Sziget Festival, Budapest, Isola di Obuda, 11-18 Agosto 2014

Per capire quanto sia cambiata l’Ungheria in un quarto di secolo, basta fare un salto in questi giorni all’interno del bel palazzo dedicato alla fotografia in Nagymezo Utca, varcare la soglia della Mai Manò House e scorrere le immagini dei fotografi Magnum che hanno documentato dapprima il lunghissimo periodo della cortina di ferro, poi la rivoluzione dell’89 e infine le febbrili dinamiche dei decenni successivi, comprese le veloci conversioni al capitalismo occidentale e le pulsioni nazionaliste impersonate dall’attuale primo ministro Viktor Orbán e dal suo partito, votato a un liberismo che strizza l’occhio ai fascismi. Ci sono due immagini in particolare che mettono in risalto lo “sfrigolìo” di diversità tra vecchio e nuovo innescatosi a partire dagli anni ’90. Entrambe le immagini sono state scattate nella storica Piazza degli Eroi, la piazza che ha segnato anche la caduta del regime comunista e dell’influenza sovietica. La prima è di Ferdinando Scianna ed è tratta da un servizio di moda del grande fotografo italiano con lo zoom della macchina che nel 1990 ritrae modelle fasciate da vestiti vagamente “deperiani” ai piedi delle grandi statue e delle strutture maestose che fanno da florilegio alla piazza. L’altra è del 2006, è stata scattata da Stuart Franklin, e suggella nella stessa piazza gli esercizi acrobatici di un ragazzo su uno skateboard. Un ragazzo che si disimpegna abilmente utilizzando come pista proprio le stesse strutture solitamente prestate ai capi di stato, alle celebrazioni storiche e alle manifestazioni politiche.
Le immagini dicono molto più di molte parole, come spesso capita alle grandi fotografie e suggellano chiaramente le urgenze di un cambiamento ancora in fieri e insieme ancora in divenire. C’è un altro modo per tastare il polso a questi cambiamenti in Ungheria ed è quello di ripercorrere il lungo serpentone spettacolare dello Sziget Festival. Una rassegna che in una ventina d’anni ha da una parte cambiato l’immagine dei giovani europei nei confronti dell’Ungheria e dall’altra ha alzato (e non di poco) il PIL della città che lo ospita. Lo Sziget in realtà è insieme un’immagine fedele e speculare della capitale magiara. E’ lo specchio della sua gioventù, in fieri e in divenire, e allo stesso tempo è anche qualcosa d’altro, di più complesso, di affine per rifrangenza, di appartenente e di estromesso. A partire dal suo luogo fisico e geografico, un’isoletta di 2 km per 3 appoggiata sul letto del Danubio, alla periferia di Budapest… Così, anche nel 2014, la Repubblica Autonoma dello Sziget Festival si è ufficiosamente costituita. Raggiunta da tempo la maggiore età, il mastodontico appuntamento magiaro ha assunto sempre più i contorni di quella che Hakim Bay definirebbe T.A.Z. (Temporary Autonomus Zone). I numeri ci sono da tempo: con i suoi quasi cinquecentomila frequentatori l’isola di Obuda conta per poco più di una settimana all’anno più “cittadini” di San Marino e Montecarlo. L’utopia pirata dello Sziget Festival ha collocato, anno dopo anno, anche altri tasselli che rendono credibile questa definizione.
Durante i giorni del festival vengono attivate linee telefoniche autonome, non si batte moneta ma in compenso si usano card speciali per effettuare gli acquisti; da qualche anno poi sull’isola ci si può anche sposare, mentre i consigli di rabbini, Hare Krishna, mental coach, astrologi e cartomanti sono a disposizione degli astanti già dalle prime edizioni. Per non parlare infine dell’esperanto linguistico che viene adottato in questa kermesse inconfondibile: il dialetto, i dialetti universali delle arti, declinati in mille modi, con una particolare propensione per la musica, ma certo non solo per quella. Sziget Festival è da ventun anni a questa parte un coacervo di occasioni spettacolari che comprendono una trentina di palchi, ma anche un circo all’aperto e uno al chiuso, teatro, proiezioni video, librerie, la ricostruzione di un tipico villaggio ungherese, centinaia di ristoranti etnici, un labirinto, un paio di gru del bungee jumping, spettacoli di burlesque, discoteche, mostre, spazi dedicati alle ONG e alle associazioni umanitarie e una manciata di parchi tematici... In tutto questo bailamme si muove un pubblico giovane e pacifico, multietnico e tollerante, equamente diviso tra i campeggiatori e i pendolari che ogni giorno arrivano a frotte nell’isola piazzata sul Danubio nella periferia ovest di Budapest. Tutta questa lunga introduzione per certificare un fatto ineludibile: il contorno in questo festival è importante quanto la sostanza, ovvero la location, le strutture, il pubblico sono essenziali quanto il ricco cartellone degli show.
