Flauto di Pan: Vittorio Pozzi, Maestro di “Urghenì”, per Passione e per Amore verso la Tradizione

“Urghenì” (“organetti”) viene denominato il flauto di Pan a Bottanuco (BG), paese nel quale opera Vittorio Pozzi, noto come Rino “Laey”, soprannome ereditato in ambito familiare. Nato nel 1946, riservato ma di grande umanità, Pozzi è un prestigioso maestro artigiano che per sola passione, da quarantadue anni, costruisce flauti di Pan, con entusiasmo e amore. Professionalmente ha seguito le orme del padre e del fratello andando presto a lavorare in fabbrica nel settore metallurgico della “Falk” di Sesto San Giovanni, dove è rimasto impiegato per circa trent’anni. Ogni giorno viaggiava in pullman, le cui corse verso le fabbriche del milanese iniziavano già alle quattro e trenta della mattina, sempre zeppi di operai. Chi riusciva cercava di dormire un poco durante il tragitto. Si seguiva poi il turno di lavoro e si tornava a Bottanuco dove, nel 1972, Pozzi ha iniziato a costruire l’ “urghenì”(pluralia tantum), prendendo a modello uno strumento di Giovanni Vertemati (di Bernareggio), deceduto nel 1969. Da allora ne ha realizzati migliaia. Pozzi è “homo faber” tuttofare. Con le sue mani ha costruito la villetta a più piani nella quale vive e dove, nel sottotetto, ha installato il laboratorio musicale. In una stanza dell’abitazione conserva una collezione di flauti di Pan e altri strumenti di vario tipo, in un’altra le canne stagionate pronte all’uso. Nel laboratorio oltre ai tavoli da lavoro vi è un numero considerevole di arnesi manuali, molti dei quali da lui stesso realizzati. Tra questi arnesi sono presenti originali “dime” mobili (una per ogni tonalità), che permettono di segnare in tempi rapidi le lunghezze delle diverse canne secondo il modello di “urghenì” da costruire. Inoltre vi è una serie di congegni di varia dimensione per la sgrossatura e la pulitura interna delle canne. In particolare si evidenzia una sorta di trapano a mano, lungo oltre un metro e mezzo, usato per i tubi di tonalità più grave. Per gli altri tubi sonori, secondo la dimensione, sono utilizzate anche delle penne di volatili o delle lime cuneiformi. Pozzi è uomo d’ingegno che ha gran rispetto per la tradizione, ma allo stesso tempo non disdegna una moderata sperimentazione, perché mediante la “practica” ha trovato spontaneo cercare soluzioni funzionali per la costruzione di strumenti a suo avviso più efficienti da un punto di vista esecutivo. 
Secondo la concezione di Pozzi lo strumento non è neutro, ma deve essere micro perfezionato sulla base delle esigenze dei singoli suonatori. A favore della banda del paese – “I Sifoi” (attivi almeno dal 1867) – fintanto che operava come maestro, tra il 1986 e il 1999, ha realizzato i flauti di Pan per i suonatori locali, curando per ognuno specifici dettagli, tenendo innanzitutto conto della conformazione delle labbra e della bocca dei suonatori. L’“urghenì” è, infatti, uno strumento popolare nel quale dettagli organologici impercettibili possono portare positivi vantaggi per l’esecutore, il quale deve soffiare muovendosi in spazi ristrettissimi. Per chi come Pozzi si è formato da autodidatta, è stato decisivo sperimentare il classico detto “sbagliando s’impara”, poiché l’errore permette di evidenziare informazioni positive ai fini del perfezionamento della tecnica costruttiva. La continua sperimentazione manuale ha portato Pozzi a conseguire alcuni risultati migliorativi sia riguardo ai modelli più tradizionali sia a quelli più innovativi. L’innovazione non è però fine a se stessa, ma sempre vista in funzione della soluzione dei problemi da risolvere o della ricerca timbrica. Bisogna tenere presente che, sin da quando era bambino, il maestro costruttore si è formato come suonatore, di conseguenza le novità sono per lui finalizzate a rendere più funzionale la pratica strumentale. Ad esempio uno dei punti che ha cercato di migliorare è quello delle legature, che vengono cucite intorno alle cosiddette “forcelle”, canne tagliate a metà per mezzo di una piccola roncola affilatissima (come un rasoio) e poi appoggiate alla fila dei tubi sonori. Negli strumenti di Vittorio Pozzi la cucitura è il tratto esteriore più caratteristico. Senza cuciture così stabili i tubi potrebbero ballare. Alcuni (costruttori o suonatori) risolvevano il problema dell’instabilità dei calami con l’uso di colle, che comportano problemi di tipo estetico e pratico. Rino “Laey” non apprezza i collanti perché mal si associano alla natura vegetale dello strumento. Inoltre, gli “urghenì” possono avere bisogno di essere riparati e quando è necessario staccare le colle si rischia di rovinare le singole canne. In verità, ha voluto precisare il costruttore, la colla nei suoi strumenti viene usata, ma solo in un caso e in dosi risibili, quando vuole tappare qualche piccolo forellino naturale sul fondo della canna. Prima fa colare della cera fusa, poi aggiunge una goccia di colla per garantire maggiore stabilità alla cera anche quando lo strumento è esposto a temperature solari elevate. 
