Roots & Blues: Angela Esmeralda e Sebastiano Lillo, Chris Bergson Band, Delta Moon, Paul Filipowicz, Scott Ramminger, The Campbell Brothers, Swampcandy, J.R. Shore

Angela Esmeralda e Sebastiano Lillo – Deltasoul (Il Popolo del Blues/Audioglobe, 2014) 
La scena blues dell’Italia meridionale di tanto in tanto ci regala qualche interessante sorpresa, è il caso del duo composto dalla cantante Angela Esmeralda e dal chitarrista Sebastiano Lillo, i quali lo scorso anno hanno deciso di unire le forze, spinti dal desiderio contaminare il blues con echi di soul e jazz, rivendicando il legame con la loro terra d’origine, la Puglia. Mettendo a frutto le rispettive esperienze musicali maturate in ambito jazz, e la loro sensibilità verso le radici della musica afro-americana, il duo blues pugliese in breve tempo ha raccolto grandi consensi, arrivando a vincere il concorso “Obiettivo Bluesin” che gli ha consentito di esibirsi sul palco del Pistoia Blues Festival, ma soprattutto di superare le selezioni dell’European Blues Challenge arrivando alle finali italiane. A coronamento di questa serie di successi che hanno caratterizzato i loro primi passi, Angela Esmeralda e Sebastiano Lillo hanno, di recente, dato alle stampe “Deltasoul”, il loro disco di debutto che ha visto la luce, grazie alla lungimiranza della storica etichetta blues fiorentina, Il Popolo Del Blues, fondata dall’indimenticato Ernesto De Pascale che rilancia la propria attività discografica tornando a scommettere sul made in Italy. Composto da undici brani originali, il disco si caratterizza per un approccio diretto ed essenziale, ma allo stesso tempo vibrante di energia e passione, elementi questi perfetti a raccontarci il doppio profilo evocato dal titolo e dalla copertina, in cui blues delle radici e mescolato al soul acustico, nelle cui trame si intrecciano storie di schiavitù e libertà che abbracciano vecchio e nuovo mondo. L’ascolto rivela l’originale approccio vocale della Esmeralda che si integra alla perfezione con lo stile chitarristico di Sebastiano Lillo, ma ciò che colpisce è la capacità di spaziare attraverso sonorità differenti che rimandano ora al roots blues (“Hurry Down!”), ora al soul (“Blue Freedom”), fino a toccare il pop (“Miss Kent”). A spiccare in modo particolare sono però la splendida “Bob’s Mood” che apre il disco, e quel gioiellino che è “Drive My Car” cantata a cappella dalla Esmeralda, due brani che condensano molto bene l’obiettivo di questo disco ovvero unire la Puglia e gli States in un abbraccio inedito, quanto appassionato. “Deltasoul” è insomma una opera prima da ascoltare con attenzione, con la certezza che presto sentiremo ancora parlare di questo brillante duo blues. 

Chris Bergson Band – Live At Jazz Standard (2 Shirts Records, 2014) 
Segnalato all’attenzione del grande pubblico con l’eccellente “Fall Changes”, segnalato da Mojo come uno dei migliori dischi del 2008, Chris Bergson è un cantante, compositore e chitarrista newyorkese di grande esperienza con alle spalle collaborazioni prestigiose con artisti del calibro di Hubert Sumlin, Levon Helm, B.B. King, Norah Jones, John Hammond, Etta James, e Bettye LaVette. La sua cifra stilistica che mescola il blues del Delta con soul, jazz e spruzzate di rock è diventata un vero e proprio marchio di fabbrica, e non a caso lo dimostra anche il grande apprezzamento ricevuto dal suo album più recente “Imitate The Sun” del 2011. A tre anni di distanza da quest’ultimo Bergson ha pubblicato di recente un interessante disco dal vivo “Live At Jazz Standard”, in cui ha raccolto una selezione di quindici brani, tratti da due concerti nello storico locale newyorkese, che compendiano e documentano in modo molto fedele tutto il suo percorso artistico. Al fianco del chitarrista di Manhattan, oltre alla sua inseparabile band composta da Craig Dreyer (organo e piano Wurlitzer), Matt Clohesy (basso), e Tony Leone (batteria e controcanti), troviamo anche una scoppiettante sezione di fiati composta da Ian Hendrickson-Smith (sax baritono), Freddie Hendrix (tromba) e David Luther (sax tenore), e la voce soulful di Ellis Hooks. Aperto dalla funky-rock “Greyhound Station”, scritta da Bergson e dalla moglie Kate Ross, il disco si svela in tutto il suo fascino con brani spaziando dal soul di “Mr. Jackson” e “The Only One”, in cui spicca tutta la carica della sezione di fiati, o come la superba, al Delta blues della superba “Heavenly Grass” con testo di Tennessee Williams, fino a toccare ballate intense come “Chloe’s Song”. Il disco riserva comunque altre sorprese come nel caso del funk “Baby I Love You” di Ronnie Shannon’s o della ballata densa di poesia “Just Before The Storm”, ma il vertice del disco arriva con la magnifica “Christmas In Bethlehem, PA” che ci porta dritto a New Orleans con tutto il gruppo a supportare magistralmente il cantato di Bergson. Completano il disco i due brani migliori di “Fall Changes” ovvero la divagazione nel jazz “The Bungler” e la trascinante “Gowanus Heights” in cui brilla un eccellente assolo di chitarra dello stesso Bergson. 

