Robert Ellis - The Lights From The Chemical Plant (New West, 2014)

Quando una scena musicale, come quella roots americana, vive una fase involutiva, sommersa da produzioni sempre più incolori, quando irrompe un disco davvero degno di nota, è sempre un piacere potergli dedicare l’attenzione che merita. E’ il caso di “The Lights From The Chemical Plant”, il secondo album di Robert Ellis, che giunge a due anni di distanza dall’apprezzato disco di debutto “Photographs” e si candida ad inserirsi dritto tra le migliori produzioni della scena roots degli ultimi anni. Laddove nel disco precedente lo avevamo lasciato alla prese con country più ruspante e l’honky tonk, grazie alla mano miracolosa del produttore Jacquire King, qui lo ritroviamo nei panni del songwriter colto e raffinato alle prese con undici brani sospesi tra atmosfere roots e pop colto, che evidenziano molto bene come sia riuscito a mettere a frutto tutte le sue potenzialità e il suo talento. Nulla a che vedere, insomma, con gli storytellers o con i beautiful loser che affollano le pagine delle riviste specializzata, ma piuttosto siamo di fronte ad un cantautore vecchio stile, in grado di rileggere in modo superbo un classico come “Still Crazy After All These Years” di Paul Simon, ma anche di regalarci brani di puro godimento come nel caso della superba “Bottle Of Wine”. L’ascolto rivela come Robert Ellis persegua una ricerca sonora originale, che si sostanzia in brani ambiziosi dalla scrittura ricercata (“Only Lies”), che non stancano mai anche quando lo troviamo a pescare a piene mani nel già sentito come nella fascinosa incursione jazzy di “Pride” o nelle atmosfere desertiche di “Good Intentions”, o ancora nel country western di “Sing Along”. Allo stesso modo piace anche il suo approccio ai temi trattati con storie che si rincorrono tra amori finiti, ricordi, riflessioni personali, e desolanti spaccati delle periferie. Vertici del disco sono certamente l’iniziale Tv Song, un tributo in chiave moderna alla “Cosmic American Music” di Gram Parsons, e la radiofonica “Steady As The Rising Sun”, scritta in coppia con Taylor Goldsmith, che cristallizza in modo chiaro la direzione intraprese da Ellis dal punto di vista sonoro. Di pregevole fattura, e dunque meritevoli di una citazione, sono anche “Houston” con il suo andamento quasi walterz, e la conclusiva “Tour Song” caratterizzata da una lunga coda in puro stile jam. In buona sostanza “The Lights From The Chemical Plant” dimostra come Robert Ellis abbia, non solo imparato la lezione dei mostri sacri della musica americana, ma coltivi legittimamente l’ambizione di dar vita a qualcosa di nuovo. La strada imboccata è quella giusta, restiamo in attesa del capolavoro. 


Salvatore Esposito