Pupi Di Surfaro – Suttaterra (Dcave Records, 2014)

Con il disco Suttaterra i Pupi di Surfaro si inseriscono di buon diritto nello scenario contemporaneo delle musiche di ispirazione popolare del nostro paese,con un contributo notevole in termini di contenuti, di sound e anche di stile. Il lavoro, prodotto da Daniele Grasso per la Dcave Records (Grasso si è anche occupato della registrazione e del missaggio presso il TheCave Studio), è il secondo dei Pupi, che hanno autoprodotto nel 2010 il loro disco d’esordio, dal titolo “In vino veritas”, a cui ha fatto seguito un’intensa attività live, che li ha portati a suonare al Forum Antimafia per Peppino Impastato a Cinisi (PA) e a vincere l’edizione 2013 del premio Musica contro le Mafie (evento dell’Associazione Musica contro le mafie, legata alla rete di Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie, che dal 1995 è impegnata in un progetto di sensibilizzazione alla cultura della legalità e alla lotta alla criminalità organizzata), con il brano “Cantu d’amuri”. Come è spesso segnalato in queste pagine, lo scenario delle musiche neo-tradizionali in Italia è molto vario - aspetto che generalmente si tende a credere una prerogativa di altri paesi - anche se, come tutti sappiamo, rimane ancora sostanzialmente schiacciato (ma evidentemente non del tutto immobilizzato) in un piccolo angolo, in un cono d’ombra ambiguo e incoerente. Dal quale emergono molti riflessi sparsi anche se quasi mai riuniti in un fascio di luce omogeneo, in una progettualità che, nell’insieme, incontra il consenso di un gruppo ampio, critico e consapevole. D’altro canto potremmo anche leggere le esperienze che maturano nell’ambito della ricollocazione delle espressioni musicali di tradizione orale come un insieme di tentativi volti a restringere quella zona d’ombra. Non tanto in termini commerciali, ma piuttosto politici e culturali, nella misura in cui - come quelle esperienze dimostrano ampiamente attraverso soluzioni spesso inaspettate e produzioni caleidoscopiche - il mondo che ci restituiscono ha un profilo diverso e, agli occhi di quasi tutti, del tutto nuovo. 
Se è vero che la musica ha il carattere predominante dell’ambiguità (dentro cui si definisce il rapporto profondo e ambivalente con un processo creativo individuale o di un gruppo ristretto di “creativi”, che ha, nei casi più fortunati, la forza di attrarre l’immaginario condiviso dalla collettività) e allo stesso tempo della denuncia, dell’evocazione e della descrizione (che spesso si spingono fino a divenire cronaca, racconto, satira, rappresentazione, come nei “cunti” della tradizione siciliana o nelle “storie” del vasto repertorio delle canzoni narrative), è anche vero che le musiche popolari diffondono una serie di codici più complessi, sebbene più immediati e “pragmatici”. Il caso dei Pupi di Surfaro è emblematico di questo insieme di processi. E, torno a dire, non solo sul piano dei contenuti ma anche sul piano della forma che questi assumono attraverso il processo di rappresentazione. D’altronde i Pupi nascono proprio dalla convergenza di più linguaggi: la cultura popolare (soprattutto siciliana, con echi di soluzioni espressive di diverse aree dell’Italia meridionale), l’applicazione di strumenti “moderni” (non popolari, come chitarra, violino, basso, batteria, synth), la selezione di temi attuali oltre che di tradizione e, infine, una gestione “teatrale” di tutti gli elementi, nella quale confluisce una rumoristica molto curata (dove la produzione si è espressa con molto equilibrio) e, in generale, una sovrapposizione “performativa” di voci e suoni apparentemente estemporanei, che hanno il merito di ampliare di molto lo spettro sonoro del disco e, allo stesso tempo, il paesaggio sonoro di riferimento. Da qui arriviamo diritti a “Cantu d’amuri” (il solo brano dell’album edito da MK Records e, come detto sopra, vincitore del premio Musica contro le mafie 2013), che può essere considerato una sorta di manifesto della poetica dei Pupi. 
