Massimo Bubola – Il Testamento Del Capitano (Eccher Music/Self, 2014)

La Grande Guerra cantata da Massimo Bubola 

Sono passati nove anni dallo splendido “Quel Lungo Treno”, e Massimo Bubola torna a raccontarci il dramma della Grande Guerra attraverso i canti degli alpini e composizioni proprie dando alle stampe il sequel “Il Testamento Del Capitano”, proprio nell’anno del centesimo anniversario del primo conflitto mondiale. Lo abbiamo intervistato per farci raccontare la genesi di questo nuovo album, approfondirne i temi e le ispirazioni, senza tralasciare uno sguardo al progetto “Istant Songs” realizzato in collaborazione con Repubblica.it. 

Nel corso della tua lunga carriera il tema della Guerra ritorna spesso nelle tue canzoni, da “Andrea" a "Annie Hanna", passando per "Rosso Su Verde", fino a toccare la struggente "La Frontiera”, forse uno dei tuoi brani più belli. Da dove nasce l’esigenza di ritornare di tanto in tanto su questo tema? 
Quando ero bambino le prime canzoni che ho imparato intorno ai sei anni erano quelle della Grande Guerra, che da noi in Veneto sono canzoni particolarmente sentite e sono parte del nostro patrimonio folk. Nella mia famiglia patriarcale vedevo mio nonno piangere quando cantava questi brani. E’ stato uno dei motivi per cui ho scritto canzoni più tardi, perché mi son reso conto della loro forza evocativa fin da piccolo. 

Sono passati quasi dieci anni dallo splendido “Quel Lungo Treno”, e con il tuo nuovo album “Il Testamento Del Capitano” torni a rivisitare alcuni canti della Grande Guerra? 
Dovevo proseguire l’opera sia verso altri brani di guerra importanti come “Il testamento del Capitano”, “La tradotta”, “Bombardano Cortina”, “Ta pum”, “Sul ponte di Perati” che non avevo per varie questioni potuto mettere nell’album “Quel lungo Treno” di nove anni fa. Era stata una scelta difficile e travagliata, ma ho cercato di trovare equilibrio tra i brani tradizionali e d i nuovi, cercando di alternare, per quanto possibile, le tematiche, le melodie e le soluzioni ritmiche. 

Come si è indirizzato il tuo lavoro in fase di ricerca dei brani? Quali sono stati le tue fonti tradizionali? 
Semplicemente erano brani che ho sempre cantato fin da bambino e poi suonato con la chitarra e con l’armonica a bocca “Bravi Alpini” in due tonalità. Erano le canzoni delle nostre gite in montagna e dei viaggi in pullman. Il leitmotiv della nostra adolescenza. Quindi ho suonato quelle che per me erano più significative e che mi trovavo più spesso a suonare. 

Qual’è il tuo approccio alla ricerca sulla musica tradizionale? 
E’ un approccio semplice e naturale. Tanto repertorio della mia area triveneta l’ho imparato in famiglia, dai miei genitori ai miei nonni e zii, alle prime corali di musica di montagna. Quando andavo in Irlanda, negli anni settanta, e sentivo quei ragazzi cantare e suonare un repertorio così vasto e condiviso da tante generazioni di grandi canzoni folk, legate alla loro storia, al loro passato, alle vicende della guerra per l’indipendenza, spesso io ricorrevo a queste canzoni popolari della Grande Guerra per sentirmi in sintonia e alla pari con loro e riscontravo un sincero interesse verso questo repertorio al punto che mi chiedevano di tradurgli i testi e spiegare loro gli antefatti. 

Come si sono svolte le sessions di registrazione? 
Ho provato con la mia Eccher Band, qualche mese prima i brani, anche se alcuni erano già anni che li suonavamo, poi in studio abbiamo cercato di registrare in diretta più strumenti possibili per seguire così le dinamiche della voce e la luce del testo. 

Dal punto di vista degli arrangiamenti, quali sono stati gli accorgimenti ritmi, melodici e timbrici di cui hai tenuto conto delle riletture dei canti tradizionali? 
Ho cercato di rispettare lo stile con cui li ho sempre eseguiti con la chitarra fin da ragazzo, che era probabilmente anche il modo con cui venivano eseguiti in origine dai soldati al fronte, prima dell’avvento dei grandi cori alpini. Ho cercato poi di portarli verso una letteratura che ho sposato fin dai miei inizi e cioè quella del folk-rock con escursioni verso il tex-mex ed il country, il soul usando gli strumenti più adatti al genere come la pedal steel, il dobro, il bajo e le chitarre elettriche, ma il nervo dell’album lo hanno dato due vecchie chitarre acustiche. Una Martin D-18 ed una Gallagher. 

