Michele Gazich – Una Storia Di Mare E Di Sangue

Michele Gazich non ha bisogno di presentazioni per lui parla un percorso artistico di altissimo profilo non solo qualitativo, ma anche prettamente culturale, avendo intrapreso ormai da qualche anno una fortunata carriera come solista prima con il progetto La Nave Dei Folli e poi in prima persona con il disco “L’Imperdonabile” e lo splendido cofanetto “Verso Damasco”, lavori di profondo valore non solo musicale ma anche letterario, essendo riuscito ad unire la sua grande esperienza come produttore ad un songwriting tanto originale quanto denso di poesia. Lo abbiamo intervistato in occasione della pubblicazione del suo nuovo album “Una Storia Di Mare E Di Sangue”, per approfondire con lui la genesi, le ispirazioni e le tante suggestioni musicali che caratterizzano questo lavoro. 

Sono passati tre anni da “L’Imperdonabile”, a cui sono seguiti il progetto “Folk Rock” con Massimo Priviero e il cofanetto “Verso Damasco”. Come ha preso vita l’idea di dedicare il tuo nuovo album “Una Storia di Mare e Di Sangue” alla storia della tua famiglia? 
“Una storia di mare e di sangue” era nella mia mente da molti anni. Mi aveva, in fondo, da sempre attratto l’idea di indagare più a fondo le mie radici. Ho cominciato a pensare più concretamente a questo progetto a partire dal 2006 e ho capito che avrebbe richiesto molto tempo: ricerche sul campo, viaggi, incontri con luoghi, persone e strumenti, tanto studio e uno sforzo di immedesimazione/identificazione con membri della mia famiglia vissuti anche più di cento anni fa. Nel frattempo ho pubblicato altri album (oltre a quelli che hai menzionato anche la Trilogia della Nave dei Folli), che considero come i disegni preparatori per questo che è il quadro, il dipinto completo. 

Come si è indirizzato il tuo lavoro dal punto di vista della ricerca sonora? Quali sono state le fonti di musica tradizionale e colta a cui ti sei ispirato? 
Mi sono riferito in modo particolare alla musica di matrice veneziana. A inizio Novecento ancora si riconoscevano i confini di una koinè culturale che da Venezia giungeva fino a Istanbul. Ho ascoltato e letto di tutto per questo album: dalle canzoni da battello alla musica da ballo, dagli articoli di giornale alle poesie d’occasione, ho ascoltato tutte le diverse incarnazioni, i diversi stili esecutivi del mio strumento principale, il violino, da Venezia a Zara, fino a Smirne. Ho studiato molte musiche (ho avuto la fortuna di avere accesso anche a testi della biblioteca di Michele Straniero), ma non ho voluto copiare niente: la vita è troppo breve per non sforzarsi di essere originali. Questo album è certamente il prodotto di un lavoro filologico lungo e attento, ma non è per i filologi. Ho corso il rischio di inventare, di mescolare quanto è storicamente consolidato con il verosimile e il fantastico. “Una storia di mare e di sangue” non è una collezione di canzoni ispirate a materiale tradizionale o ad altre composizioni preesistenti. È anche e soprattutto opera di fantasia. Per ascoltarla è necessario avere un cuore puro. 

Michele Gazich in concerto
Dal punto di vista prettamente compositivo, ciò che emerge con maggiore forza è la potenza narrativa dei testi, che a differenza dei tuoi brani precedenti non si servono di suggestioni in trasparenza, ma piuttosto offrono all’ascoltatore la possibilità di entrare nel cuore delle vicende che racconti… 
Questo è un altro dei motivi per cui questo album ha richiesto tanto tempo. La mia scrittura è spontaneamente lirica, fatta di immagini, di associazioni improvvise e impreviste di parole e pensieri, callide iuncturae, come le chiamava Orazio. Ho forzato il mio scrivere verso una direzione diversa, appunto narrativa, più immediatamente decodificabile. Parole al servizio della storia narrata e della musica. 