 I dettagli costruttivi degli strumenti di Vittorio Pozzi sono numerosi, in questo scritto sintetizzabili solo per sommi capi, tuttavia verranno esposti in maniera metodica e razionale in un saggio organologico monografico che verosimilmente verrà concluso a breve. Lasciamo per un attimo il laboratorio per spostarci nel giardino dell’abitazione che, in alcune parti, appare come un rigoglioso bosco selvatico, nel quale Pozzi ha sistemato un gazebo caratterizzato da campane tubolari in acciaio da lui stesso realizzate e delle quali va particolarmente fiero. Accompagnati dal maestro, in ogni angolo del giardino c’è da scoprire qualche piccolo segreto sull’uso della canna, la quale come noto soffre sia il caldo sia l’umidità. Una modesta area del giardino è riservata alla coltivazione. “So che ne esistono una cinquantina di tipi, ma non sono botanico e non distinguo nominalmente le differenti tipologie di canne”, ha riferito Pozzi, “però gradualmente ho imparato a conoscerle e riconoscerle, perché chi non sa selezionare i giusti fusti non potrà mai costruire un buon urghenì”. Nel corso dei decenni ha provato a piantare nel giardino canne di diverso tipo, fino a quando - osservazione dopo osservazione, sperimentazione dopo sperimentazione - ha trovato la tipologia più confacente alle sue esigenze. Per chi ha esperienza, già guardando il bulbo, pare sia possibile capire orientativamente come i fusti si svilupperanno in altezza, ma ciò che conta oltre al clima e al terreno è la crescita che dovrebbe avvenire in un ambiente relativamente riparato. Nelle zone troppo umide, come ad esempio quelle vicino alle rive dell’Adda, la canna sembra bella, ma risulta poco funzionale per realizzare un “urghenì”, perché “l’è muda” (è sorda, è muta) come dicono da queste parti. Una volta l’anno le canne vengono tagliate. Inizia così la loro “morte apparente”, ma salvaguardando tutto, perché ogni parte della canna ha un suo specifico utilizzo. Ai fini strumentali ciò che bisogna subito fare è avviare una corretta fase di asciugatura naturale (gli esperimenti con il fuoco hanno fornito risultati scadenti). Per circa un anno le canne vengono poste in un’area soleggiata del giardino; successivamente sono spostate in un’altra più riparata. In seguito sono poste orizzontalmente nel “pollaio”, una struttura un tempo realizzata per uso faunistico ma oggi zeppa di canne da stagionare. 
