The Elephant Revival - The Changing Skies (Itz Evolving Records, 2013)

Direttamente da Nederland, Colorado ci arriva la musica pastorale e bucolica degli Elephant Revival che con il loro quarto disco “The Changing Skies”, mettono a segno un lavoro inciso in modo ineccepibile dal punto di vista tecnico, nel quale spicca tutta la capacità di questo di questo combo di musicisti e cantanti di suonare strumenti diversi, ed armonizzare le voci in modo straordinario. Le sessions si sono svolte presso il Bear Creek Studio a Woodville, nei pressi di Seattle, e risentono della particolare atmosfera che si respira in questo meraviglioso luogo di musica, ricavato all’interno di una fattoria dello secolo scorso, trasformata in un posto ideale per quanti desiderano mettere a fuoco il loro processo creativo. A riguardo vi consiglio di farvi un giro sul sito dello studio (http://bearcreekstudio.com/), per capire in che luogo quasi fatato è nato questo disco. Uso l’aggettivo fatato in quanto utile definire il posto in cui ha preso vita questa produzione di nicchia, elegante, che ha le potenzialità non solo per essere un prodotto di alto livello culturale, ma anche di avere un suo mercato. In Italia tutto ciò può apparirci come un sogno, una chimera, ad appannaggio esclusivo di qualcuno che ha già le spalle coperte. E invece... Ecco una musica ricca di pathos acustico e variegata di riferimenti ora al folk scozzese, ora alla irish music che emergono in suggestive vibrazioni all’interno della stanza dove di solito ascolto i dischi. Non conoscevo l’esistenza di questo gruppo, ma mi piace il loro approccio ricco di dinamiche e di chiaroscuri. L’episodio strumentale dominato dal violino “The Rakers”, le canzoni cantate dai vari membri sono allo stesso tempo semplici e profonde, e non è cosa da poco. I musicisti suonano molto bene e cantano meglio, e colui che li ha registrati e prodotti è stato capace di rispettare il racconto delle canzoni e di lasciarli liberi di esprimersi. Certo emergono chiaramente tutti i loro punti di riferimenti musicali, i loro ascolti, e i loro numi tutelari, e ritengo sia giusto così. C’è senza dubbio un rimando al songwriting di Paul Simon con quella “Spinning” che ricorda piuttosto da vicino “Hearts And Bones”, ma si tratta di un dettaglio, perché ogni brano vive di vita propria, e della sua importanza precipua. Ottimo è stato lavoro di mixaggio, ed ancor più quello di masterizzazione che aggiunge profondità alla musica, donando volumi che in genere si perdono, soprattutto in Italia. Gli strumenti ad arco la fanno da padrone su “Down To The Sea”, aggiungendo un sapore cinematico alla musica, una ombra di mistero soave e luminosa come una notte di luna piena. In questo disco c’è musica moderna e allo stesso tempo senza tempo, qualcosa che può migliorare una giornata in modo sorprendente. Ve lo consiglio caldamente.



Antonio "Rigo" Righetti