Piero Sanna, l’ambiente e il canto a tenore a Bitti (parte prima)

Prosegue il nostro cammino per la valorizzazione della musica tradizionale sarda con il ricordo di Piero Sanna, storico tenore di Bitti (NU), soprannominato “Pizero”, un atipico diminutivo del nome secondo la parlata locale. Ad alcuni chilometri dal paese, nei luoghi incontaminati dove era solito svolgere la professione di pastore sin dalla sua infanzia, ho (casualmente) avuto modo di dialogare con la moglie Lucia e i figli Gianni, Salvatore e Natascia, grazie ai quali ho potuto chiarire l’ambiente musicale e culturale in cui è avvenuta la formazione del cantore, da tutti apprezzato per umanità e semplicità d’animo. Scherzoso, appassionato delle tradizioni locali e del lavoro nei campi, Piero Sanna per quarant’anni è stato “sa ’oche” del Tenore “Remunnu ’e Locu”, Gruppo di spicco della polivocalità profana sarda, contraddistinto da un’intensa attività internazionale concertistica e culturale. Ciò ha permesso ai Tenores di Bitti di conseguire (nel 2007) il titolo di “Cavaliere della Repubblica”, coronamento di un percorso musicale, costellato di successi anche in ambito televisivo e discografico, tra cui la pubblicazione “S’Amore e Mama” prodotta dalla “Real World” di Peter Gabriel, nel 1996. L’ultimo concerto di Piero Sanna si è svolto l’ 1 dicembre 2013, al Teatro lirico di Cagliari, durante un’esibizione benefica a favore degli alluvionati sardi. Dopo una breve incurabile malattia, il 29 gennaio del 2014, è deceduto, a Nuoro, all’età di settantadue anni. 

L’infanzia e l'ambiente pastorale 
Nato nel 1941, dopo le scuole primarie, nei primi anni Cinquanta, iniziò a lavorare come pastorello. Il padre Giovanni in quel periodo si era ammalato, per cui Piero, essendo il maschio più grande di famiglia, a dieci anni dovette occuparsi del bestiame di famiglia, mentre la madre Natalina e le cinque sorelle gestivano una locanda situata nel centro del paese. Il fratello più piccolo, Giorgio, all’epoca era in fasce. Le zone montane dell’agro di Bitti dove lavoravano i Sanna come pastori sono note come “Gardu reu” (è un tipo di cardo selvatico che in Sardegna viene preparato anche sott’olio) e “Calavrina” (è il nome che in dialetto viene dato a una cavallina non ancora domata), un’estesa area montana boschiva caratterizzata da sugheri situata a diversi chilometri dal centro abitato. Luoghi magici, incontaminati, delimitati a oriente dallo sfondo calcareo del Monte Albo, dietro al quale vi sono le chilometriche spiagge della Baronìa. 
Da Bitti, i luoghi di lavoro della famiglia Sanna erano raggiungibili, dopo lungo tragitto, a cavallo o con il carro trainato dai buoi. Come tutti i pastori della zona, avevano costruito “sa pinnetta” (capanna con tetto a frasche) con “su ’ochíle”, zona destinata alla cottura dei cibi. Dentro a “sa pinnetta” si dormiva, di solito, su stuoie (“sas istojas”) ricavate da materiali vegetali. La vita del pastore era sacrificata, molto ben descritta dall’antropologo Bachisio Bandinu, concittadino e (quasi) coetaneo di Piero Sanna. In paese si tornava solo saltuariamente. Il lavoro richiedeva di alzarsi a notte fonda per “supuzzare” (“tagliare”, ma ha un significato più ampio) i rami degli alberi, dai quali gli animali (in prevalenza ovini) si sarebbero potuti alimentare. In campagna c’era sempre da fare tra pascolo, mungitura, preparazione dei formaggi. Tipico è quello che, da queste parti, chiamano “su casu romanu”, poi, a maggio o giugno, si produceva il pecorino, con il quale i pastori erano soliti pagare l’affitto dei terreni ai proprietari. Il formaggio una volta preparato veniva portato in paese, dove le forme, in appositi locali, venivano salate e stagionate. In paese si tornava in media (ma dipendeva dai periodi) una volta la settimana anche per il cambio del vestiario e per stare con gli amici. Quanto evidenziato è il contesto ambientale nel quale il tenore Piero Sanna era cresciuto, lavorando sodo, stringendo amicizia fraterna con tutti i pastori della zona. Era «una parentela, una grande famiglia: c’era amicizia vera», al bisogno si aiutavano l’un l’altro, collaboravano, si prestavano gli animali da soma per l’aratura e si stimavano reciprocamente, nel rispetto delle regole di buon vicinato. All’occasione, “sa pinnetta” si poteva trasformare in luogo d’incontro, per pranzi o cene conviviali a base di “petza abbuddhita” (carne bollita) o di “petza ’e patatas” (carne con le patate) o di carni arrostite. Per brindare non poteva mancare il vino rosso. Piero Sanna, mi ha riferito la moglie, «ci teneva a bere buon vino, pertanto curava con dedizione la propria vigna». Dall’ultima vendemmia, in famiglia stanno ancora bevendo i vini da lui prodotti: un vino rosso intenso, di forte di gradazione e uno bianco particolarmente liquoroso. 

