The Lowlands, Spazio Teatro 89, Milano, 5 Aprile 2014

Direttamente dal palco, un racconto del concerto 

Ho preso parte alla celebrazione in musica del talento cantautorale di Edward Abbiati, essendo tra gli ospiti del concerto dei suoi fidi (o meno fidi...) Lowlands. E’ stata una festa di energia e di musica, che ha visto alternarsi sul palco del bello spazio milanese dello Spazio Teatro 89 oltre quattordici musicisti. Ironicamente ho suggerito che la guardia di finanza avrebbe potuto sottoporre Ed ad un controllo legato al redditometro. Chi può, infatti, permettersi un tale numero di musicisti? Sezione fiati, una violoncellista, vari chitarristi, un suonatore di lap steel, un contrabbassista, un bassista (il vostro affezionato Rigo...). Le canzoni di Edward sono belle e poetiche, e lui non ha paura di farsi sentire nudo sotto un riflettore, nudo nelle sue zone erronee e nelle debolezze, ma anche nudo nella sua energia e poesia. Canta col cuore e ci crede in un modo decisamente pulito e poco di facciata. Non è un roots-rocker da stivali e tanta teoria ma è un autore vero. Ci siamo annusati e piaciuti subito. Io avuto l’onore di registrare “Beyond” un paio di anni fa con lui e i Lowlands, e proprio l’altro giorno sono tornato con loro in studio per registrare i bassi del suo nuovo lavoro. 
Edward lavora sempre bene e ha l’intenzione giusta. Ci siamo confrontati su diverse cose, e quella più importante e che necessita un approfondimento è proprio in queste righe. In Italia esiste una scuola di pensiero che è portata ad accogliere come un benefattore ogni artista americano o inglese che arriva qui da noi. Sto parlando di un errore che abbiamo fatto tutti. Per esempio, noi con The Rocking Chairs, un poco più degli altri, abbiamo infatti collaborato con Elliott Murphy, Willie Nile, Robert Gordon, sia in studio che live. Il concetto che mi preme sottolineare è che le collaborazioni dovrebbero essere univoche ma rappresentare una vera occasione di interscambio, ovvero se qui da noi arriva un musicista americano e trova la possibilità di suonare, dovrebbe fare poi lo stesso per gli italiani quando approdano in America. Da sempre mi considero un musicista che si rapporta, con tutti i suoi pregi e gli immancabili difetti, con i suoi colleghi allo stesso livello, se invece facciamo in modo di rapportarci in modo non equilibrato stiamo mandando il messaggio che siamo i primi a non credere alla nostra capacità di fare musica pertinente. 
Lo dico alle pseudo agenzie che portano in terra italica l’ennesimo cantautore di livello, ma non popolarissimo, il solito loser texano, a quello che fa blues... E’ ora di smetterla di mettersi in situazione di subordinati. Nella speranza che non me ne vogliate, spero che sia anche ora di smettere di inseguire le mode e di cominciare a fare musica allo stesso livello. Rock on... Per quel che riguarda il concerto di sabato, complimenti al lavoro della Rise Up, agenzia che ha voluto fortemente la serata e complimenti a tutti i musicisti coinvolti, oltre me, ovvero il virtuoso dell'armonica USA Richard Hunter, Matteo “Popo” Zanesi (Corte dei Miracoli) alle percussioni e l'ex Lowlands Simone Fratti, Alice Ghiretti al violoncello, nonchè Andres Villani, Max Paganini e Marco Grignani ai fiati e Matt Boulter dei Lucky Strikes che ha aperto la serata ed è stato poi ospite alla Lap Steel.



Antonio "Rigo" Righetti