Delta Moon – Life’s A Song – Live Volume One/Turn Around When Possible - Live Volume Two (Autoprodotto, 2013) 
I Delta Moon nascono da un incontro casuale tra Tom Gray (voce, chitarra e steel guitar), Mark Johnson (chitarra, banjo e controcanti) in un negozio di musica di Atlanta, GA, è lì che scatta subito il feeling, e ben presto si ritrovano a suonare insieme. L’idea di mettere su una band è sin da subito chiara, così come il nome del gruppo che arriva da un viaggio a Clarksdale, Mississippi. Anche il successo non si fa attendere e nel 2003 trionfano all'International Blues Challenge di Memphis nel 2003, ma è nel 2007 che arriva la svolta con l’ingresso nella line-up della sezione ritmica composta da Franher Joseph (basso e controcanti), e Darren Stanley (batteria). Dopo il grande successo commerciale di “Black Cat Oil” del 2012, che gli ha consentito di suonare in tutto il mondo, confermando la loro fama di veri animali da palcoscenico, i Delta Moon ritornano con un due album usciti praticamente in parallelo, ovvero “Life’s A Song – Live Volume One” e “Turn Around When Possible – Live Volume Two”, che fotografano in maniera eccellente la potenza e l’energia dei loro live act, in cui le slide infuocate di Gray e Johnson accompagnano l’ascoltatore in un viaggio sonoro che si snoda dal blues del Mississippi, al twang degli Appalachi, fino a toccare il rock-steady più puro. Insomma un concentrato di roots music dall’aroma forte ed intenso, da ascoltare con grande attenzione per cogliere ogni sfumatura stilistica di questo combattivo quartetto. Sebbene la qualità dei due dischi sia simile, “Turn Around When Possible” si lascia preferire a “Life’s A Song”, registrato qua e là negli States tra North Carolina, Georgia e Florida, solo perché raccoglie per intero il concerto tenuto il 7 Maggio 2013 presso il Meisenfrei Blues Club di Brema, ma anche per la qualità intrinseca delle esecuzioni dei singoli brani. Negli oltre cinquanta minuti del Volume Two, numerosi sono i brani da ricordare a partire dall’uno-due iniziale con “Midnight Train” e “Black Coffee”, passando per le eccellenti “The Wrong Side Of Town” e “Get Gone” fino a toccare ballate come “True Love Lies” imbevute di Mississippi Delta Blues, delle quali non si può non lodare la scrittura a metà strada tra racconti sulfurei e storie d’amore. Pregevoli sono anche le riletture di “Shake 'Em On Down” di Fred McDowell, “Hard Times Killing Floor Blues” di Skip James, e quel gioiello che è “Goin' Down South” di R. L. Burnside, ma la vera sorpresa è “Nightclubbing” di David Bowie e Iggie Pop qui proposta in una versione tutta da ascoltare. Chiude il disco e il concerto “That's It” sottolineando ancora una volta, se mai ce ne fosse bisogno, che i Delta Moon hanno talento ed energia da vendere.