Il canto a tenore 
A turno i pastori ricambiavano la visita nelle diverse “pinnettas”, per cui le serate (unici momenti di riposo) di sovente si trascorrevano in compagnia, spesso cantando “a tenore”. Altri divertimenti negli agri non c’erano. Si cantava dappertutto in campagna e in paese, durante le feste, i matrimoni o in ricorrenze particolari come, ad esempio, quelle della tosatura (a maggio o a giugno). Non esisteva un gruppo di riferimento. Si cantava tra amici. Così ha imparato a cantare Piero Sanna, il cui padre era cantore e poeta estemporaneo in rima (a “ottava” e a “battorina”). Altri luoghi preposti al canto erano le bettole (“tzilleris”). Come oggi, erano numerose. Cantare a Bitti era cosa normale, «come si va oggi in piazza a discutere con gli amici, così “sos tenores” si ritrovavano nei bar a cantare. Ognuno cantava come poteva e i Gruppi non erano mai fissi, in quanto le voci potevano essere interscambiabili nei limiti del possibile». Sanna, ad esempio, cantava da “ ’oche” (voce conduttrice), però, secondo l’occasione, poteva diventare una “mesu ’oche” (la voce più acuta del “tenore”). A volte gli incontri vocali si protraevano fino a notte inoltrata, di conseguenza questo dell’alternanza poteva divenire uno stratagemma per far riposare la voce. Il canto a tenore, inoltre, aveva la funzione di “contonare”, in altre parole fare le serenate alle giovani ragazze. Si cantavano di notte, sotto le finestre della ragazza, rischiando di prendere multe salate per schiamazzi. Piero Sanna amava cantare, era per lui una passione della quale andava fiero, come la partecipazione a un Gruppo di Tenore così apprezzato quale il “Remunnu ’e Locu”. Il nome del Gruppo era stato scelto per ricordare un poeta improvvisatore bittese, tal Raimondo Delogu (nato nel rione “Cadone”), in dialetto denominato “Remunnu ’e Locu”, vissuto tra il XVIII e XIX secolo. 

Dialogando con la moglie di Piero Sanna 
Di seguito, sintetizzo quanto raccontatomi dalla cordiale signora Lucia, in merito ai canti, ai balli e alle feste di Bitti, facendo riferimento al contesto paesano di quando lei e suo marito erano giovani. «Non sono un’esperta di canto, ma quelli che cantava Piero erano chiamati “a isterrita”, “a boche ’e notte” o “a ballu”. I balli tipici di Bitti sono a “ballu tunnu” (si ballano in cerchio), e potevano essere “ballu seriu” e “ballu lestru”. Su “seriu” è quello che veniva chiamato anche “a passu torratu”. I ragazzi di oggi talvolta “lu brincana”, lo ballano in modo più movimentato. Il ballo era importante per conoscersi, ai miei tempi non era facile avvicinare le ragazze come oggi, se uno lo faceva, subito giravano chiacchiere in paese. Si ballava in Piatza Nova, la piazza principale, oggi denominata Giorgio Asproni. Il ballo veniva accompagnato dal tenore o da qualche fisarmonicista. Il fisarmonicista s’improvvisava. Ce n’erano diversi in paese e permettevano alla gente di ballare e di divertirsi. I balli c’erano alle feste paesane più importanti come quelle de “Su Meraculu”, il 30 settembre, un novenario, caratterizzato dalla “pratessone” (processione). La sera della festa i cavalieri di Pattada e di Bitti andavano a prendere la statua della Madonna, la portavano a San Giorgio e, poi, la riportavano nella Chiesa dove è conservata. “Santu Jorgi” (San Giorgio) cade in aprile. Poi la “Annunziata” a maggio, un altro novenario, con i fedeli che stavano in “sas cumbissias” (casette poste intorno alla chiesa). La sera era sempre di festa: si cantava e si ballava. Il tenore non era uno solo, ce n’erano tanti. Il primo che capitava iniziava, poi si alternavano o si scambiavano. Ognuno cantava alla sua maniera. I palchi inizialmente non erano solo per i tenores, ma soprattutto per i poeti che venivano a cantare, i tenores li accompagnavano. Poi, a “Capitanni” (settembre, da “caput anni”), i pastori pagavano i servi-pastori e gli affitti. Si saldavano i conti. Se non c’era il rinnovo, il lavoro terminava. Piero con il Gruppo (coordinato da Daniele Cossellu) ha iniziato a cantare nel 1974, esattamente quarant’anni fa. Quest’anno lo ricordo bene, perché è lo stesso anno in cui ci siamo sposati. Proprio a settembre, dovevamo festeggiare anche per il decennale dell’apertura dell’agriturismo. Purtroppo… . 
Il Gruppo “Remunnu ’e Locu” ha presto iniziato a essere chiamato nelle feste e per concerti, in Sardegna, in continente e all’estero. Quanto piaceva a Piero cantare! Faceva tanti sacrifici, ma senza mai abbandonare i suoi doveri di pastore. Era metodico. A volte anticipava le arature e sistemava quello che doveva, altrimenti non avrebbe avuto il tempo di farlo bene. Lui lavorava sempre con il fratello minore, Giorgio (“Jorgi”), purtroppo deceduto già dieci anni or sono. Per lui era come un “figlioletto”. Quando andava fuori per i concerti, Piero chiamava un ragazzo per aiutare Giorgio, perché il lavoro era molto e da solo il fratello non poteva farcela. Piero aveva smesso di fare il pastore una decina di anni fa, poi si è sempre dato da fare. Amava troppo la campagna. Veniva ad aiutare i figli, a lavorare con la ruspa e il trattore, e curava il frutteto, la vigna e l’uliveto. Grazie a lui si mangiava sano. Lui ha insegnato ai figli il mestiere di pastore e diceva loro: “Non fate solo i pastori, se potete cercate sempre di aiutarvi anche con qualche altro lavoro”. Con sacrificio i ragazzi hanno messo in piedi il caseificio. Realizzare un agriturismo era un desiderio di mio marito. Sono contenta che mio marito sia sempre stato apprezzato e che gli abbiano dedicato articoli sul giornale dopo il decesso per ricordarlo. Il canto era la sua passione, ma gli piaceva tanto anche ballare e divertirsi. E stava bene anche con i più giovani. Tanti anni fa (nel 1994), con gli altri Tenores aveva costituito una scuola proprio per insegnare ai più giovani il canto a tenore. Poi a Bitti hanno istituito il “Museo del Canto a Tenore” per dare ulteriore valore a questa forma di canto». 

