Redi Hasa & Maria Mazzotta – Ura (Finisterre 2014)

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“Ura”, il Ponte Sonoro di Redi e Maria 

Il canto delle corde sfregate da Redi Hasa e il nitore vocale di Maria Mazzotta si congiungono, intraprendendo un cammino lungo un sentiero sonoro che dal Sud Italia conduce ai Balcani, fino a raggiungere i Carpazi. “Ura” è insieme incontro emozionale, sfida e complicità, ma è anche virtuosismo compiaciuto; è mappa di legami, affinità e mescolanze ricercate: “ura” vuole dire ora in salentino, ma dall’altra parte del mare, in albanese, “ura” significa ponte. La coppia di artisti si muove con naturalezza tra le lingue musicali delle due sponde adriatiche. Lei, salentina, ha inciso con il Canzoniere Grecanico Salentino, tra gli altri progetti, collabora – tra gli altri – con BandaAdriatica, Adria e Les Troublamours, è stata vocalist nei concertoni della Notte della Taranta, diretti da Ludovico Einaudi e Goran Bregovic. Lui, schipetaro trapiantato in Puglia, musicista di estrazione colta, è ormai uno dei migliori esponenti della musica della regione, musicista ricercatissimo, una presenza autorevole nella maggior parte delle produzioni musicali pugliesi degli ultimi quindici anni. Della loro musica, Einaudi scrive nelle note di presentazione al disco: “Preziose sfumature armoniche insieme a un piglio improvvisativo che trasmette un senso di freschezza che si rinnova ad ogni istante”. Incontriamo Maria e Redi per saperne di più di questo loro lavoro. 

Cosa fotografa di voi questo disco? 
Redi Hasa - Fotografa Redi. Il mio bagaglio culturale e musicale, le mie esperienze, gli incontri che in questi anni ho fatto, la mia crescita. 
Maria Mazzotta - “Ura” fotografa di Maria Mazzotta tutto quello che lei ama essere: è il disco in cui gode di maggiore libertà sulla scelta dei brani, l’interpretazione, gli arrangiamenti. Questo disco è Maria, vera e sincera, che insieme a Redi Hasa, con il quale si capisce in pochi istanti, si racconte vi racconta. 

Redi, dicono le cronache che hai incontrato il violoncello a soli sette anni. Come ti sei avvicinato allo strumento? 
Redi Hasa - Sì, è vero, però non è stato un incontro fortuito, anzi direi che inizialmente è stato forzato: mia madre è un'insegnante di violoncello e tutta la mia famiglia è legata alla musica e all'arte. In verità, come la maggior parte dei bambini da piccolo avrei voluto fare il calciatore, ma grazie a mia madre ho capito che la musica e il violoncello sarebbero stati la mia strada. 

Redi, qual è stato il tuo percorso di studi? 
Redi Hasa - In Albania c'è la possibilità di scegliere il percorso musicale dalle scuole elementari. Ho studiato nel mio paese sino al diploma in conservatorio; arrivato in Italia ho vinto una borsa di studio presso il Conservatorio Tito Schipa di Lecce dove ho conseguito, dopo 8 anni, un secondo diploma. Ho avuto anche la fortuna di frequentare una master class con il violoncellista del Kronos Quartet e, considero parte del mio percorso di studio i numerosi incontri e le collaborazioni con i più importanti musicisti del panorama italiano e non solo. 