Nella presentazione del disco scrivi che l’idea di realizzare questo disco ti ha accompagnato per diversi anni, finché hai deciso di intraprendere un viaggio nei luoghi dove la tua famiglia ha vissuto dal Istanbul alla Dalmazia fino a toccare gli Stati Uniti. Ci puoi raccontare questa esperienza? 
Il viaggio sembrava non terminare mai o forse non volevo io stesso più farlo finire: continuavano ad aprirsi porte, per anni. Un momento di svolta certamente è stato quando il destino mi condusse a suonare a Saint Louis proprio un 24 agosto (era il 2007); nella stessa città il mio bisnonno Nicolò il 24 agosto di molti anni prima divenne cieco per l’esplosione di una mina in una miniera. Mi sentii come chiamato a scrivere, a ricordare, a rivivere questo e altri fatti della mia storia di famiglia, fatti comuni e straordinari, come tutti quelli della gente povera, costretta a viaggiare e ad affrontare lavori umilianti per sopravvivere. Cose, è ben noto, che avvengono anche e soprattutto oggi. Ho usato l’articolo indeterminativo: “Una storia di mare e di sangue” per sottolineare che la mia è solo una delle tante storie di mare e di sangue che potrebbero essere narrate. Un altro momento centrale, nell’ambito dell’estate 2012, certamente, è stato la visita a Zara, dove ho riconnesso legami familiari allentati o addirittura dimenticati e ho visitato la casa dove nacquero mio padre e mio nonno. Molti altri sarebbero per me i momenti da ricordare, ma dovremmo dedicare tutta l’intervista solo a ciò. In fondo so che non finirò mai di viaggiare: è nella mia natura. 

Ad ispirare i vari brani sono state le memorie della tua bisnonna Vincenza, che tuo padre ti ha donato qualche anno fa. Cosa hai provato nel leggerle per la prima volta? 
Ammirazione e commozione. 