La terra e la famiglia 
Piero Sanna amava la terra. Quando è capitata l’occasione, ha acquistato un terreno in località “Calavrina”, che ha generosamente messo a disposizione dei figli, affinché potessero realizzare l’agriturismo e un piccolo caseificio, specializzato nella produzione di formaggi biologici, denominati secondo terminologie tipiche del lessico locale. Oltre la professione di pastore, Sanna ha insegnato ai figli il rispetto per la natura. Da affettuoso padre e nonno, ci teneva a dare consigli sulla condotta di vita da mantenere in famiglia e nella società. Per lui era «… indispensabile mantenersi semplici, evitando di ostentare i propri meriti. Uno può avere tanto un giorno niente l’altro, diceva, di conseguenza si deve imparare a conservare quel tanto per cui si ha lavorato. Per viver bene, non importa avere tanti soldi, bisogna essere umili sia nel lavoro sia nel modo di fare, anche perché - diceva ironico - se hai tanto nessuno te lo toglie, se hai poco nessuno te ne dà. Bisogna essere buoni con tutti e avere la semplicità». Nel tempo, la sua famiglia si è allargata, a seguito dei matrimoni dei due figli e all’arrivo degli amati nipotini. Tutti operano con sinergia encomiabile nell’azienda e nell’agriturismo, nel quale un ruolo di primo piano è sempre stato svolto dalla signora Lucia, che è una cuoca di consumata esperienza nel rispetto delle tradizioni culinarie locali. Piero Sanna quotidianamente si recava a “Calavrina” per curare l’orto, dare una mano ai figli e perché adorava giocare con i nipoti. La più grande, Mariantonietta, mi ha riferito che nonno Piero si metteva spesso vicino a lei per fare le “parole crociate”. Nei giorni di festa la portava con sé e le aveva insegnato a ballare. 
La ragazzina tiene tanto alle tradizioni che sin da piccolina ha desiderato di avere un tipico costume sardo, secondo la foggia bittese. Con gli occhi semilucidi, ha confidato che al nonno aveva avanzato una precisa richiesta: «Mannè (una contrazione di “manneddhu”, cioè nonno), quando sarò più grande se mi porterai con te nei concerti, io potrò ballare come mi hai insegnato mentre tu canti». In seguito, ha precisato: «Quando vado in piazza e c’è festa, appena sento la musica, mi metto subito a ballare, mi piace tanto e tanto bene volevo a mio nonno, non perché era importante, ma perché era buono e generoso. Ogni volta che andava fuori a cantare, tornava sempre con dei piccoli regali per noi». La gioviale moglie di Gianni, Lina, stravedeva per il suocero, “uomo buono e dal grande cuore, lo consideravo come un secondo padre”. In famiglia è “stata accettata come una figlia”. Per la signora Lucia «era un marito esemplare. Dopo trentanove anni, la sua mancanza ha lasciato un vuoto incolmabile, ma tutti lavoriamo uniti per portare avanti quanto lui ci ha insegnato: vivere con semplicità nel rispetto della natura. Io sono stata fortunata e auguro ai miei familiari che siano fortunati come lo sono stata io». 

Paolo Mercurio