Maria, dal canto lirico al nu folk…qual è il tuo cammino di cantante? 
Maria Mazzotta - Ho cominciato a cantare quando ho conosciuto la musica tradizionale salentina, e per me, che fino ad allora avevo studiato musica classica, è stata una rivelazione. Finalmente scoprivo che esisteva una musica dettata dalla profonda esigenza di esprimere dei sentimenti, una musica capace di riportare ad un equilibrio. Cosi nel 2000 sono entrata a far parte del Canzoniere Grecanico Salentino (di cui sono ancora parte) ed è cominciata la mia ricerca, che ben presto si è estesa ai Balcani collaborando con alcuni musicisti rumeni, greci e bulgari. Ho avuto la fortuna di studiare per circa un anno con Gabriella Schiavone del gruppo Faraualla: grazie a lei ho imparato tante cose, e prima tra tutte la maniera di approcciarsi e analizzare un brano nel suo contesto e nel suo territorio. Un’altra conoscenza fortunata è stato Bobby McFerrin, con cui ho avuto l’onore di duettare dopo 2 giorni di workshop nel 2008. Ho incontrato tanti musicisti dei Balcani e non, e ognuno mi ha dato qualcosa; per il resto il mio percorso é tra bulgari, greci, rom o albanesi a parlare e cantare della loro musica. 

Ci sono modelli canori a cui ti sei ispirata o che ti hanno influenzato, sia nel mondo della tradizione orale che fuori (pop, rock, jazz)? 
Maria Mazzotta - Non so se definirli modelli, ma ci sono tantissimi ascolti che hanno influenzato il mio modo di cantare. Provo ad elencare alcune voci: le italiane Rosa Balistreri e Gabriella Ferri, Nedialka Keranova, Gabi Lunca, Merita Halili, Esma Redžepova, Ljiljana Buttler, Sajncho Namčylak, Meredith Monk, Yasmin Levi, Natacha Atlas, Lhasa de Sela, Sheila Chandra, Lata Mangeshkar. Alcune volte è semplicemente la voce che mi piace, altre volte sono dei momenti specifici di un brano con tecniche vocali particolari o maniere di emettere la voce che mi incuriosiscono e mi spingono a studiarle. 

Redi, da outsider che da anni è dentro il circuito della musica del Salento, qual è la tua prospettiva? 
Redi Hasa - Da Quando sono arrivato in Italia ho avuto la fortuna di collaborare con formazioni storiche della musica tradizionale salentina come Xanti Yaca, Enza Pagliara, Officina Zoè, Uccio Aloisi, Salentokestra, Orchestra della Notte della Taranta e, questo mi ha permesso di comprendere l’importanza e la serietà di questa tradizione. Oggi però io penso che ci sia bisogno d’innovazione nel rispetto delle radici certo ma, con uno sguardo verso il futuro. 

Ti reputi un innovatore della musica salentina? 
Redi Hasa - Assolutamente no. Ho semplicemente portato in tutte le mie collaborazioni, discografiche e non, qualcosa di me e del mio bagaglio. Forse pur non volendo, l’ho personalizzata.

Cosa hai portato nella “valigia dei suoni” dall’Albania? 
Redi Hasa - Oltre ai ritmi e alle melodie della mia terra, che fanno parte di me, ho portato il ricordo dei canti e delle feste spontanee che nascevano tra le strade del mio quartiere, quando il matrimonio di un qualsiasi sconosciuto diveniva il matrimonio e la festa di tutti. 

E dell’Albania musicale attuale cosa ci puoi dire? Esiste ancora una musica tradizionale, funzionale? 
Redi Hasa - Paradossalmente, purtroppo, dopo la caduta della dittatura comunista c’è stato un declino della musica tradizionale albanese, una sorta di rifiuto. Ad oggi quello che mi dispiace di più è che si stanno perdendo quei riti e quelle tradizioni che erano identificative di un popolo. Poche sono le istituzioni e le associazioni che lottano per far sì che le nostre radici non si perdano definitivamente.

Da dove arriva il successo, che ancora si avverte, delle musiche di area balcanica? 
Redi Hasa - Mi piace pensare che il successo della musica balcanica dipenda dal fatto che è un genere che viene dal popolo che celebra eventi quotidiani, come la nascita, i matrimoni sino ai funerali: insomma che racconta la vita. 