Dal pollaio le canne tornano all’aperto, in un determinato periodo dell’anno, ma posizionate in un’area coperta e riparata. Infine, le canne selezionate vengono spostate in un box coperto. In tutte queste fasi, mese dopo mese, anno dopo anno, Pozzi osserva e cura la materia prima dei propri strumenti musicali. Per costruire dei buoni “urghenì” le canne devono “riposare” per almeno cinque anni, ma ho avuto modo di visionare lunghi fusti stagionati da dieci, utilizzati principalmente per riparazioni di antichi strumenti o per la costruzione di particolari tonalità. Quando pronte le canne possono essere portate nel sottotetto per essere lavorate. Qui, dice Pozzi, avviene (quello che definisce) un piccolo miracolo, perché “… si ridà vita a ciò che sembrava morto e per dare vita serve la conoscenza e amore nella lavorazione. Ogni volta che concludo uno strumento e lo inizio a suonare provo un brivido, un senso di gioia”. Vittorio Pozzi ha precise idee sulla poliedricità della musica che di seguito sintetizzo. Per lui la musica è valorizzazione e divulgazione della tradizione, amicizia, socialità (essendo unione di gruppo tra persone che si rispettano), fede, felicità e festa, perché suonare l’ “urghenì” significa anche divertirsi, mangiare e bere stando in compagnia. Per chi suona nelle bande di “urghenì” può anche significare viaggiare per confrontarsi con altre realtà culturali e, soprattutto per i più giovani, queste dei concerti sono esperienze di vita significative. I temi della formazione giovanile e della didattica sono cari a Vittorio Pozzi, il quale ha sempre considerato fondamentale investire nei giovani, per il ricambio generazionale degli esecutori. In casa sua ha insegnato a suonare ai suoi tre figli (due donne e un uomo). Nel tempo ha imparato che i bambini e i ragazzini necessitano un approccio amichevole e mai forzato allo strumento, pena l’ottenimento dell’effetto contrario. Quando era maestro della Banda dei “Sifoi” di Bottanico, Pozzi preferiva preparare i giovani allievi (negli anni pare siano stati alcune centinaia) secondo uno specifico “training” di apprendimento. Una prima fase era dedicata alla respirazione, al soffio e all’uso consapevole del diaframma, ma senza l’abbinamento alla pratica strumentale. In una seconda fase l’allievo imparava a familiarizzare con i tubi sonori. Prima uno, poi, due, tre e, via via, progressivamente con l’”urghenì” completo. 
Pozzi ha sempre insegnato le melodie come le ha imparate ovvero oralmente “a orecchio”, perché non legge la musica. Con la stessa tecnica ha sempre insegnato ai più giovani, ma ciò non gli ha impedito di divenire compositore di melodie a più voci. Numericamente tali composizioni sono esigue e principalmente dedicate con affetto ai propri familiari, tra cui la moglie, signora Gina. Soprattutto da quando ha smesso di suonare nella banda dei “Sifoi” e in quella di Terno d’Isola (qui lo strumento è detto “canì”, piccole canne), il costruttore ha saltuariamente partecipato a laboratori didattici presso scuole o pubbliche istituzioni. I laboratori entusiasmano i bambini anche perché il suo approccio didattico segue una metodologia pratica, che permette di mantenere sempre viva l’attenzione. In una scatola conserva tutto l’armamentario di oggetti sonori utilizzati per mostrare ai giovani il funzionamento degli aerofoni. Inoltre, con l’ausilio del maestro Valter Biella (si veda Blogfoolk n. 149) che vanta maggiore esperienza nella composizione grafica, hanno realizzato dei cartelloni per immagini corredati da succinte didascalie. Sebbene di passaggio, un accenno deve essere rivolto alla sperimentazione costruttiva di Vittorio Pozzi, per il quale la tradizione viene davanti a tutto e “deve essere correttamente divulgata”. Tuttavia prove e osservazioni con materiali moderni hanno permesso di mettere a punto strumenti che presentano alcuni vantaggi rispetto alla canna. Con strumenti realizzati con tubi di alluminio, ad esempio, Pozzi ha ideato dei meccanismi mobili interni ai tubi sonori, che permettono di modificare le altezze dei suoni. Sistemi di questo tipo tornano particolarmente utili quando si deve suonare con strumenti armonici come la fisarmonica. Essendo i nodi fissi, ogni “urghenì” di canna viene costruito in base a una tonalità fissa. Con gli strumenti metallici “made by Pozzi”, utilizzando quello che chiama il “fusolino” (una sorta di rigida stecca metallica) è possibile spostare i nodi mobili e adeguare la lunghezza dei tubi sonori in base alla tonalità prescelta. E questi passaggi, avendo a disposizione un accordatore cromatico, possono essere realizzati in pochi minuti. Altro vantaggio di questo strumento è di tipo sonoro-espressivo, soprattutto nell’esecuzione di particolari passaggi con le note più acute. Da un punto di vista timbrico particolari risultati Pozzi ha ottenuto utilizzando materiali sintetici. In altri casi, ha sperimentato sui materiali tradizionali ricercando forme inconsuete, tra cui quella circolare che pare sia gradita dai giovani allievi. Pozzi è in generale attirato dagli strumenti a fiato, in particolare dai flauti di canna e dai clarinetti primitivi ad ancia battente, come l’ “arghul” egiziano o la “bena” sarda. “All’inizio provavo a fare le ance, ma si spezzavano o non suonavano bene. 