Quali sono state le difficoltà che hai incontrato nell’approcciare questo repertorio di canti? 
Più che di difficoltà, direi che ho cercato di arrivare a dare una grande emotività dei testi, perché a volte nelle versioni corali e nei virtuosismi armonici si perdono di vista i veri significati e le storie. Per esempio: “Sui Monti Scarpaz”i, che è una canzone scritta da soldati trentini al ritorno dal fronte russo nel 1917 e che parla di una sposa che va a cercare il marito sui monti Carpazi in Romania, la canzone l’ho fatta cantare a Lucia Miller che è una cantante, nata sui monti dell’Adamello e che appartiene a quella cultura. E’ difficile immaginarsi la storia se la canta un alpino corpulento in un coro di montagna. 

Quali sono invece le differenze tanto dal punto di vista concettuale, quanto da quello degli arrangiamenti tra questo nuovo album e “Quel Lungo Treno”? 
Premesso che gli album sono gemelli ed entrambi composti da un mix di traditionals riarrangiati e da brani inediti. “Quel lungo treno” l’ho prodotto sulle profondità, sull’uso dei reverberi e dei tremoli e delle suggestioni prospettiche. “Il Testamento del Capitano” è un album decisamente folk, che cerca di ricreare un’epica legata alle zone e ai contesti che hanno visto nascere queste ballate e contemporaneamente cerca di confrontarsi con una visione più ampia col folk e il song-writing internazionale. 

Al fianco dei brani tradizionali che hai riarrangiato, ed oserei dire, anche riscritto nel tuo peculiare stile, ci sono anche composizioni nuove. Come sono nati questi nuovi brani, quali sono state le ispirazioni? 
Sono uno studioso di storia medievale ma anche un appassionato della Prima Guerra mondiale. Scrivere nuovi brani sulla Grande Guerra era da una parte rivisitare tematiche care a quell’epica e dall’altra affrontare invece argomenti che non erano mai stati scritti come “Da Caporetto al Piave” che parla della desolante ritirata del 23 ottobre del 17 e su cui non era stato scritto per il tabù di quella terribile pagina di disfatta. C’è “Neve su Neve” sul tema del soldato sepolto da tempo che chiama a sé l’amata perché venga a ritrovare la sua tomba, “l’Alba che verrà” sul giovane soldato Irlandese che diventa adulto in trincea e “Vita di Trincea” che usando l’esametro e le finali sdrucciole, cioè accentate sulla terzultima sillaba, crea un ritmo guerresco di folle marcia. 

Che senso ha nel 2014 riproporre i canti della Grande Guerra? Quali sono gli insegnamenti che possono trasmettere all’ascoltare? 
Questa musica da una chiave di lettura delle vicende attuali della nostra vita e del nostro paese ed un senso della storia che ci ha preceduto. Una storia che vorrebbe, anche tramite le canzoni, essere più condivisa e riconosciuta, come un percorso di dolore e di dignità che è ancora una pianta dalle radici vive e dalle sconfinate fronde alla cui ombra possiamo ripararci e riconoscere ancora il panorama umano del nostro travagliato paese. 

Da dove è nata l’idea di affidare i due brani conclusivi “Rosso Su Verde” e “Noi Veniàm Dalle Pianure” al Coro Ana di Milano? 
Volevo semplicemente fare un percorso inverso. Io ho potato all’individualità canzoni notoriamente corali e alla coralità delle mie canzoni individuali. In realtà l’offerta mi fu fatta dal maestro Massimo Marchesotti del coro ANA di Milano, che rispondendo ad un mio articolo sul Corriere della Sera del luglio 2012 sulle canzoni della Grande Guerra, mi aveva contattato chiedendomi se poteva riarrangiare invece alcuni miei brani per il suo coro. 

Facendo un piccolo passo indietro, lo scorso anno hai dato vita al progetto “Istant Songs”, che ogni mese ti ha visto pubblicare in maniera del tutto gratuita canzoni su tematiche di rilievo sociale. Ci puoi parlare di questa esperienza, che rappresenta un unicum nell’ambito della canzone d’autore italiana? 
“InstantSongs” è stato un percorso, propostomi da repubblica.it di folksongs attraverso la cronaca, la musica e la poesia, che cerca di far nascere una riflessione più ampia della cronaca giornalistica. I temi trattati riguardano il DNA ed il tono etico di questo paese Il progetto InstantSongs si è caratterizzato per una forte tensione civile nelle liriche e nella scelta dei temi delle canzoni che hanno preso spunto tutti da episodi realmente accaduti nel nostro paese nel corso dell'anno. Dal caso Aldrovandi all’Elegia in morte dell’amico Lou Reed. 