Come è nata l’idea di questa collaborazione tra due voci/strumenti? 
Maria Mazzotta - È difficile stabilire come e quando sia nata l’idea di questa collaborazione, tutto è avvenuto in maniera naturale e quasi per magia... Io e Redi ci siamo incontrati nel 2005, lavorando insieme in diversi progetti musicali. Tra noi è nata una profonda amicizia, fraterna, alimentata da una grande passione per la musica del Balcani. Abbiamo passato inverni rintanati in casa, televisore in mute, voce e violoncello di sottofondo tra un canto salentino e una rumba albanese. Un bel giorno ci viene chiesto di fare un concerto in duo; in poche ore avevamo una lunga lista di idee e diversi brani già fatti senza saperlo...mi piace pensare che la gente sapesse dell’esistenza di questo progetto prima ancora che fosse nato! 
Redi Hasa - Non è stato qualcosa di pensato e programmato. Io e Maria ci conosciamo da oltre otto anni e abbiamo collaborato in diversi progetti. Con il tempo è nata una grande amicizia e una forte intesa musicale, c’era soprattutto la voglia di fare musica senza piani né progetti. Senza accorgercene ci siamo ritrovati di fronte a questa sfida. Due voci, due strumenti diversi ma simili in tante sfaccettature: da una parte il violoncello che crea una serie infinita di architetture ritmiche, melodiche e armoniche, dall’altra la voce che dà colore ed espressione a tutto ciò. 

Come è avvenuta la scelta dei brani del disco? 
Maria Mazzotta - Ascoltando le sensazioni provocate dai brani stessi. In genere la scelta dei brani è semplice e rapida: da subito e in maniera naturale, eseguendo i brani, qualcosa si muove dentro e ci fa sorridere, danzare, urlare, piangere, sospirare...insomma se un brano ci emoziona, può funzionare.
Redi Hasa - La scelta è stata naturale, oltre ai tre brani inediti tutti gli altri sono brani a cui entrambi ci sentivamo molto vicini, che ripropongono un viaggio che va dalle tradizioni dell’est sino a quelle del sud Italia. Tutti sono stati completamente riarrangiati in chiave contemporanea e del tutto personale. 

Qual è il tratto emergente del disco, per voi? 
Maria Mazzotta - Il tratto emergente è il risultato di questo incontro, Redi Hasa e Maria Mazzotta a spasso tra musiche tradizionali che ripropongono e compongono con il loro modo di sentire ed eseguire. 
Redi Hasa - Il tratto emergente è il nostro modo di sentire la musica, l’emozione e la sincerità nel trasmettere quello che noi siamo. 

Come nasce il brano d’apertura del disco? 
Redi Hasa - “Del cielo e della terra” è un brano la cui musica è stata scritta da me durante un viaggio in Grecia. In quel viaggio rimasi enormemente colpito dai colori e dalle atmosfere di quella terra tanto simile alla mia. Questa personale esperienza non poteva essere meglio descritta attraverso le parole di una poetessa salentina, Marthia Carrozzo, autrice del testo. 

Un solo brano salentino nel disco… 
Maria Mazzotta - Nel disco c’è un solo brano salentino, ma nel concerto sono tre. Sono nata in questa terra e ho i colori di questa terra, la musica tradizionale è il tassello fondamentale del mio percorso e il Salento il punto di partenza. Per il disco abbiamo dovuto fare delle scelte, abbiamo provato a costruire un ponte che abbracciasse i Balcani e il sud Italia. 

Maria, quali difficoltà nel cimentarti con tante lingue? 
Maria Mazzotta - Non ho trovato grandi difficoltà con le varie lingue. In linea di massima studio i brani ascoltandone più versioni e trascrivendo con attenzione i suoni fonetici per poi confrontarli con i testi originali. È un lavoro attento ad ogni sillaba, ad ogni singolo suono. 

Il canto tradizionale va fatto con il corpo, non solo con la testa e le corde vocali… Come ti confronti con questo aspetto della fisicità? 
Maria Mazzotta - Come va fatto il canto tradizionale non lo so, so quello che faccio io quando canto. Nella vita ho imparato che ogni emozione ha una sua fisicità, puoi sentirla nel corpo e sulla pelle. La tristezza, la mancanza, la solitudine, hanno una fisicità cosi come la gioia, l’amore, l’euforia. Corde vocali, testa, tecnica per me sono importantissime nello studio; quando canto esiste solo l’intenzione, l’emozione da rivivere, la storia da raccontare. 