Naturalmente la kermesse è anche un’occasione ghiotta per coloro che vogliono inaugurare una lunga scorpacciata di concerti e da sempre lo spazio dedicato alla world music è un tassello importante della programmazione. Rubricata con grande dispiacere la cancellazione della tenda dedicata alla musica rom che scandiva da sempre alcuni torridi e trascinanti appezzamenti del nostro itinerario d’ascolto (e naturalmente non vogliamo neppure pensare che la mossa da parte degli organizzatori sia in qualche modo un gesto di compiacenza nei confronti del governo Orban notoriamente ostile alla cultura rom e al suo popolo…), abbiamo comunque presidiato ogni giorno il World Stage, roccaforte delle musiche etniche all’interno dello Sziget Festival. Il primo “coup de coeur” sul palco magiaro è arrivato da una musicista apolide come Yasmine Hamdan, nata in libano, trasferitasi in Francia da tempo, lanciata nel mercato internazionale dapprima da una collaborazione con le Cocorosie e poi dall’intuito di Jim Jarmush che ha scelto un brano di questa libanese dai capelli corvini per la colonna sonora del suo bellissimo film sui vampiri, “Solo gli amanti sopravvivono”. La Hamdan, sia pure ancora un po’ acerba per quanto riguarda il carisma scenico, ha messo comunque in moto un set di grande suggestione con l’elettronica, il rock e le melopee mediorientali che si rincorrevano fascinosamente.
La Hamdan ha confessato di aver iniziato a scrivere canzoni «provando molti modi diversi di usare la lingua araba, quasi come se la potessi scolpire» e in brani come “Enta fen Again” un esplicito omaggio a Oum Koulthoum (“il mio spirito è in agitazione/ io penso a te, dove sei?/ Dov’è quell’amore di cui parli?”) e come “Deny”, una preghiera rituale alla luna attraverso la quale una donna tenta di riassaporare l’odore del suo amante che si trova in un altro continente, l’alchimia di suoni e parole è rimbalzata sugli astanti dello Sziget in una sorta di speciale, specialissima, fragranza. Da una sorpresa a una conferma, quella del Canzoniere Grecanico Salentino che a Budapest guidava la folta pattuglia di artisti pugliesi selezionati grazie a una collaborazione tra lo Sziget, l’Associazione l’Alternativa e Puglia Sounds. Detto che nell’Europe Stage sono passati anche Caparezza, Diodato, Aucan e Rumatera il picco di attenzione e di audience in ottica italica, il più grande festival europeo per numero di spettatori l’ha dedicato al tecno punk dei veneti The Bloody Beetroots (esibitisi con gran clamore nell’A38 Stage) e, appunto, alla pizzica rivisitata del gruppo guidato dal violinista Mauro Durante. L’ensemble salentino è oramai una vera e propria macchina da guerra con un equilibrato mix di timbriche e ritmiche e con una sapiente alternanza di originals e pezzi tradizionali ad alternarsi in scaletta.
Il pubblico ha decisamente apprezzato il set. Un pubblico composto non solo e non tanto da italiani ed è questo il bello del World Stage, un palco dove la carta d’identità del gruppo di provenienza non corrisponde necessariamente a quella della maggioranza del pubblico. Lo stesso concetto si può naturalmente applicare allo show dei maliani Terakaft, al combo multietnico di stanza in Francia dei Fanfarai, ai canadesi con infatuazioni caraibiche dei Kobo Town e persino agli ungheresi Söndörgő. Questi ultimi, si sono già fatti apprezzare in tanti contesti internazionali (Womex e Babel Med compresi), eppure non smettono di impressionare per l’abile mix di virtuosismo e rivisitazione poetica del materiale di alcune matrici folk dell’Europa dell’est, con le corde di tamburica, chitarre, contrabbassi, una darbouka e qualche flauto a incorniciare le loro inebrianti escursioni solistiche. 


Valerio Corzani