Michele Gazich in studio con Alessandra Rossi
In questo disco la tua ricerca sonora si allarga alla world music e alla musica antica, con l’utilizzo di strumenti come la tiorba, il liuto, la chitarra barocca e lo zither. Come si è indirizzato il tuo lavoro per quello che riguarda gli arrangiamenti? 
Il mondo e gli esseri umani esistevano prima della world music e la musica antica è molto più nuova di quella contemporanea. Sembrano paradossi, ma per me sono profondamente veri. Per me il liuto non è mai diventato antico; sento nel mio cuore e nella mia mente tutte le epoche come contemporanee. In particolare mi sono indirizzato a liuto, tiorba e chitarra barocca, perché sono strumenti, come dicevo poco sopra, legati alla koinè culturale di Venezia e potevano quindi caratterizzare buona parte dei luoghi dove la mia storia è ambientata (Venezia stessa, Zara, Istanbul). Ho incontrato anni fa Anna Compagnoni, che suona splendidamente questi strumenti, e abbiamo costruito gli arrangiamenti delle sue parti suonando insieme per più di due anni. Ciò che le ho detto essenzialmente (e qui torno al paradosso iniziale che paradosso non è) è stato di non suonare i suoi strumenti sulle mie composizioni come se suonasse musica rinascimentale e barocca, ma di piegarli, salvando la loro specificità sonora, ad uno stile esecutivo totalmente innovativo. Ad esempio, l’ho spinta a suonare la tiorba come se fosse un basso, senza nessuna fioritura, ma sottolineando l’armonia attraverso le note fondamentali: strumento antico, sintassi rock. Lo zither è strumento tipico della musica mitteleuropea. Lo possiamo ascoltare, ad esempio, nella colonna sonora de “Il Terzo Uomo”, sinistro e magnifico film di Carol Reed con Orson Welles come protagonista, ambientato nella Vienna subito dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. Marco Vignuzzi, colui che l’ha suonato, ne possedeva un esemplare originale, Oskar Schmidt, del 1935. Lo zither ha aggiunto una vibrazione ancora più inquietante agli archi, che ho arrangiato, appunto, in stile viennese. Il mio valzer grottesco è un elenco a ritmo di valzer degli orrori avvenuti a Zara tra il 1915 e il 1945. Il valzer era la musica d’evasione dell’epoca. Io ho sempre detestato la musica d’evasione, allora come oggi: ho composto, dunque, una protesta contro il valzer, un valzer di protesta. Avevo già scritto per voi, amici di Blogfoolk, una riflessione sul mio strumento principale, il violino, lo scorso anno (“Fiddle or violin”, Blogfoolk numero 100). La riflessione era nata alla vigilia dei lavori di registrazione per “Una storia di mare e di sangue”. Il mio violino in quest’opera viaggia con me e attraversa varie incarnazioni: classiche, mitteleuropee, balcaniche, ebraiche, americane. Il violino: strumento mobile, molto portatile, in grado di cambiare facilmente pelle, mai riconducibile ad uno schema prestabilito. Ma lo strumento portante di quest’album, come di quasi tutti i miei album che l’hanno preceduto, è la chitarra di Marco Lamberti, in questo caso soprattutto classica: Marco è la prima persona che suona con me le mie canzoni, appena composte; con lui esse prendono vita. Conservo con affetto tutte le prime stesure dei miei album semplicemente con la mia voce, il mio violino e la chitarra di Marco. Accanto alla chitarra è sempre presente il violoncello di Francesca Rossi, ora usato in maniera ritmica, ora in maniera melodica. All’interno di “Una storia di mare e di sangue”, inoltre, Francesca ha utilizzato maggiormente la sua voce eterea e forte al tempo stesso, quasi sempre armonizzando con la mia, ma talora anche alternandosi ad essa in alcuni brani a due voci. È stato fatto un lavoro di ricerca sull’uso della voce, a partire dalla mia, che ho deciso di proporre in maniera più cantante e meno recitata; mi sono allontanato dal “francescanesimo vocale” del “recitar cantando” de “L’Imperdonabile”, per muovere verso una direzione più bardica, da cantastorie (“Venite, amici, fate cerchio / Vi racconto una storia di viaggio”, così si apre l’album). Come dicevo poco sopra, inoltre, la mia voce interagisce armonicamente con la voce di Francesca e talora anche con quella di Marco, con spunti quasi corali, come in “Finisterre”. Concludo questa disamina con un accenno ai fiati, per la prima volta presenti in maniera sostanziale in un mio lavoro. Innanzitutto il clarinetto di Alessandra Rossi, che ho sempre utilizzato nel registro basso tanto amato da Mozart, per dare interiorità, spleen, dolore esistenziale, introspezione agli arrangiamenti. La tromba di Pietro Campi ha dato, invece, solennità al “corale per banda” che conclude “Venezia 1948”. Io personalmente ho imparato a suonare una sorta di flauto dolce in legno della Croazia che ha infuso di nostalgia e arcaicità brani come “Perché non siamo rimasti a bere latte sotto gli ulivi?” 

Michele Gazich in studio con Marco Fecchio
Tra le composizioni più intense ed emozionanti c’è senza dubbio “Il Mare Oltre Il Giardino”. Ci puoi parlare di questo brano? 
La canzone è ambientata a Istanbul: descrive il momento liberatorio ma brutale in cui la mia trisnonna, allora ragazzina sedicenne, viene letteralmente scelta dall’uomo che la sposerà. Lei, orfana, fino ad allora aveva vissuto in un orfanatrofio gestito da suore. L’uomo, proveniente dalle coste della Dalmazia, la sceglie, mentre lei viene fatta passeggiare davanti a lui insieme alle compagne di segregazione: questa passeggiata è una sorta di “lotteria delle orfane”. Sentimenti contrastanti: desiderio di libertà, desiderio di mare oltre il giardino, ma brutalità della scelta. La musica, costruita su di un arpeggio di chitarra continuamente contrappuntato dal liuto, descrive il ritmico incedere di questa passeggiata carica di conseguenze. È uno dei duetti con Francesca Rossi: le nostre due voci si alternano in un’inquietante ma cullante succedersi di desiderio e timore. Istanbul e in qualche modo questa scena erano nella mia mente quando ho fondato la mia etichetta discografica, anni fa. Non a caso l’ho chiamata “FonoBisanzio”. 

