Piero Sanna, il canto, il pastore, i dischi, la memoria (parte seconda)

Dal ricordo di Gianni e Salvatore Sanna 

Riprendiamo il contributo in memoria di Piero Sanna, “ ‘oche” storica del Tenore di Bitti “Remunnu ’e Locu”, sintetizzando in modo lineare quanto riferito sul campo dai suoi due figli. Gianni è il maggiore, dal cui racconto sono emersi diversi episodi riferiti al padre e al suo modo di concepire il canto e la vita. «Con babbo avevo iniziato a cantare a tenore. Poi ho smesso anche perché all’epoca fumavo e per il canto non andava bene, perciò ho lasciato stare. Tutti noi in famiglia siamo stati cresciuti apprezzando la cultura sarda. Per un periodo ho preso parte al gruppo di ballo di Bitti, insieme al figlio di tziu Tanielle (Cossellu). Poi ho intrapreso un’attività parallela a quella di babbo anche perché, se tutti ci fossimo messi a cantare, l’azienda chi la portava avanti? Scherzi a parte, babbo ci ha lasciato un grosso vuoto, aveva poco più di settant’anni ed era ancora una persona molto attiva. Ci consigliava sempre, a volte anche discutendo appassionatamente. Ci ha aiutato tutti a crescere, lasciandoci una cerchia di amici e di tante persone che ci stimano anche oltre la comunità di Bitti. Ci diceva sempre di “agire con umiltà, di essere noi stessi e di essere presenti con il prossimo. Voleva fossimo come lui, persone semplici. E non si vergognava delle proprie origini. Durante le interviste, rispondeva orgoglioso di essere un pastore. Proprio ieri ho parlato con dei compaesani che con fierezza mi dicevano che Piero Sanna non era “il cantante”, ma era rimasto “il pastore” di sempre. 
Il pastore dalle nostre parti era tutto. Era quello che ti apriva la porta se avevi bisogno, se uno veniva da fuori, ti dava ospitalità e ti apriva il cuore. Più di una volta ho sentito dire che lo chiamavano “sa ’oche di tutti i tenores”, perché aveva una voce molto particolare, secondo me inconfondibile, ma vi è da dire che ogni tenore ha una propria particolarità. Noi lo guardavamo più come padre che come cantante. Ricordo, però, quando venne aperta la Scuola del canto a tenore, nel 1994-’95. Era molto frequentata. Era l’anno in cui si festeggiavano i venti anni del Gruppo “Remunnu ‘e Locu”. A fine manifestazione i Tenores si domandarono:- Dopo di noi, chi? Il paese si stava spopolando, il Gruppo era già allora consolidato, ma i giovani seguivano poco quello stile di canto. Oggi si può rispondere a quella domanda, osservando che a Bitti ci sono tre o quattro Gruppi a tenore e questo, a mio parere, grazie soprattutto al lavoro svolto dalla scuola e al successo conseguito nel mondo dal Gruppo “Remunnu ’e Locu”. Come s’imparava a cantare? In passato, a tenore si cantava sempre, con le serenate (“a contonare”), cantando “addenotte” (con canti notturni). Si cantava e basta. Non c’era qualcuno che insegnava, perché tutto era libero, il gruppo non era fisso. Pure mio nonno (Giovanni Sanna) cantava a poesia, tutto secondo oralità. Sapeva improvvisare in poesia, di solito per elogiare una ragazza. Qui si dice “achimus un’ottava? a la cantamus una battorina?” (facciamo un’ottava? la cantiamo una battorina?). Da queste semplici domande partivano con il canto. Il canto a tenore era come per i giovani d’oggi andare nelle discoteche, loro, i tenores, cantavano nei bar. Non bisogna poi dimenticare tutte le feste campestri e che Bitti ha ventisette chiese. A ogni Santo c’era una ricorrenza festiva: Babbu Mannu, Santo Stefano, Santa Bonaèra (Bonaria) etc. La gente partecipava numerosa alle feste: Bitti in passato aveva più di seimila abitanti, oggi solo tremila. 
Ad esempio, giusto per far capire, la poesia improvvisata di allora era come “un facebook”, ma fatto a canto, con testi un po’ forzati circa eventi di attualità. Prima un giovane poteva mostrare le proprie capacità vocali cantando a tenore, oggi lo fa con canzoni in italiano o in inglese. Chi canta da “ ’oche” deve avere una buona memoria, lui era appassionato per i canti della nostra cultura, che, per chi vive qui, forse, non sono così difficili da imparare anche se non si canta a tenore. Alcuni testi li ho appresi anch’io, ma una cosa è sapere i testi, un’altra è cantarli come si deve a tenore». Salvatore è il figlio più giovane di Piero Sanna. «A me piacciono tanto le nostre tradizioni, ma io non ballo e non canto. Babbo parlava del canto a tenore perché era appassionato, ma a me è rimasto impresso il suo canto di quando arava. A volte, sul trattore, col canto sembrava ci volesse chiamare. A me è successo più di una volta di scendere a valle, per sentire che cosa volesse dire. E lui, allegro, rispondeva:- Niente, niente, stavo solo cantando! E che voce che aveva, quando la usava per rimproverarci si faceva sentire, eccome. Lo sentivi anche se tenevi i finestrini chiusi, da quanto rimbombava (i fratelli ridono divertiti, al ricordo). Per babbo il Gruppo del Tenore era una seconda famiglia. Raramente lo si sentiva cantare da solo, più spesso lo si vedeva leggere i testi, soprattutto quando doveva bene memorizzare i versi per le nuove incisioni. Prendeva sempre appunti su agende, per segnarsi gli eventi più importanti o le cose da fare in campagna. 
Altre volte scriveva delle strofe dei canti che doveva memorizzare. Lui viveva a Bitti, ma a “sa Calavrina” veniva sempre. A volte accudiva lui le nostre pecore. Era un gran lavoratore, con le mani in mano non sapeva stare. Usava la ruspa o il trattore. Poi gli piaceva mangiare in gran quantità quanto coltivato nell’orto, ma non era vegetariano, gli piaceva molto la carne e il pesce. Possiamo dirlo: era un vero “mangione”. Gli piaceva il cibo sano e le mele di questa zona, che sono particolari anche nel sapore, noi le chiamiamo di “Santu Juanne”, perché maturano a giugno, nel mese di San Giovanni. Adorava gli agrumi che aveva sempre in macchina. Una volta per colpa di un’arancia stava per fare un incidente, perché era andata a finire sotto il freno, la macchina non frenava più, ma per fortuna poi è andato tutto bene. Uno degli ultimi ricordi che ho di babbo è di quando era in ospedale. Era triste, ma quando un’infermiera gli diede da mangiare un’arancia, sorrise gioiosamente, sembrava in un mare di giuggiole». Entrambi i figli di Piero Sanna mi hanno riferito di ricordi concernenti Peter Gabriel che, nel 1996, era venuto a Bitti e salito scherzosamente sul loro trattore. Sanna apprezzava il produttore inglese per la semplicità dimostrata anche in ambito professionale. In proposito era solito ricordare l’aneddoto della mensa della Casa discografica, affollata di personale. Quando arrivava Gabriel in molti gli cedevano il posto, ma lui rifiutava, rispettando la fila, aspettando il proprio turno prima di farsi servire. I due pare andassero d’accordo, pur avendo gusti alimentari diversi. Sanna non rinunciava facilmente ai piatti di carne che era abituato a mangiare in famiglia. 
Riguardo alle incisioni discografiche Gabriel aveva inizialmente portato i Tenores di Bitti a incidere nello studio di registrazione, ma pare non fosse troppo soddisfatto delle sonorità, per cui chiese al Gruppo di effettuare alcune incisioni in presa diretta, sul campo: in un ovile, dentro a un nuraghe, in una chiesa, a casa dei cantori, in campagna dando risalto ai suoni dell’ambiente e dei campanacci appesi al collo degli animali in movimento. Prima del cd con Gabriel era stato prodotto “Romanzesu”, da un’etichetta svizzera (Amori, 1993). Per Roby Droli-Felmay il Tenore “Remunnu ’e Locu” ha inciso “Ammentos” (1996), “Intonos” (2000) e “Caminos de pache” (2004, con la partecipazione di Luigi Lai e Totore Chessa), prevalentemente registrato proprio nell’agro di “sa Calavrina”. Chi era Piero Sanna? Per Salvatore «… era un uomo che riusciva a stare bene con tutti, che non si dava delle arie solo perché faceva parte del Tenore più famoso. A lui piaceva cantare in compagnia, come quando era giovane. Mi ha raccontato di recente un cantore che dopo un concerto in Svizzera erano andati tutti a letto, ma non mio padre, che rimase con due giovani tenores a cantare tutta la notte, come ai vecchi tempi. Sembrava un ragazzino, era, in effetti, un uomo che non si tirava indietro, e quando c’era da far divertire e da divertirsi era il primo a farsi avanti. Gli piaceva anche scherzare. Ad esempio, al matrimonio di mia sorella è venuto con un cugino di mio cognato che si era travestito da sposa. Una situazione veramente comica. Mio padre era un tipo che stava allo scherzo, non era un “mutulone” (persona introversa, riservata, che sta sempre in silenzio)». Per Gianni Sanna la risposta è stata categorica:- Mio padre era l’amico che vorrebbero tutti, noi abbiamo la fortuna di averlo avuto come padre, gli altri come amico. 