Nel disco c’è una forte matrice improvvisativa, ce ne sarà anche dal vivo? 
Redi Hasa - L’improvvisazione è una parte fondamentale del nostro spettacolo, ci rappresenta e ci permette di esprimerci liberamente. Azzarderei che è un nostro punto di forza. 
Maria Mazzotta - Assolutamente si, anche brani interi! 



Redi Hasa & Maria Mazzotta – Ura (Finisterre 2014) 
Il sodalizio tra Maria Mazzotta (voce, percussioni, loop station, VX400) e Redi Hasa (violoncello, loop station) – con la partecipazione di Bruno Bernes (darbouka, tamburo, rullante) e Ovidio Venturoso (cajon, drumset ovisolution) – conduce ad un’opera dalla scrittura vibrante, in cui riluce la versatilità della coppia, la loro abilità vocale e strumentale, coniugata ad immediatezza espressiva. “Ura” offre un programma in dieci tappe costituito, nella quasi totalità, da celeberrimi brani tradizionali, piegati alle esigenze espressive del duo, che predilige efficaci tensioni tra linguaggi popolari ed articolazioni sonore contemporanee. Però, la partenza la dà un brano originale, “Del Cielo e della Terra”, su testo della poetessa Carrozzo e musica di Redi, in cui voce umana e timbro del violoncello sviluppano una serie di inseguimenti e sovrapposizioni. Il successivo “Maria” è un canto in griko dedicato alla Vergine, musicato ancora da Hasa: il risultato è una riuscita combinazione ritmica e melodica di voce e cordofono, che si muove con maestria su un’ampia gamma di tonalità. È il collegamento verso Levante che apre la via alle imprevedibili variazioni sul canto tradizionale montenegrino “Sladjano Moje”. Ugualmente ben conosciuto è “Ederlezi”, ormai sorta di standard romanes, tributo alle genti che da secoli hanno il ruolo di formidabili mediatrici di culture diverse soprattutto nell’Est Europa: il vibrato del canto di Maria e il caldo e pieno tocco di Redi si risolvono in un’eccellente interpretazione. Si procede lungo la dorsale balcanica con “Ohri”, altro brano firmato da Redi, dove l’ugola di Maria si muove agile intorno allo strumento dell’artista albanese. Prossima tappa la Tracia per “Tou Margoudi”, un brano tradizionale, già nel repertorio di BandAdriatica, in cui si aprono superlativi sprazzi di improvvisazione di Hasa. Giunge quasi inatteso il ritorno nel nostro Paese a ritmo di tarantella: il famoso canto di “Cicerenella” diviene un efficace e vincente gioco virtuosistico ed ironico, con riusciti intrecci tra ugola e corde. Ci si immerge poi nel “disordine musicale” dei tempi dispari di una altrettanto famosa danza bulgara (“Krivo horo”), dove la coppia dà ancora prova del perfetto accordo, muovendosi in maniera fitta, esuberante ed aggressiva, senza farsi mancare il contributo degli ospiti: siamo ai vertici del disco. Tra cambi di umore, padronanza canora di Maria e fioriture dello strumentista, non poteva mancare un passaggio in Albania con il canto “Kno mi qyqe”, in cui il ciclo delle stagioni è metafora delle fasi della vita: una giovane diventa donna abbandonando la casa paterna. È lo scioglilingua rom di area rumena “Dumbala dumba”, già titolo di un acclamato album dei Taraf de Haïdouks, a sigillare questo disco del duo che lascia il segno. In tempi di consistenti orchestre popolari e di eccessive profusioni strumentali, è salutare trovare una coppia di artisti, che si impongono per essenzialità e freschezza che vanno a braccetto con estro e calore. Da ascoltare tutto d’un fiato. 


Ciro De Rosa