Nell’operina folk “Oci Bei, Oci De Bissa” canti il mistero dell’amore, in Veneziano, il dialetto della tua terra d’origine la Dalmazia. Com’è nato questo brano in cui il tuo violino incontra le sonorità dell’Oriente e dei Balcani? 
Volevo scrivere una coinvolgente canzone sul mistero dell’amore e sui riti matrimoniali in terra veneziano-slava. Ho letto manuali per gli sposi, prontuari per preti e ascoltato tante canzoni. Volevo costruire una lingua che fosse insieme memoria della mia infanzia e delle mie radici e contemporaneamente rituale, misteriosa, arcaica. Certamente un ruolo l’ha avuto, tra gli altri, la lettura dei componimenti in lingua veneta di Andrea Zanzotto; la sua “lingua magica” ha positivamente indirizzato la mia ricerca. Musicalmente il brano alterna ritmo ternario e binario, come si usa non appena ci si muove verso Oriente: difficile da ballare per i nostri piedi occidentali che, andando ad Oriente, devono imparare un nuovo ritmo anche nel camminare. Sì: la chiamo “operina folk”, in quanto è divisa in sezioni diverse (Il duetto, il ballo, la promessa d’amore), in cui intervengono voci e personaggi diversi. Il mio violino decisamente si balcanizza, mantenendo tuttavia un retrogusto veneziano, soprattutto nella giga che precede la sezione conclusiva. 

La struttura di “Un Sogno Americano” è invece ispirata a quella delle disaster songs. Come si è indirizzato il tuo lavoro compositivo e musicale per questo brano? 
Volevo narrare la storia del mio bisnonno, la sua improvvisa cecità per lo scoppio di una mina in una miniera a Saint Louis attraverso una modalità americana, a partire dalla musica, costruita come una “disaster song” americana inizio Novecento (Una interessante e facilmente raggiungibile collezione di questi brani è “People take warning – Murder ballads & disaster songs, 1913-1938”): canzoni che parlavano di omicidi, infortuni sul lavoro e incidenti anche maggiori, come l’affondamento del Titanic. È volutamente sconvolgente, nell’ascoltare l’album, il passaggio dalla grazia e dalle dinamiche dolci e cangianti di “Preghiera de la zente zaratina”, costruita su sonorità veneziane, a “Un sogno americano”, dove ogni strofa segue l’altra inesorabilmente, con l’incedere bruto della ballata americana: uno può anche morire nelle parole del testo, ma la musica procede sempre uguale a se stessa. Ho trovato poesia e verità, tuttavia, in questa brutalità che ho desiderato ripercorrere: la brutalità, la spietatezza del mondo e della natura che continuano a vivere intorno a noi sempre uguali a se stessi, senza mai “partecipare” in alcun modo alle nostre disgrazie. Marco Fecchio ha suonato su questo brano una Gibson del 1914, che ha commentato il tappeto srotolato dai miei fiddles, dalla chitarra stile Carter Family di Paolo Costola e dal banjo di Marco Lamberti. Un orchestrina di folk americano per narrare il sogno americano: un sogno americano fu quello fatto a Saint Louis dalla mia bisnonna che le preannunciava la disgrazia del marito; un sogno americano fu quello, infranto, del mio bisnonno; un sogno americano è stato il mio, altrettanto fatto a pezzi nel conoscere davvero l’America e l’avidità spietata di questa presunta “Land of Plenty”. 

