Flauto di Pan: Camillo Brambilla, tre generazioni al servizio della musica popolare lombarda

Camillo Brambilla è il veterano della costruzione dei flauti di Pan in Lombardia. Nato nel 1933, a Bernareggio (MB), sin da bambino ha appreso le conoscenze organologiche dal padre Luigi e dallo zio Francesco, entrambi allievi del nonno, Alessandro Brambilla, capostipite di una famiglia che dalla seconda metà dell’Ottocento realizza “ürghenit” (si legge iurghenìt) a favore di numerose bande di canna principalmente diffuse nelle province di Milano, Monza-Brianza, Lecco, Como, Bergamo. È opportuno ricordare che in Lombardia il nome dato ai flauti di Pan varia da paese a paese. A Bernarèč (Bernareggio) la denominazione è in pratica identica a quella in uso a Bottanuco (si veda articolo riferito a Vittorio Pozzi, in “Blogfoolk”, n. 151). Altre denominazioni sono firlinfeu, firlinfö, fit fuc, fit fut, sifol, fregamuson, gratamuson, bilifù (quest’ultima è tipica di Caravaggio). Camillo Brambilla dialoga di preferenza in dialetto alternandolo con la lingua nazionale, soprattutto quando deve aiutare l’interlocutore a comprendere i diversi dettagli della catena costruttiva. Metodico nel lavoro, riservato e lievemente introverso, i suoi luoghi di lavoro sono razionalmente ordinati per organizzare la produzione in tempi rapidi. È ben disposto a parlare delle sue origini e degli strumenti di famiglia che sono tuttora un marchio di qualità per numerosi flautisti popolari. Disdegna la critica verso gli altri e si considera un artigiano al servizio della musica. La costruzione degli ürghenit è per lui una passione di famiglia, non un lavoro: “Maestro talvolta mi chiamano gli altri, ma io non so, faccio quello che so fare”. In quest’atteggiamento è possibile ravvisare un tratto caratteristico della personalità del maestro Camillo Brambilla, il quale con modestia non ama perdersi in tante chiacchiere se non strettamente attinenti alla lavorazione dei flauti di Pan, mentre tutte le altre questioni le evita con cordialità. Ma andiamo per ordine, seguendo il percorso più congeniale al maestro bernareggese. 
Con il volto illuminato di gioia, è solito raccontare del passato elogiando con affetto “i miei vech” (i miei vecchi), coloro gli hanno trasmesso le conoscenze riguardanti la realizzazione degli aerofoni secondo la tradizione brianzola. “Noi Brambilla siamo costruttori da tre generazioni, prima il nonno (forse aveva imparato dal padre), poi mio papà e mio zio e, infine, io che vado avanti da quando avevo ventitré anni. Ho fatto imparare a due o tre ragazzi. Io costruisco gli strumenti secondo la nostra tradizione, esistono altri costruttori in Lombardia, ma di questi non parlo. Io so che di nuovo rispetto a quelli antichi ho dovuto adeguare il corista (diapason), perché dal Conservatorio, intorno al 2000-2001, mi hanno chiamato per dirmi che era importante adeguarsi alle convezioni europee. Così mi sono adeguato, alcuni mi hanno criticato, ma oggi i miei flauti sono intonati con quel corista, pronti per essere utilizzati anche con gli altri strumenti. Ad esempio, qualche tempo fa mi hanno chiamato dalla Liguria perché volevano un ürghenit per suonare in “re minore” con un organo da chiesa. Ed io l’ho costruito. Ogni Gruppo ha la propria tonalità e le proprie esigenze, prima raccolgo le richieste e poi le realizzo. Poi ci sono quelli che vogliono lo strumento per sola esposizione, come ad esempio quelli che mi hanno chiesto di realizzare per il Conservatorio, la Scala, il Museo degli Strumenti di Milano e per alcuni altri Musei” (in Europa sono sicuramente a Monaco e a Bruxelles, ndr). Con un certo orgoglio Brambilla mostra i riconoscimenti ottenuti dal padre e dallo zio per l’attività di famiglia, ma anche un attestato conferitogli presso il Teatro dal Verme, nel 2010, dal Comune di Milano, città che conosce bene, ma nella quale negli ultimi anni è tornato una sola volta per ricevere dalle mani del Sindaco un titolo di benemerenza. 
