni con il mondo folk e, all’interno di questo, con le iniziative più interessanti e le realtà più dinamiche, una serie di “sponde” artistiche in grado di suggellare una sorta di marchio che, in qualche modo, inizia a essere riconoscibile (vedi, ad esempio, Ambrogio Sparagna e il progetto de L’Orchestra giovanile di musica popolare), la capacità di intercettare artisti e spettacoli interessanti, anche se non esclusivi (l’anno scorso, tra gli altri, in cartellone c’era Vinicio Capossela con la sua Banda della Posta, oltre a Ginevra Di Marco e Riccardo Tesi; l’anno prima L’Orchestraccia, Francesco De Gregori, Lucilla Galeazzi e Peppe Barra; nel 2011 Almamegretta e Raiz, Peppe Servillo e il percussionista siriano Mohammad Reza Mortasavi). 
Ultimo punto a favore della manifestazione orvietana - e non da poco - è lo scenario da togliere il fiato dei vicoli e della Piazza del Popolo, dove si svolgono i concerti principali. Uno scenario che rigenera appena si arriva all’acropoli, dopo aver percorso l’incantevole strada ritorta che abbraccia la Val Teverina e il lago di Corbara. Una volta oltrepassato il varco del controllo biglietti, la piazza raccoglie un’atmosfera sospesa tra il grande evento e la festa di paese: siamo in pieno medioevo, ci sono pozzi, fontane, torri, merli e loggiati. Tra le gente che si gode lo spettacolo urbanistico, strisciando le ciabatte sul mattonato irregolare e ancora caldo, può capitare di sfiorare e incrociare i musicisti (quelli di Bombino passano meno inosservati, con gli abiti nigerini “post-tradizionali”, lucidi e verosimilmente scomodi, nonostante si tratti di casacche lunghe e pantaloni molto ampi), mentre, quasi come tessere di un puzzle, quelli che non hanno comprato il posto a sedere si guadagnano un anfratto della piazza e si sistemano in attesa dei concerti (molti si siedono ai tavoli dei bar che circondano la piazza e che offrono diverse visuali sul palco). Il programma musicale di quest’anno è abbastanza ricco (anche se ridotto rispetto ai precedenti) e alle performance del main stage si sono affiancati concerti di band emergenti (alla terza edizione del Contest nazionale Umbria Mei Folk Festival si sono esibiti i finalisti del concorso: Giuliano Gabriele, Marcabru, Isaia e L’Orchestra di Radio Clochard, Giulia Daici), musica itinerante per le vie del centro (Gruppo Folkloristico Itinerante Mariachi Tierra de Mexico), mostre ed escursioni. Tra queste ultime ricordiamo Folktrekking. 
L’anello della Rupe, una “passeggiata intorno alla Rupe di Orvieto con musica itinerante e soste animate in alcuni siti archeologici”, a cura di Sparagna e la partecipazione di alcuni musicisti dell’Orchestra Giovanile di Musica Popolare. Per quanto riguarda i concerti più attesi, quello di Asaf Avidan lascerà sicuramente un segno nella storia del festival. Non solo perché il cantante israeliano era, a furor di popolo, la star del giorno (e forse dell’intera manifestazione). Ma perché non ha deluso le aspettative, intrattenendo il pubblico per circa un’ora con una performance emozionata e molto partecipata. È inutile dire che la sua voce è straordinaria e basterebbe da sola. Però a Orvieto ci ha dimostrato un’interessante aderenza a un folk-blues inaspettato, irruvidito dallo spettacolo “one man band” (chitarra e armonica, qualche sonaglio appeso ai piedi, un pad di batteria elettronica, una percussione e una pedaliera con qualche effetto, usata soprattutto per registrare delle micro progressioni che poi, integrate con altri temi, facevano da base ai pezzi), da una competenza musicale poco tecnica ma efficace e dalla piacevole scioltezza con cui ha presentato le versioni marcatamente estemporanee dei brani del suo repertorio. Un grande entusiasmo ha accolto anche Bombino. Il quale, mantenendo un ghigno bonario e complice allo stesso tempo, si è rivolto in rare occasioni al pubblico. 
