La Chiva Gantiva – Vivo (Crammed Discs/Materiali Sonori, 2014)

“Vivo” è il secondo album de La Chiva Gantiva, band fondata alcuni anni fa da un gruppo di giovani musicisti sudamericani di base a Brussels. Il disco è il risultato di un insieme di linguaggi che riflettono probabilmente (è bello pensarlo anche senza poterlo verificare direttamente fino in fondo) la “posizione” della band, cioè un baricentro sbilanciato che da uno dei centri dell’Europa (da quel centro che è in grado di ricevere, riflettere e abbagliarsi con gli influssi di tante tradizioni rielaborate, dalla Francia all’Inghilterra, dalla Germania alla Danimarca) tende a sporgersi soprattutto oltreoceano, ammiccando con compostezza mista a molta originalità e spontaneità alle tradizioni più forti (non semplicemente ritmiche ma, direi, strutturali, di impianto, di approccio) delle musiche delle differenti aree sudamericane: “frenetismo” funky, con linee di basso incessanti e sincopate, cadenze ritmiche marcate della batteria, che elabora spesso gli andamenti dei pezzi con aggiunte di beat in contro-tempo, armonie “allusive” dei fiati (“exuberant horn riffs” vengono definite nel sito della band) che spaziano in uno scenario musicale molto ampio, frasi di chitarre originali, spesso mischiate a un ritmo secco e un suono stridente, ma anche a soluzioni distorte che non possono non ricordare gli argentini Los Fabulosos Cadillac, una cornice onnipresente dentro la quale si sviluppano le articolazioni delle percussioni “sudamericane”. D’altronde il nucleo del gruppo - i cui maggiori compositori sono il chitarrista Felipe Deckers e il cantante Rafael Espinel, che hanno partecipato anche al missaggio del disco, effettuato a New York da Joel Hamilton, il quale, tra gli altri, ha collaborato con Marc Ribot, di cui si avverte qualche eco nella reiterazione di “schitarrate" stridenti, dissonanti, rarefatte e sovrapposte - il nucleo del gruppo, dicevo, è scomposto da percussionisti colombiani. Percussionisti che, secondo quanto si legge un po' in tutte le notizie che li riguardano, sono stati illuminati dall’idea di rielaborare le tradizioni musicali afro-colombiane e di mischiarle alle loro “visioni” del rock, del funk e, più in generale, dell’afro-beat. Il risultato di questa idea si è ovviamente riflesso nella formazione de La Chiva (composta, oltre che dai tre musicisti colombiani, da due francesi, un belga e un vietnamita), così come nella ricerca di un linguaggio composto e originale e, allo stesso tempo, sulle performance dal vivo, che rappresentano la dimensione più congeniale di questo ensemble formato da sette musicisti scatenati (come ha scritto The Times: their "frenetic carnival-punk racket that detonates like a Molotov cocktail of rock, rap, soul and ferociously funky Latin rhythms). Senza dubbio il disco nel suo complesso è convincente - organizzato, come detto, su soluzioni conosciute anche se riflesse in una versione più personale del diffuso impianto world dove convergono ritmi “esotici” e costruzioni armoniche certamente mainstream - anche se avrei preferito uno sforzo maggiore, o meglio una maggiore estremizzazione dei codici utilizzati, un diverso sperimentalismo nella costruzione generale dei brani. I quali, beninteso, sono molto ben fatti e, soprattutto, fluidi, elastici e coinvolgenti. A mio avviso, però, riflettono troppa foga: un’estemporaneità che irrigidisce delle strutture che, invece, avrebbero bisogno di concedersi più ponderazione, soprattutto per lasciare emergere tutto il potenziale armonico e melodico che contraddistingue molte parti e molti passaggi chiave dei brani, in modo particolare nelle voci. Fatta eccezione per questo approccio “estemporaneo”, probabilmente troppo esteso in direzione della performance, il progetto e la scrittura del gruppo convincono, e contribuiscono, insieme a tanti gruppi europei (di cui spesso si riferisce con entusiasmo in queste pagine), ad ampliare e differenziare uno scenario che sta conquistando sempre più consensi, anche in termini commerciali. Sebbene in Italia non abbia ancora un seguito sufficiente a farlo conoscere a un pubblico che senza dubbio ne apprezzerebbe lo stile, i testi e i modi di cantarli (in varie lingue e in vari stili), le atmosfere trascinanti e le soluzioni innovative sul piano degli arrangiamenti, La Chiva Gantiva (che, lo ricordo, è solo al secondo disco: il primo si intitola “Pelao” ed è uscito - sempre per la label indipendente belga Crammed Discs - nel 2011) si è esibita in lungo e in largo tra l’Europa e gli Stati Uniti, toccando luoghi ed eventi importanti come il London Jazz Festival e il WOMAD, oppure il SXSW di Austin. Per la prossima estate sono già confermate date in Portogallo, Olanda, Svizzera, Germania e in Danimarca, al Roskilde Festival (oltre che in varie città inglesi, da Londra ad Oxford, da Gloucestershire a Winchester, fino al Rhythm Tree Festival - Isle of Wight). 


Daniele Cestellini