Paul Filipowicz – Saints And Sinners (Big Jake Records, 2013) 
Bluesman sessantaquattrenne di base a Madison, la capitale dello stato del Wisconsin, Paul Filipowicz, a prima vista potrebbe facilmente essere rubricato nella categoria di personaggi marginali della scena musicale americana, tuttavia andando più a fondo scopriamo non solo che a dispetto della propria residenza è un fine interprete del Chicago Sound, ma soprattutto che è attivo sin dagli anni settanta, vantando oltretutto ben sei album tra cui spicca il gustoso live del 2007 “Chickenwire”. Il suo nuovo album “Saints And Sinners” raccoglie nove brani nuovi di zecca più tre bonus track, risalenti al 1982 ma mai pubblicate prima, che nel loro insieme ci svelano tutta la sua grande esperienza nell’approcciare le dodici battute, e il suo originale approccio chitarristico, vera e propria marcia in più rispetto a tanti suoi colleghi. Significativo in questo senso è lo strumentale “Hound Dog Shuffle”, che apre il disco nel quale ritroviamo gli insegnamenti del suo mentore Luther Allison, ma anche la lezione di Stevie Ray Vaughan, ma anche il brano successivo “Bluesman”, in cui spicca Jimmy Voegell che si detreggia tra piano e organo, così come piace lo slow blues “Your True Lovin’”. Se “Hootin’ & Hollerin’” ci regala un po’ di sano sound bayou, “Good Rockin’” ha tutta l’aria di essere un tributo al grande Jonny Winter. Non manca il ricordo di un vecchio amico, il sassofonista Richard Drake, nello strumentale “Fat Richards Blues”, così come il trittico “Where The Blues Come From”, “Everyday, Everynight” e “Hey Bossman”, che conclude il disco mescola ZZ Top e George Thorogood, in una miscela esplosiva ed entusiasmante. Nota di colore finale sono già citate tre bonus track tra cui spiccano il classico funky “Back Door Santa” di Clarence Carter, e “How Many More Years” di Howlin’ Wolf che, pur penalizzate da una registrazione non ottimale, lasciano intravedere tutto il talento di Filipowicz agli inizi della sua carriera artistica. 

Scott Ramminger – Advice From A Father To A Son (Arbor Lane Music) 
A tre anni di distanza dell’apprezzato “Crawstickers”, Scott Ramminger, sassofonista blues di Washington DC, torna con un nuovo album “Advice From A Father To A Son” nel quale ha raccolto dieci brani, di cui sette incisi a New Orleans, con quattro eccellenti strumentisti ovvero il leggendario George Porter Jr. (basso), Shane Theriot (chitarra), David Torkanowsky (piano e tastiere) e Johnny Vidacovich (batteria), musicisti di grande esperienza che hanno contribuito in maniera determinante alla riuscita del disco, a cui si aggiungono le voci delle McCrary Sisters. Ad aprire il disco è la splendida “I Really Love Your Smile” con il piano di Torkanowsky in gran spolvero a disegnare un sound a metà strada tra la canzone d’autore e i suoni di New Orleans. Si prosegue alla grande con “Funkier Than Him” che brilla per il suo intenso groove, gli echi di Little Feat di “This Town’s Seen The Last Of Me” e l’elegante ballata mid-tempo “The Other’s Man’s Shoes” cantata da Ramminger in duetto con Regina McCrary ed impreziosita da un magnifico assolo di sax. La title-track ci porta dritto nel cuore del New Orleans sound, con Ramminger in gran spolvero nell’evocarci il miglior Randy Newman. La ballata “I’ve Got A Funny Feeling”, in cui spicca il solo di chitarra di Theriot ci porta dritto a “Magic In The Music” che con la complicità delle McCrary Sister ci regala una miscela esplosiva di funky-rock. Nel disco c’è spazio anche per la band di Ramminger, i Crawstickers che lo accompagnano nei tre brani conclusivi, ma il divario tecnico e la qualità intrinseca dei brani rispetto ai sette iniziali è così evidente, che sarebbe stato meglio non includerle nel disco, troppa atmosfera da riempivi, conditi da una insopportabile divagazione nel reggae con “Sometimes You Race The Devil”. Insomma “Advice From A Father To A Son” è un disco eccellente per tre quarti e assai deludente nell’ultima frazione, una maggiore severità di 

The Campbell Brothers – Beyond The 4 Walls (Dixiefrog/I.R.D., 2014)
Lanciati negli anni Novanta dalla Arhoolie Records, i Campbell Brothers da qualche anno avevano fatto perdere le loro tracce dal punto di vista discografico, preferendo concentrarsi forse sulla loro chiesa di Rochester, NY, dove all’epoca furono scoperti e che fu la culla delle loro “Sacred Steel”, un vero e proprio marchio di fabbrica che li proiettò all’attenzione del grande pubblico per il loro originale approccio al soul e al gospel, che eseguivano con l’ausilio di lap steel e pedal steel guitar, strumenti generalmente associati al country, ma che nel loro caso diventano un ulteriore voce del coro, pronta a cantare lodi al Signore. La lunga attesa dal loro ultimo disco in studio, è stata ben ripagata dalla pubblicazione del come-back album “Beyond The 4 Walls” in cui hanno raccolto undici brani nuovi di zecca, che ci riconsegnano integro e in tutto il suo fascino il loro originale approccio d’acciaio, vibrante di venature funk al gospel. Le “Sacred Steel” di Campbell Brothers ci regalano un brani entusiasmanti come l’iniziale “Hell No! Heaven Yes!”, il blues gospel di “Mama’s Gone”, e il trascinante inno di ringraziamento “Lord, I Just Wanna Thank You” in cui si tocca con mano quanto affermava Chuck Campbell, ovvero che dalle loro steel si possono quasi sentire le parole. In particolare il loro uso lap steel fretless, non viene limitata dal “legato” come nel country, ma allo stesso modo della voce umana, è dinamica e spazia da note alte ed estatiche, a note gravi e drammatica, il tutto con un fascino incredibile come dimostra la superba versione di “Nobody’s Fault But Mine”. Se avete amato i Blind Boys of Alabama o “Nashville” di Solomon Burke, adorerete letteralmente questo disco, ma il consiglio è quello di ascoltarlo con grande partecipazione, anche solo per la curiosità di scoprire come la slide o la steel guitar possano rivelare sorprese ben diverse dalle sonorità languide e melense di un certo country. 