Il chitarrista nigerino - che, sulla scia del successo internazionale del suo ultimo disco Nomad, sta percorrendo l’Italia in lungo e in largo - parla in francese e guarda i ragazzi sotto il palco con uno sguardo semplice e lontanamente ipnotico, sottolineando la sua gratitudine per l’entusiasmo della piazza con un reiterato inchino della testa, “naturalizzato” in una postura “chitarristica” che lo spinge a piegare il collo verso sinistra e ad alzare gli occhi a destra. Come abbiamo già detto in queste pagine, la sua chitarra e il suo sound hanno scosso qualcosa nello scenario internazionale delle musiche “alternative”. La sua tecnica è inafferrabile ed è la diretta espressione delle sue mani lunghe e appuntite, che sfiorano la chitarra seguendo dei movimenti molto scenografici e leggiadri. Tutto lo spettacolo è stato folgorante (basso, batteria e, oltre alla sua, sempre in primo piano, altre due chitarre, tra le quali quella di Adriano Viterbini), ma una nota di entusiasmo va senz’altro al drumming: incessante, coerente, preciso e denso. Un fiume in piena che ha sorretto lo scorrere dei pezzi in un crescendo irresistibile. Tra gli artisti che hanno solcato il palco, vi sono stati Ambrogio Sparagna e L’Orchestra Giovanile di Musica Popolare, Hevia e Le Cornamuse del Drago. Con questi ultimi la piazza ha assunto la forma interessante di una casuale e antiretorica rievocazione medievale. 
Casuale perché è un’inevitabile associazione di idee: il suono ventoso, scaltro, stridente e romantico degli aerofoni non poteva che stagliarsi nel profilo della piazza, amplificandone la suggestione e cullando gli spettatori in un trasporto collettivo e condiviso. In un cartellone interessante, che ha voluto rendere omaggio a differenti espressioni popolari (integrate con il concerto di Caparezza, che ha inaugurato il main stage la sera del 20, al quale hanno assistito diverse migliaia di persone), ho trovato particolarmente interessante la performance di Raffaelo Simeoni, un veterano della nostra musica popolare, il quale, grazie al suo innegabile talento e alle sue ottime competenze musicali, ha dimostrato una non scontata capacità di rigenerarsi. Simeoni - oltre ad aver condiviso il palco con Sparagna e L’Orchestra, insieme ad Arnaldo Vacca, nella serata conclusiva del festival - ha suonato la sera di giovedì 21, accompagnato da Goffredo Degli Esposti e Gabriele Russo. Un’esibizione semplice, scarna, ma straordinaria sul piano musicale. Soprattutto perché i brani del polistrumentista reatino hanno assunto una veste nuova, rinvigorita da un’esecuzione magistrale, con pochi ma significativi strumenti e la padronanza senza eguali dei due musicisti umbri che lo hanno accompagnato (entrambi parte del gruppo di musica medievale Micrologus). Russo e Degli Esposti - con la complicità di Simeoni, il quale, alternando la sua chitarra all’organetto, è rimasto comunque l’asse centrale dello svolgimento musicale - hanno avvolto il pubblico con una sonorità perfetta, escogitata con strumenti medievali, dal suono ligneo (estremamente concreto, tangibile) e armonioso. Degli Esposti ci ha stupito soprattutto con il flauto a una mano, che ha suonato in combinazione con il “buttafuoco” o “altobasso”, un cordofono suonato con una bacchetta, che svolge la funzione di bordone ritmico. Gabrielle Russo - polistrumentista e cantante anche nei Sonidumbra - si è occupato della tessitura melodica con nichelarpa e bielle. 


Daniele Cestellini