Michele Gazich sul set del video di "Venezia 1948"
La seconda parte del disco ci regala poi “Finisterre”, altro brano cardine del disco, in cui si intrecciano ricordi familiari, e suggestioni come il Cammino di Santiago. E’ insomma un brano di catarsi… 
È quasi un interludio, un momento di riflessione sul sentirsi privare di un senso, nel caso del mio bisnonno della vista, quando “fa male quel che dava gioia”. Il brano riflette anche sulla “carità dei sani”, il bonario sorriso di chi sta bene e vuole far sentire un’ipocrita partecipazione a chi soffre di qualche disabilità; ogni persona in queste condizione ha ricevuto più volte nella propria vita. “Finisterre” è anche un “blues”: naturalmente utilizzo questo termine in senso lato; non ho scritto un blues in senso formale; non lo farei mai, anche se amo molto questo genere musicale, perché non sono nato sulle sponde del Mississippi! “Blues”, come dicevo sopra, nel senso di tentativo di descrizione e infine di esorcismo e di catarsi, come tu hai ben osservato, del male di vivere: il clarinetto e la viola, strumenti scuri in un pezzo senza luce, definiscono il mio lamento. 

“Venezia 1948”, per la quale è stato realizzato uno splendido cortometraggio, racconta lo spostamento, la migrazione della tua famiglia da Zara a Venezia. L’intrecciarsi di avvenimenti dolorosi per i tuoi cari con riflessioni profonde sul tema dell'esodo, fa di questo brano, una delle tue composizioni più profonde e suggestive… 
Anche per me è il centro emotivo dell’album. Volevo riflettere in maniera ampia sul tema dell’Esodo, della migrazione, prendendo spunto da un fatto reale: la residenza della mia famiglia, nel 1948, in un campo profughi presso Venezia, nell’ambito del cosiddetto “esodo” dei profughi istriano-dalmati, che è stato sempre e solo strumentalizzato ideologicamente dalla destra e dalla sinistra italiane e non solo italiane; mai veramente studiato, mai capito. Non è stata una storia esemplare, non c’è stato un Omero a narrarla, l’esodo non ha avuto il suo Mosè, il popolo non era certo “eletto”, semmai rifiutato, scartato. Ciò che io so è che c’è stato e c’è dolore, il dolore di chi resta per sempre apolide, senza una patria o una Terra Promessa. Lo scorso novembre, con il regista Enrico Fappani, abbiamo girato a Venezia un cortometraggio esattamente nei luoghi dove era ubicato questo campo profughi. Ancora oggi è una zona povera di Venezia: niente palazzi e niente turisti, neanche a Ferragosto. Solo mattoni umidi di povere case e muri che si affacciano sulla laguna. Abbiamo celebrato una sorta di rievocazione, di processione della memoria. Nel cortometraggio io non mi fermo mai: cammino sempre, con il mio violino in spalla, seguito da una processione di persone vestite in nero. La tromba di Pietro Campi ogni tanto appare e contrappunta e commenta le immagini, con contenuta, solenne malinconia. 

Il tema della fuga dalla propria terra ritorna nel brano successivo “Perché Non Siamo Rimasti a Bere Latte Sotto gli Ulivi?”, un salmo migrante, in cui sono racchiusi i ricordi di tua nonna Angela… 
In questo brano la riflessione si allarga ulteriormente: è proprio un salmo al migrante, una canzone che, prendendo spunto dalle parole di mia nonna Angela, si sviluppa solo attraverso domande. Nessuna riposta, perché l’unica risposta possibile sarebbe stata non lasciare la propria terra. Il suono del flauto croato prova a riportarmi almeno con i suoni a casa, ma resta solo un contrappunto nostalgico alle domande senza risposte. Le domande di chi ha dovuto viaggiare per credere di essere ancora vivo, di chi ha bevuto il proprio sangue come vino, di chi ha fatto croci per i padri e per i fratelli, di chi ha bruciato i libri dei propri altari, di chi ha scambiato il violino con la catena… 