Soprattutto (e semplicemente) perché è bello: melodia dolce ma senza forzature e strappi troppo retorici, ritmo e arrangiamenti convincenti (netti e accattivanti), sound sporcato e riempito di un mondo di vezzi curiosi (primo fra tutti quello delle voci che, nella seconda parte del brano, si fondano in cori ritmici a cadenza regolare che cantano sillabe forti e nette, le quali, all’unisono, espandono inverosimilmente la risonanza di cassa e rullante), testo originale e scelte di narrazione lodevoli.  Come ci dicono loro stessi, l’immagine evocata nel brano è quella di “una serenata ad una donna bellissima, un tempo nobile e ricca, adesso schiava, ridotta in miseria, costretta a mendicare, a dare il suo corpo in pasto a cani e porci… la Sicilia”. Dopo un prologo raffinato cantato su un fraseggio di chitarra classica - attraverso il quale i Pupi introducono il tema - si entra, aiutati da una serie di passaggi di violino, in un’atmosfera più compatta (il cui acme è lo slogan con cui i Pupi richiamano Impastato: “spaliamola questa montagna di merda”), caratterizzata da un ritmo appesantito dal ritmo uniforme di batteria e basso, che procedono attraverso pulsazioni regolari in battere che si ritirano (creando un vuoto vertiginoso) a ogni quarto. In generale l’apporto innovativo va ricondotto alla lavorazione dei brani - che, beninteso, si adagia su delle strutture molto solide, piene di sostanza - e alla scelta degli argomenti, attraverso i quali il gruppo si confronta con il patrimonio musicale (e anche organologico) della Sicilia. “Danza pupa”, la terza traccia del disco, è un brano strumentale cadenzato da un bordone di marranzano sul quale si innestano tutti gli strumenti del gruppo: prima il violino, poi il mandolino, la fisarmonica e la sessione ritmica, compresi i tamburi a cornice. 
Lo svolgimento del brano sviluppa un tema semplice ma efficace, perché risuona come un intermezzo nel quale confluiscono idealmente molte soluzioni armoniche e melodiche care al gruppo: un po' sospese e vagamente eteree, un po' rauche e irrigidite soprattutto attraverso le applicazioni ritmiche, un po' “a mantice”, cioè modulari, enfatizzate e ritratte, asciugate e arieggiate, in un alternanza di piano e forte di grande effetto. “Live in the cava” e “Suttaterra” sono i brani che, invece, rappresentano più di altri l’oscillazione tra la tradizione e la rilettura dei temi cari al gruppo. “Suttaterra” racchiude una parte importante della narrativa dei Pupi (se si considerano solo gli aspetti musicali possiamo aggiungere “Senza spini”, il brano che segue, caratterizzato da un’atmosfera più profonda, da melodie e costruzione armonica più complesse). Qui gli elementi più riconoscibili ci sono tutti: si parla di miniere (di zolfo) e di fatica, c’è la contrapposizione sociale e politica rappresentata in un quadro di relazioni lavorative verticali, c’è un orchestrazione alienante, gli slogan penetranti: “l’uomo cerca la pace con la guerra”, oppure “l’uomo con la sua mano si fa la fossa e si sotterra”. Infine, come in una lunga riflessione di raccordo, i Pupi ci propongono “Live in the cava”, il nuovo “cunto” con cui hanno voluto rendere omaggio alla tradizione dei cantastorie siciliani. La coralità e l’interazione tra i vari personaggi determinano il profilo grottesco e (come da tradizione) divertente del brano, mentre le musiche esaltano non solo i contenuti e i temi trattati, ma soprattutto la teatralità della struttura, e la capacità di questa di assorbire ogni argomento: “passiamo la vita a cantare e ballare per non dispiacere i nostri signori/ per fare felici i governatori, che se noi piangiamo ci restano male/ non sanno soffrire il nostro dolore, non possono dormire e ci passa la fame”. 


Daniele Cestellini