J.R. Shore - State Theatre (Autoprodotto, 2013) 
Da The Band a Colin Linden, passando per Jesse Winchester e David Wiffen, senza contare Neil Young e Joni Mitchell, la scena musicale canadese ha, da sempre, dato prova di saper rileggere in modo superbo i linguaggi sonori made in USA. A questa schiera di cantautori e musicisti così prestigiosa, prova ad aggiungersi anche J.R. Shore, cantautore canadese di Calgary, segnalatosi nel 2008 con il suo disco di debutto “An Impeccables Shine” e che lo scorso anno ha dato alle stampe il suo terzo disco “State Theatre”, disco che raccoglie dodici brani che mescolano contry-rock, blues e soul, e a cui si aggiunge un bonus disc con otto cover d’eccezione, a sottolineare con maggiore chiarezza quali sono le sue coordinate musicali. Ad aprire il disco è lo swamp blues di “Holler Like Hell” sei minuti ad alto tasso elettrico che svelano sin da subito il suo approccio rigoroso con la roots music. Sulla stessa scia si pone anche il brano seguente “Addie Polk”, ma è con la ballata pianistica “Poundmaker” che si tocca subito uno dei brani cardine del disco, con l’organo di Garth Kennedy a ricordarci da vicino The Band. Prende così il via un vero e proprio viaggio attraverso gli States che ci porta dalle sonorità di New Orleans con “Charlie Grant” e “Jackie's Odd”, al Texas con il country waltz “”M.S. St. Louis”, fino a toccare il sound paludoso della torrida “Spring Training”. Il cantautorato torna al centro della scena prima con la ballata pianistica “146” e poi con “The Ballad of Dreyfus”, ma le sorprese non finiscono qua perché il bonus disc racchiude alcune belle riletture come “W.S. Walcott Medicine Show” di The Band, “Dead” dei Grateful Dead, “Sin City” di Gram Parsons e “For The Turnstiles” di Neil Young, insomma 

Swampcandy - Midnight Creep/ Noonday Stomp (Autoprodotto, 2013)

Duo blues di Annapolis, Maryland, composto da Ruben Dobbs (voce e chitarra) e dall’eclettico Joey Mitchell (contrabbasso e grancassa), gli Swampcandy seguono la recente moda che vuole la line-up a due come formula ideale a rileggere il blues del Delta. Pur non distaccandosi molto da quanto fatto da diversi loro colleghi, che si sono limitati spesso a riproporre sonorità e stilemi già sentiti, questo duo del Maryland aggiunge alla formula un pizzico di follia che li vede proporre arrangiamenti per nulla scontati in cui mettono insieme folk, blues e un pizzico di ragtime che non guasta mai. Significativo a comprendere a fondo il loro approccio stilistico è il loro nuovo album “Midnight Creep/Noonday Stomp” che raccoglie diciassette brani, incisi nel corso di due session effettuate tra un'antica casa coloniale, e la fattoria di Dobbs. L’ascolto, infatti, ci regala blues scarni e ruvidi come “Aberdeen” e “Preachin' Blues”, in cui brilla l’uso del bottleneck accompagnato alla scoppiettante ritmica messa in piedi da Mitchell, divagazioni nel folk come nella splendida ed evocativa “Danced On A Mountain”, o il folle ragtime “Charlie”. Piacciono anche piccole sorprese come “Future Blues” di Willie Brown, l’ubriaca “Drink Whiskey With Me”, e la gustosa incursione nelle sonorità roots di “If You See My Baby”, tuttavia i vertici del disco vanno ritracciati nell’elettrica “Avalon” e nella conclusiva “1000 Miles Away”, che con il suo andamento folkie suggella un disco interessante, che non mancherà di divertire i grandi appassionati del blues delle radici.


Salvatore Esposito