Michele Gazich nel corso della lezione-concerto a Vasto
Hai presentato il tuo disco anche nei licei con delle lezioni concerto. Puoi parlarci di questa tua esperienza? 
Ho scelto di aprire il mio tour il primo marzo a Vasto, presso l’aula magna del locale liceo. Da sempre collaboro con scuole e università, perché amo dialogare con persone più giovani di me. Nutro grandissima fiducia nei giovani; non ho mai creduto nel classico (e falso) luogo comune che li vorrebbe disinteressati e disinformati. Temo l’ignoranza e ancora di più il buonsenso delle persone adulte. In questo caso in particolare, il mio concerto è stato preceduto da quattro giorni di lezioni e laboratori con gli studenti, in cui dapprima ho raccontato loro la mia “Storia di mare e di sangue”, spronando però poi loro stessi a narrarmi le loro storie di mare e di sangue. Ne è venuta fuori una riflessione importante sulla migrazione (non “voi migranti”, ma “noi migranti”) e sulla riscoperta e valorizzazione delle proprie radici culturali. Abbiamo riflettuto su un’Europa futura, sognandola più inclusiva e non espulsiva come oggi soprattutto è. Un’Europa che dovrebbe riscoprire la sua natura di mediazione culturale fra culture diverse. Gli alunni hanno prodotto una serie di elaborati scritti e anche sul piano musicale qualcosa si è subito abbozzato. Un ragazzo del liceo classico, Jacopo Pellicciotti, si è rivelato abile e autocosciente suonatore di zampogna (strumento che nelle terre sannitiche ha la sua origine) ed è stato coinvolto in maniera feconda nel nostro concerto. Contaminazione culturale in diretta! 

Concludendo hai appena cominciato dalla Spagna il tour europeo di promozione per il disco, che ti porterà successivamente in Francia, in Inghilterra ed in Germania, per fare tappa solo a giugno in Italia con un concerto nella tua città, Brescia. Come sono strutturati i concerti di “Una Storia Di Mare e Di Sangue?” 
Il tour è destinato a svolgersi nel corso di tutto il 2014. La prime trenta date sono soprattutto all’estero, ma dall’estate si procederà quasi sempre in Italia (Sul mio sito www.michelegazich.it le date vengono regolarmente aggiornate). Nella prima parte del concerto ripropongo integralmente “Una storia di mare e di sangue”; nella seconda un’antologia del mio repertorio preesistente, concentrandomi su brani con affinità tematica e musicale con “Una storia di mare e di sangue”. Colgo, infine, l’occasione di questa intervista per ringraziare te e tutti gli amici di Blogfook per il loro operato, prezioso e fecondo.




Michele Gazich - Una Storia Di Mare E Di Sangue (FonoBisanzio/I.R.D, 2014) 
CONSIGLIATO BLOGFOOLK!!!