Nei laboratori e nel solaio di Camillo Brambilla sono disposte in ordine canne di vario tipo. I suoi strumenti sono realizzati esclusivamente con quella che “…i miei vecchi chiamavano la canna nostrana”. Sono ancora numerosi i canneti rinvenibili nel territorio brianzolo, ma non tutti sono idonei per fini costruttivi. Saper riconoscere i giusti materiali naturali è un’arte direttamente collegata alla conoscenza dei luoghi e dei terreni nei quali le canne crescono. A volte, in canneti situati a poche decine di metri l’uno dall’altro, crescono fusti con caratteristiche assai differenti per i fini organologici. Alcuni canneti utilizzati nel passato sono stati distrutti per costruire nuove case o strade. Tuttavia il signor Camillo è persona previdente. Già venti anni or sono, a seguito di un incidente che l’ha reso parzialmente invalido, ha iniziato a procurarsi scorte consistenti di canne che continua a utilizzare tutt’oggi. Essendo specialistici, evito di entrare nei dettagli tecnici della raccolta, ma ritengo utile informare che gli strumenti dei Brambilla sono realizzati con canne selezionate e conservate per almeno 8-10 anni. Per ottenere canne timbricamente valide devono potersi asciugare naturalmente, in particolare per diversi mesi prendendo “la giusta dose di acqua e sole” prima di essere messi a stagionare nel solaio. “Guardi qui”, mi dice con entusiasmo il liutaio, “questi ürghenit sono più vecchi di me, hanno più di cent’anni. Osservi bene il colore della canna, senta che robustezza. Sono una meraviglia della natura”. Erano stati costruiti dal padre e dallo zio e tuttora li conserva con particolare cura in una bacheca, nella quale in bella mostra sono poste le fotografie dei parenti. “Gli ürghenit venivano costruiti solo nel tempo libero o nei fine settimana. Quando ero bambino papà Luigi mi aspettava al rientro dalla scuola e m’incitava:- Camilo ven chi che ghe da pelà la cana (vieni qui che c’è da pelare la canna). Allo stesso tempo m’invitava ad ascoltare e a guardare con attenzione come lui e lo zio costruivano. Così ho imparato a pulire gli steli, a tagliarli e a selezionarli. Io ci tengo a mantenere vive le tradizioni della mia famiglia”. Brambilla ha chiarito che il padre Luigi aveva per lungo tempo operato in fabbrica come addetto alle macchine per la lavorazione del legno. 
Lo zio Francesco, invece, aveva seguito la professione del nonno, come contadino tuttofare. Lui si è specializzato nelle lavorazioni di stucchi e di tinteggiatura. Con vivacità il signor Camillo ricorda gli studi musicali giovanili sulla mandola, condotti a diretto contatto col padre. In un cassetto conserva con cura gli spartiti e il suo quaderno pentagrammato ormai ingiallito, sopra al quale in bella scrittura, a inchiostro, copiava le musiche che doveva imparare. Inoltre conserva alcuni documenti che attestano l’esistenza di un’orchestra locale, la stessa nella quale il papà aveva studiato musica, facendo parte della Orchestra Mandolinistica di Bernareggio, gemellata con la più nota “Scuola Monzino” di Milano. Proprio Luigi Brambilla pare sia stato il primo maestro della banda di ürghenit, che con passione riuscì a portare ai più alti fasti addestrando decine di esecutori, in un paese che allora contava più di quattromila anime (oggi sono circa undici mila). Il gruppo era solido, tuttavia negli anni Venti, Luigi, verosimilmente a causa delle proprie simpatie politiche, venne mal tollerato dai gerarchetti locali, che con maniere rudi lo spinsero a dimettersi dagli incarichi dirigenziali. Di questi ricordi il signor Camillo parla sottovoce e con ritegno, in parte perché all’epoca non era ancora nato, in parte perché sono memorie che lo obbligano a riferirsi a questioni familiari che preferisce non rievocare. Le prove settimanali della “banda di cana degli ürghenit” di Bernareggio avvenivano a casa del signor Luigi, in un locale che oggi è stato frazionato, ma che un tempo aveva dimensioni di circa quaranta mq. Il Gruppo si è progressivamente sciolto quando lui si è ammalato. 
Rispetto alla costruzione degli ürghenit, Camillo Brambilla mi ha gentilmente mostrato le tecniche e la successione delle operazioni che si riferiscono alla lavorazione. In barattoli vengono preparati per tempo i calami dello strumento musicale, i più porosi sigillati nelle parti inferiori con vinavil e cera. Poi vengono ricavate le cosiddette “traverse”, che sono delle assicelle di canna utili per dare supporto alla legatura e per tenere compatti i calami di varia altezza. Per quanto riguarda la legatura in passato venivano utilizzati degli spaghi impeciati manualmente, per garantire maggiore robustezza e impermeabilità. Da alcuni anni, il signor Brambilla preferisce usare resistenti spaghi cerati, sul tipo di quelli adoperati dai calzolai. La legatura è un tratto caratteristico dei differenti costruttori di flauti di Pan, che il nostro liutaio ha sostanzialmente conservato uguale a quella dei suoi avi, frapponendo tra le canne e le traverse delle gomme di supporto ricavate da camere d’aria o da altri materiali simili. Per la pulizia interna dei calami vengono usati dei sottili steli vegetali, bagnati all’uopo in acqua, per togliere naturalmente le imperfezioni. Gli strumenti sono realizzati secondo dimensione in base alle estensioni richieste dalle differenti bande di ürghenit. La maggior parte dei modelli sono diatonici, ma vi sono anche quelli cromatici, accordati per semitono, che suonano solo gli esecutori più esperti. L’intonazione di questi strumenti è più laboriosa. Un tempo venivano accordati solo a orecchio. Non si poteva procedere all’accordatura, ricorda il signor Brambilla, quando i bambini giocavano nell’aia del cortile, perché facevano chiasso e vi era il rischio di realizzare strumenti poi inutilizzabili. Per questa ragione e per non disturbare i vicini si è fatto installare delle porte-finestre insonorizzate. Per perfezionare le intonazioni usa un accordatore cromatico digitale, del quale però “si fida fino a un certo punto”, poiché ritiene indispensabile rifinire a orecchio, togliendo poco per volta materiale dalla canna, fino a raggiungere la giusta altezza dei singoli suoni. Brambilla non ha mai suonato nella banda locale di “ürghenit” tuttavia, possedendo nozioni di teoria musicale, è in grado di eseguire le melodie di base, anche se attualmente trova difficoltà a causa della dentiera e di “una forte emozione” quando si trova alla presenza di auditori esperti. 