In memoriam 
Piero Sanna cuore aperto, sguardo serio, cantore d’antico stile, cresciuto tra le valli bittesi, amante della famiglia, della natura e della vita, attaccato alle tradizioni locali. Piero Sanna Cavaliere della Repubblica, amico dei Sardi che ha contribuito a far conoscere il canto a tenore nel mondo, partecipando a renderlo Patrimonio dell’Umanità. Piero Sanna pastore, giocoso ballerino, desideroso di consigliare e insegnare ai giovani, divertendosi all’occasione in loro compagnia. Piero Sanna incline alla semplicità, cantore popolare che dai monti selvaggi, spesso, si muoveva per esibirsi in campo internazionale con i Tenores, a contatto con la gente e i discografici di successo. Sul campo, nella fiera comunità di Bitti, grazie ai parenti più stretti, abbiamo potuto conoscere Piero Sanna più da vicino, scrivendo (per una volta) solo di passaggio delle sue indiscusse doti vocali gutturali, stilisticamente ben connotate. Ricordarlo nelle ricerche è stato un onore. In conclusione, desidero brindare con i familiari e (idealmente) con tutti coloro che lo ebbero come amico, gustando il cibo della sua terra e il vino rosso, frutto del suo lavoro. Ha un aroma intenso, è biologico, corposo, forte e deciso - vero - come lo sono i pastori di queste vallate. Piero, sei stato valoroso! “In memoriam”, in alto i calici: dai posteri sarai ricordato per la tua “sarditas” e la tua “humanitas” come desideravi, con semplicità, affetto e stima. 


Paolo Mercurio