The Devils Makes Three - I’m A Stranger Here (New West Records, 2014)

“I’m A Stranger Here” è il titolo del nuovo album dei Devils Makes Three, un trio di base a Santa Cruz, in California (anche se originario del Vermont), che ha all’attivo diversi lavori discografici (il primo risale al 2003, un anno dopo la formazione della band), tutti elaborati nel solco di un nu folk interessante - sul piano dei contenuti e delle strutture musicali - che mischia suggestioni bluegrass, country e folk, fino a pizzicare qualche elemento (anche in termini di atteggiamento, di approccio al repertorio) post punk e r’n’r. A differenza dei precedenti, quest’ultimo album è stato prodotto dalla New West Records, label illuminata e “diffusa” in varie aree degli Stati Uniti, che vanta una storia importante nel panorama folk-blues americano - con produzioni che hanno interessato artisti come Rickie Lee Jones, Vic Chesnutt, John Hiatt, Buddy Miller e Tom Morello (per citare i più conosciuti anche in Europa) - e con un occhio di riguardo per le nuove leve. Oltre al nostro trio, infatti, annovera un nutrito gruppo di artisti che hanno in comune la passione per le roots americane e la propensione verso una certa sperimentazione, verso una rielaborazione in chiave contemporanea dei linguaggi più tradizionali (come, ad esempio, Austin Lucas, Ben Miller Band, Buddy & Julie Miller, Corb Lund, Grandfather Child, Howe Gelb). I quali assumono, in questo modo, una veste più moderna, e riescono ad attrarre l’interesse di un pubblico più eterogeneo e internazionale. Seguendo questa prospettiva, The Devil Makes Three (che hanno un ottimo seguito internazionale e, tra le altre esperienze, hanno accompagnato in tour negli Stati Uniti Willie Nelson e Alison Krauss) ci consegnano un disco ricco di sfumature, nel quale è ravvisabile il riferimento generale alle tradizioni musicali folk e country e, allo stesso modo, uno sguardo di insieme che riesce ad abbracciare soluzioni innovative negli arrangiamenti e nella rimodulazione degli standard più classici. Questo processo “divergente” è messo in atto con un buon aiuto delle voci e delle modulazioni delle parti cantate in coro. Le quali, se nelle armonizzazioni sono più tradizionalmente roots, assumono un profilo senz’altro innovativo nel ritmo, negli andamenti, e nelle combinazioni con il testo musicale. Un buon esempio di questa combinazione lo troviamo in “Stranger”, il brano di apertura dell’album: i cori che anticipano l’intero svolgimento del pezzo - sorretto da una pulsazione regolare e impastata con contrabbasso e sferzate di banjo - ricorda soluzioni quasi pop, anche se mantiene un carattere molto deciso e marcatamente ambiguo. Il tema della voce solista, che nella strofa segue una linea melodica all’unisono con una chitarra acida e semi-distorta, diviene più marcato nei vuoti lasciati dagli strumenti, fino a raccordarsi, alla fine del brano, con il coro con cui si è aperto il brano. La formazione è composta da Pete Bernhard (voce, chitarra), Lucia Turino (voce, contrabbasso) e Cooper Mc Bean (voce, chitarra, banjo): la ritmica è prodotta direttamente sulle corde (a parte qualche eccezione, in cui compare Marco Giovino alle percussioni) e il risultato è molto convincente e soprattutto gradevole, nella misura in cui riecheggia un’atmosfera volutamente “artigiana” e indeterminata. Ad ogni modo, nel disco (che è stato registrato a Nashville, agli Easy Eye Sound Studio di Dan Auerbach) figurano i contributi di altri musicisti, come Buddy Miller - il quale, oltre ad aver prodotto l’album, ha suonato chitarra e chitarra baritono -, Casey Dreissen (fiddle), un’articolata sezione di fiati (che si divide tra interventi più tradizionali e sperimentali), composta da sassofoni (Jim Hoke), tromba (Steve Herrman), trombone (Bill Huber) e altri strumenti come vibrafono e celeste (Jim Hoke). Dal primo di giugno sono in Europa, per un tour che toccherà Francia, Spagna, Italia (hanno suonato il 6 giugno al Lo FI di Milano), Germania, Olanda e Inghilterra. 


Daniele Cestellini