Ha chiarito il maestro Brambilla che per costruire un “primo” (modello più acuto di limitate dimensioni), avendo tutti i materiali pronti, un liutaio esperto impiega mediamente tre ore, tre ore e trenta. Via via, con modelli maggiori, aumentano i tempi di lavorazione. I “bassi” possono richiedere fino a ventiquattro ore, una parte delle quali sono dedicate alla produzione degli innesti e dei cosiddetti “buchèt”, le imboccature poste soprattutto nei calami più gravi per facilitare l’indirizzamento del fiato dentro le canne. Questi “buchèt” vengono realizzati in gran numero, utilizzando un falcetto particolarmente affilato detto in dialetto “rampinet”. Brambilla conserva in un cassetto centinaia di tali “buchet” di varie dimensioni, sempre pronti all’uso in base alle specifiche esigenze. Per attaccare stabilmente il “buchèt” al calamo anticamente veniva utilizzato un particolare attrezzo denominato “candelè”, sorta di candelabro metallico grazie al quale si scaldava la pece in seguito colata sull’innesto del “buchèt”. Nonostante il personaggio carismatico, a mia conoscenza, nel web sono rinvenibili ben poche informazioni concernenti la prestigiosa storia dei costruttori Brambilla di Bernareggio, fatta esclusione per quelle riportate dal locale “Archivio storico” o nella sezione “Esposizioni” del MEAB (Museo Etnografico Alta Brianza) di Galbiate, che invito a visitare. Del flauto di Pan costruito da Camillo Brambilla vi è traccia in alcuni siti realizzati dai Gruppi Folk locali o nella collezione del “Fondo Roberto Leydi”, collocato nel “Centro di Dialettologia e di Etnografia” di Bellinzona. Le maggiori informazioni riferite a questo strumento sono state scritte dall’etnomusicologo Giorgio Foti il quale, tra gli anni Ottanta e Novanta, ha pubblicato le ricerche più complete relative alla sua diffusione in Lombardia. In particolare, Foti ha per primo reso nota l’esistenza di un “quaderno” degli appunti nel quale i costruttori Brambilla, a partire dagli anni Venti del secolo scorso, hanno segnato importanti dettagli riguardanti i rapporti con i singoli Gruppi strumentali lombardi, indicativi di un percorso culturale che ormai si protrae da circa centocinquant’anni. Bernareggio, da un punto di vista storico-musicale, rappresenta il paese più importante per la costruzione dei flauti di Pan in Lombardia, grazie soprattutto alla famiglia Brambilla. Ciò m’induce a suggerire agli Amministratori locali di realizzare nel centro del paese almeno un monumento simbolico dedicato a quest’arcaico strumento connaturato alla storia dei territori della Brianza. Osservo, inoltre, che il maestro Camillo Brambilla è ancora particolarmente lucido nonostante i suoi ottantuno anni. 
A mio avviso andrebbe tenuto nella giusta considerazione. In America viene definita la valorizzazione della “grey panther” (pantera grigia), ovvero delle persone anziane che grazie alle proprie esperienze professionali e artistiche sono in grado di arricchire la conoscenza delle generazioni più giovani, a favore di una solida crescita culturale collettiva che tenga adeguatamente conto del passato dei singoli territori. Ritengo che i Comuni, la Provincia Monza-Brianza e la Regione potrebbero beneficamente collaborare per reperire le risorse finanziarie necessarie per allestire un Museo del Flauto di Pan con annesso laboratorio di liuteria (la musica popolare necessita di dinamismo non di fossili strumentali) dedicato alla tradizione Bernareggese, riferendosi in particolare alla famiglia Brambilla. In attesa della possibile realizzazione di tale Museo, reputo sarebbe meritevole se, dopo aver strutturato adeguato Progetto culturale, le Scuole della Provincia riuscissero a organizzare visite guidate presso i laboratori del signor Camillo il quale, non avendo figli, rappresenta l’ultimo di una dinastia unica per quanto attiene la costruzione dei flauti di Pan che solo in Lombardia, nel corso degli anni, sono stati sistematicamente valorizzati come patrimonio organologico popolare. Tali considerazioni dovrebbero far riflettere sul reale valore etnomusicologico degli ürghenit del maestro Camillo Brambilla, la cui importanza travalica di gran lunga i confini lombardi. 

Paolo Mercurio

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