Adesso ho capito il meccanismo di incisione e riesco a realizzarle più velocemente”. Ciò premesso, Pozzi costruisce questi strumenti solo per diletto o per arricchire la propria collezione privata, la quale contiene anche diversi litofoni e metallofoni. È indiscutibile che Vittorio Pozzi, dopo decenni di pratica costruttiva ed esecutiva, sia da considerare un maestro dell’ “urghenì”, ma per lui questo appellativo è esagerato perché essendo modesto e caratterialmente riservato si considera un semplice costruttore al servizio della musica. Oltretutto non esercita professionalmente, ma opera solo ed esclusivamente a favore di suonatori che intendono seriamente dare valore alle tradizioni folcloriche. Ciò premesso, essendo unico nel bergamasco, sarebbe meritevole se Enti pubblici mettessero a sua disposizione stabili spazi ad uso didattico, in modo da permettere di tramandare con autorità e in modo duraturo le proprie conoscenze organologiche ai più giovani. Potrebbero essere utili anche corsi trimestrali monografici, magari all’interno di istituzioni musicali come Conservatori, Università o Scuole di liuteria (in ambito regionale penso, ad esempio, a quelle di Milano e di Cremona). Organizzare corsi di formazione presso strutture accreditate, da un punto di vista culturale porterebbe vantaggio alle comunità locali e più in generale a quelle provinciali e regionali. “Urghenì” è il nome che viene dato al flauto di Pan a Bottanuco, ma è utile ricordare che lo strumento musicale, con denominazioni differenti, è diffuso in diverse aree della Brianza, del Lecchese e del Bergamasco. Sono aree calde dal punto di vista etnomusicologico, sin dalla fine degli anni Cinquanta, oggetto di fondamentali rilevazioni da parte di etnomusicologi del calibro di Antonino Uccello, Roberto Leydi, Febo Guizzi e, successivamente, dagli allievi Roberto Valota e Giorgio Foti. Di quest’ultimo, indubbia autorità in materia, suggerisco la lettura di importanti opere: “Il flauto di Pan nel Bergamasco. “Sifoi, canì, bilifù”: costruttori e suonatori popolari” (Bergamo, 1988); “Il flauto di pan in Brianza e nel Lecchese” (Lecco, 1992), che sono pubblicazioni approfondite sulla diffusione e sull’uso del flauto di Pan in Lombardia, con accenni ai costruttori più importanti. Tra questi, dato il contenuto dell’articolo, pare doveroso citare Camillo Brambilla, Giovanni Vertemati, Francesco Milanesi, Pierino Sala, Angelo Sirico. Purtroppo, tranne Camillo Brambilla (1933), rinomato costruttore con una lunga tradizione alle spalle, gli altri costruttori di flauti di Pan sono tutti deceduti. In questo contesto si comprende quanto determinanti potrebbero risultare gli insegnamenti di un maestro quale Vittorio Pozzi. 
Data l’importanza del flauto di Pan tra gli strumenti primitivi e mitologici (la “siringa”, strumento dell’amore) e data la diffusione e l’utilizzo (anche professionale) in Europa, nelle Americhe e in altre parti del mondo, sarebbe indispensabile valorizzare questo strumento in modo sistematico, essendo stato metodicamente utilizzato ad uso popolare e bandistico (praticamente) solo in Lombardia. Pertanto, a mio avviso, sarebbe opportuno dare ad esso adeguato rilievo nel Museo degli Strumenti Musicali di Milano, che potrebbe positivamente implementare e dare maggiore spazio agli strumenti della tradizione popolare. Nel caso specifico dell’ “urghenì” di Bottanuco e della sua valorizzazione sarebbe opportuno agire sinergicamente - magari sfruttando intelligentemente il traino e i fondi previsti per “EXPO 2015” nonché sponsorizzazioni private -, istituendo un “Museo Interattivo degli Strumenti Popolari del Bergamasco” nella città Alta del Capoluogo (affollata meta turistica), dedicato oltre al flauto di Pan anche al “Baghèt”, al “Sivlì” (della Valle Imagna) e alla articolata tradizione campanara apprezzata in tutta la Penisola. Dando inoltre adeguato spazio alla pratica esecutiva e al confronto interculturale (altri fronti caldi che esaminerò in un ulteriore articolo), dal “local” ci si muoverebbe socialmente aprendosi al mondo in modo attivo, coinvolgendo e dando un riconoscimento tangibile agli indiscussi maestri Valter Biella e Vittorio Pozzi i quali per decenni, con solide radici, attraverso la propria “ars”, hanno continuato a mostrare amore verso le tradizioni popolari dando lustro culturale e musicale alla propria terra. 

Paolo Mercurio

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