NiggaRadio - ‘Na Storia (DCave Records, 2014)

È uscito per la DCave Records “‘Na Storia”, il primo disco dei NiggaRadio. La formazione siciliana - guidata dal musicista, sound engineer e produttore Daniele Grasso - ci consegna un progetto molto valido sul piano musicale e della costruzione generale dell’idea, sospesa in una dimensione dinamica e originale, che sarebbe riduttivo ricondurre a quella della world music “tradizionale”. Per un motivo che - oltre a saltare fuori in modo evidente dai dieci brani che compongono l’album - si lega al quadro espanso dei riferimenti culturali della band e di una visione che, oltre a essere aperta a un’idea che si definisce dentro il lavoro di assemblaggio delle varie parti, irrompe come strutturalmente innovativa. Mi riferisco principalmente al blues (con tutta la carica “sociale” che porta con sé, l’innovazione grezza e fuori forma, la tradizione, la denuncia), l’elettronica (con le impronte indissolubili che marcano la contemporaneità di queste soluzioni apparentemente “immateriali” e, da molti “tradizionalisti”, percepite come agli antipodi dei suoni più tradizionali, materici appunto), la selezione dei temi verbali e dei “codici” con cui sono cantati (il dialetto - che è quello che ci interessa di più - e l’inglese, che appare evidentemente più scontato, perché si riflette in pieno e si incastra - senza dover forzare e quindi sperimentare - ai riferimenti generali dell’album). Ciò premesso vorrei soffermarmi su due aspetti che, più di altri, alimentano l’interesse nei confronti di questo lavoro. Il primo è la costruzione del suono, cioè la produzione. Il secondo è dato da una riflessione che scaturisce dall’ascolto dei dieci brani, e che si può ricondurre a un passo delle note informative presenti nel sito della band. Iniziamo da quest’ultimo. Si tratta (provando a schematizzare) di una riflessione che “ricolloca” gli elementi distintivi del disco dentro uno spazio più indefinito e meno convenzionale (che va “oltre” la world music perché interpretato con più libertà, con meno inibizioni). Il passo dice più o meno che i NiggaRadio hanno voluto sviluppare l’idea secondo la quale il blues e la musica elettronica “cheap” hanno una stessa origine, che coincide con la necessità di comunicare la condizione in cui si vive con i pochi mezzi a disposizione. Allora, l’assunto è audace ma invita a riflettere. Soprattutto perché richiama la storia delle musiche di tradizione orale e (qui lascio sospesa la riflessione), un nuovo elemento che probabilmente interessa (specie nelle performance più sperimentali) anche alcuni filoni della musica elettronica: l’estemporaneità. Per quanto riguarda, invece, la produzione dell’album, Grasso, come molti sanno, è un maestro in questo processo di quadratura. Ha lavorato con Afterhours, John Parish, John Scofield e, inoltre, ha sempre selezionato e promosso progetti musicali originali, spesso in collaborazione con altri musicisti. Nel caso dei NiggaRadio (che sono composti, oltre che da Grasso al basso, chitarra e synth, da Vanessa Pappalardo alla voce, dal dj Andrea Soggiu e da Peppe Scalia alla batteria), ha realizzato un suono deciso, composto attraverso la convergenza di elementi (soprattutto timbrici) apparentemente inconciliabili e convenzionalmente percepiti come inadatti a veicolare i temi cari al gruppo. Inoltre, è interessante notare che la compattezza del suono non schiaccia i singoli elementi di cui è composto l’album. Il quale risulta, anzi, curato anche nei dettagli. In questo senso - come in altre produzioni di Grasso - nella misura in cui il disco si configura come un insieme coerente di “dati”, di informazioni, di visioni, la qualità della lavorazione è riscontrabile a ogni passaggio, restituendo una serie di interventi coordinati e ispirati da un progetto chiaro e ordinato. “A Matina”, il brano che apre l’album, è emblematico sia del processo di produzione che della costruzione della narrativa della band. La sua posizione in cima alla scaletta può essere interpretata anche come una sorta di manifesto, nel quale, strategicamente, confluiscono gli elementi più rappresentativi del lavoro. Alcuni di questi elementi - come il marranzano (che è il primo strumento che si “incontra”) e il dialetto - sono esplicitamente rappresentativi di un ambito sonoro e culturale tradizionale. Gli altri, per contrasto, richiamano invece uno scenario più ampio, entro il quale però (nel rispetto di una tradizione di contaminazione ampiamente sperimentata) i primi assumono un valore nuovo e rispondono ad articolazioni differenti, perché “azionati” insieme a un andamento rock-blues, caratterizzato dal dialogo tra la sezione ritmica e la linea melodica della chitarra. Gli strumenti sono quelli essenziali del genere: (appunto) chitarra wha, che sviluppa un riff composto che si snoda tra le differenti parti del brano, basso e batteria. A questi si aggiunge, nella seconda parte del brano, un mantello di tastiere, che diffonde una fredda inquietudine e conferma la tensione generale espressa nel testo: “Un altro tempo, come ieri/ non cambia niente, cosa deve cambiare?/ c’è chi ha soldi e pancia piena/ e chi muore sempre di fame”. 


Daniele Cestellini