A tre anni distanza dall’introspettivo e sofferto “L’Imperdonabile” e a due dallo splendido cofanetto “Verso Damasco”, che fotografava mirabilmente un concerto nel vecchio Duomo di Brescia, Michele Gazich torna con un nuovo album “Una Storia Di Mare E Di Sangue”, che rappresenta un po’ una rivoluzione copernicana nel suo songwriting, infatti il suo peculiare approccio ermetico alla canzone ha lasciato spazio ad una verve narrativa degna dei migliori storyteller americani, il tutto unito ad una ricerca sonora che si apre verso la world music e la tradizione popolare italiana. Si tratta di un lavoro a lungo meditato, ed ispirato, come ci racconta nella lunga intervista che precede, dalla lettura delle memorie scritte in veneto della sua bisnonna Vincenza (Vizze) Buliumbassich, avute in dono qualche anno fa dal padre. Quelle parole di mare e di sangue, scritte in dialetto sono state così lo stimolo per un personale viaggio nel corso del quale il cantautore bresciano, con il suo inseparabile violino in spalla, ha ripercorso i luoghi e le vicende della sua famiglia, da Istanbul a Zara, da Saint Louis a Venezia, tornando in quelle città dove i suoi avi, in un continuo ed inquieto viaggiare erano approdati alla ricerca di migliori fortune. Arrivando in quelle città Michele Gazich si è confrontato con culture musicali differenti, colte o popolari che fossero, ha scoperto altri strumenti e altri approcci musicali, ma soprattutto ha incontrato persone, e cantato in lingue che credeva dimenticate, riportando alla luce una storia particolarissima ma allo stesso tempo comune come quella di tanta gente povera che tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento lasciava l’Italia alla ricerca di migliori fortune. Città dopo città, ricordo dopo ricordo, pian piano hanno preso vita i dieci brani che compongono il disco, per la cui registrazione, curata dall’impeccabile Paolo Costola, Michele Gazich (voce, violino, viola, pianoforte, flauto croato in legno) ha raccolto intorno a sé alcuni eccellenti strumentisti come Anna Compagnoni (liuto, chitarra barocca, tiorba), Alessandra Rossi (clarinetto), Pietro Campi (tromba), Paolo Costola (chitarra acustica), Marco Fecchio (chitarra acustica), e Marco Vignuzzi (zither), che insieme agli ormai inseparabili Marco Lamberti (chitarra classica, chitarra acustica, seconda voce) e Francesca Rossi (voce, violoncello), hanno contribuito in maniera determinante alla caratterizzazione sonora dei vari brani. Seguendo la tradizione dei cantastorie, il cantautore bresciano ha affidato l’incipit del disco ad una sorta di invito all’ascolto (“Venite, amici, fate cerchio…”) con la title track, un brano proemiale dall’elegante tessuto sonoro in cui canta: “Io canto la storia del mio cuore / Che nessuna madre potrà mai ritrovare / Non so dove l’hanno lasciato i miei padri / Non so che Dio pregare”. La narrazione, attraverso le voci di Gazich e Francesca Rossi, prende il volo da Istanbul in Turchia nella primavera del 1870 e precisamente dal giardino dell’orfanotrofio di Santa Maria, dove alcune orfane passeggiano di fronte ad un uomo che ne sceglierà una portandola via con sé. Ad essere scelta è la mamma della Vizze, che viene portata in Dalmazia. Il brano si sviluppa in un crescendo denso di poesia, tra ritmo e desiderio, con il liuto suonato da Anna Compagnoni che stende un tappeto sonoro elegantissimo su cui si poggiano il clarinetto di Alessandra Rossi e la chitarra di Marco Lamberti. Il trascinante inno al mistero dell’amore “Oci Bei, Oci De Bissa”, ispirata alle tante feste di matrimonio celebrate dalla famiglia Gazich, ci fa immergere nella tradizione veneta con il violino di Gazich a guidare la danza in questa “operina folk” a più voci, costruita su una continua alternanza di ritmo binario e ternario tipica della musica orientale. L’atmosfera si fa più sofferta con liuto, tiorba e viola che incorniciano “Preghiera Della Zente Zaratina”, nella quale il cantautore bresciano immagina le parole pronunciate dalla bisnonna Vizze che da sola, dopo aver viaggiato da Zara ad Amburgo, attraversò l’Atlantico per andare in America, a Saint Louis. Dalle sponde dell’Adriatico si approda in America con “Un Sogno Americano”, brano sullo stile di una disaster song americana con tanto di intreccio tra violino, chitarra e banjo, in cui Gazich racconta la triste vicenda del bisnonno Nicolò che restò vittima di un incidente in miniera a Saint Louis. L’interludio riflessivo di “Finisterre”, con l’elegante intreccio tra la viola suonata da Gazich e il clarinetto di Alessandra Rossi, ci conduce al valzer di protesta “Il Valzer Dei Trent’Anni”, con l’orchestra di archi che evoca quelle mittleuropee a cui si unisce lo zither suonato da Marco Vignuzzi. Il racconto si sposta di nuovo nel veneto con splendida “Venezia 1948” in cui al pianoforte il cantautore bresciano, accompagnato da Pietro Campi alla tromba, racconta le tribolate vicende che seguirono alla fuga della sua famiglia da Zara, occupata dalle truppe del Maresciallo Tito, e al successivo arrivo in Italia, dove fu costretta a vivere in un campo profughi. La lunga e malinconica ballata “Perché Non Siamo Rimasti A Bere Latte Sotto Gli Ulivi?”, con la chitarra di Marco Lamberti a guidare la linea melodica e gli interventi al flauto croato di Gazich, ci conduce alla struggente “La Casa Nella Neve” che chiude il disco con il versi del Salmo 69, recitato in croato, che come si legge nelle note di copertina è “l’altra lingua madre insieme al veneto, l’altra lingua delle madri di questa storia di mare e di sangue”.



Salvatore Esposito