Proseguirà la tua avventura con “Istant Songs” o è da considerarsi un capitolo chiuso della tua carriera? Realizzerai un disco con questi brani? 
Non lo so. Per adesso il progetto è stato interrotto per il nuovo album. Non so se ne farò un album o lo completerò. 

Quali sono i tuoi progetti futuri? 
Farò un anno sabbatico, dedicandomi a scrivere un libro dedicato ai vini della mia infanzia. 




Massimo Bubola – Il Testamento Del Capitano (Eccher Music/Self, 2014) 
CONSIGLIATO BLOGFOOLK!!!

Parlare della Prima Guerra Mondiale non significa semplicemente rievocare la vittoria italiana e la conclusione del ciclo storico della nostra unità nazionale. La Grande Guerra è stata soprattutto una tragedia, un dramma che Francesco Rosi ha raccontato in modo mirabile in “Uomini Contro”, con tanti, troppi giovani italiani che, nel fiore degli anni, furono strappati alle loro famiglie ed alla loro terra, ed inviati al martirio al confine con l’Austria. Nonostante la vittoria, e nonostante l’Italia, dopo il conflitto sedesse al tavolo nobile delle grandi potenze europee, eravamo una nazione impoverita, distrutta, ed ormai allo stremo. La Grande Guerra ha lasciato cicatrici indelebili nella memoria collettiva della nostra nazione, e non c’è famiglia che non abbia ricordi legati al primo conflitto mondiale. Quando nel 2005 Massimo Bubola diede alle stampe “Quel Lungo Treno”, ne lodammo non solo la capacità di saper farsi voce di quella memoria collettiva nel rileggere i canti delle trincee, ma anche l’intensità e l’attualità dei suoi testi proprio mentre erano nel vivo i conflitti in Iraq ed Afganistan. Nel centenario della Grande Guerra, il cantautore veronese ha deciso di dare un seguito a quel disco e così è nato “Il Testamento Del Capitano”, che raccoglie dieci brani tra inediti e tradizionali, più le riletture del Coro Ana di Milano di “Rosso Su Verde” e “Noi Veniam Dalle Pianure”. Ad aprire il disco è la struggente folk-ballad “Neve Su Neve”, il canto che un alpino colpito a morte sul Monte Pasubio dedica alla sua amata mentre lontano da lei giace senza vita tra la neve. Si prosegue con la rilettura in chiave irish di “Bombardano Cortina” con banjo, dobro e chitarre acustiche ad impreziosire la linea melodica, e l’intensa versione di “Sul Monte Di Perati”, che ci introduce al brano cardine del disco ovvero “Il Testamento Del Capitano”, interpretato da Bubola in maniera superba facendo emergere tutta la drammaticità del testo. “Da Caporetto Al Piave” con il suo incedere lento e sommesso rievoca, quasi fosse la sceneggiatura di un film, la disfatta di Caporetto, mentre la splendida “Vita di Trincea” rievoca la vita dei soldati che nelle strette e polverose trincee si consuma lenta tra la vita e la morte. Lo sguardo poi sposta al fronte opposto quello austriaco con il tradizionale “Sui Monti Scarpazi”, nella quale una giovane sposa trentina attende il ritorno del marito arruolato dall’impero asburgico per combattere sul fronte Russo. Se i colori southern con banjo, fisarmonica e steel impreziosiscono “La Tradotta”, che racconta dei viaggi verso il fronte dei soldati, l’armonica di “Ta Pum” contribuisce a sottolineare la precarietà della vita dei giovani in grigioverde. Altro vertice del disco è “L’Alba Che Verrà”, una irish ballad densa di speranza in cui spicca il thin wistle di Emanuele Zanfretta, ma c’è ancora tempo per le sorprendenti versioni delle già citate “Rosso Su Verde” e “Noi Veniam Dalle Pianure”, eseguite dal Coro dell’Associazione Nazionale Alpini di Milano diretto dal Maestro Massimo Marchesotti, e che rappresentano un po’ la chiusura di un cerchio, con le canzoni di Massimo Bubola che entrano a pieno diritto del repertorio tradizionale. 


Salvatore Esposito