Boban & Marko Markovic Orkestra - Gipsy Manifesto (Piranha, 2013)

Delle brass band balcaniche abbiamo tutti più o meno la stessa idea, che (semplificando) può essere ricondotta a una sovrapposizione di elementi caratteristici: ritmo incessante (che zampilla da ogni nota), arrangiamenti articolati e determinati da una sintonia maniacale, l’andamento saltellante e allo stesso tempo ipnotico e conciso (teso, senza sbavature) di una marcia fortemente marcata, una pessima padronanza dell’inglese, una evidente e sempre in primo piano autoironia, mista alla profusione di un sarcasmo irriverente (in generale verso alcuni temi o immagini che solitamente colpiscono l’immaginario collettivo internazionale), la reiterazione di temi e atmosfere che celebrano una inconfondibile appartenenza territoriale, che diviene, a seconda dei casi, espressiva, culturale, etnica. D’altronde i nostri amici dell’est europeo - le cui scelte musicali sembrano orientate da un irriducibile fondamentalismo - alimentano un’immagine radicalizzata in una serie di combinazioni musicali uniche. Nelle quali confluiscono senza dubbio le tradizioni bandistiche - che sono evidentemente vive non solo perché il mercato internazionale le richiede, ma soprattutto perché mantengono una funzione, un ruolo negli ambiti sociali entro i quali sono tradizionalizzate - ma anche quegli elementi indefinibili (del suono, della struttura, della ricerca dei temi e degli incastri tra le parti) di cui si percepisce la forza innovativa e che si presentano (anche se ancora dentro le linee di un profilo incompiuto) come volani di qualcosa di grosso. Di qualcosa che si sta muovendo nel nostro presente (fuori dalla tradizione tradizionale) e che assume una forma aperta e caleidoscopica (qualcosa che riconduce ai concetti cardine dell’azione performativa, alla sfera liminoide, che corrode le norme più strutturate). Qualcosa che ha a che fare con la pratica musicale, con la dimensione empirica di un processo di apprendimento e di trasmissione tradizionale, lontano dalla teoria classica delle tecniche musicali. “Gipsy Manifesto” - il nuovo disco della Boban e Marko Markovic Orkestra - è costruito con questi elementi, amalgamati da un’esecuzione molto riconoscibile e da una scrittura ricca di riferimenti alla tradizione delle orchestre musicali balcaniche (come ci si aspetta e come diversamente non potrebbe essere) e a un etno-jazzismo che (invece) difficilmente si riconosce in altre formazioni simili. D’altronde sono gli stessi Markovic (padre e figlio) che rappresentano il fulcro di questo pendolo oscillante serbo, stabilendone lo stile complessivo. Il figlio Marko, che è entrato a far parte dell’Orkestra da una decina d’anni (quando lui ne aveva meno di venti), attualmente è il trascinatore, il solista e l’arrangiatore principale dei brani. Il fondatore, Boban, è un apprezzato trombettista che ha avuto ogni riconoscimento, sia in patria che all’estero. Come molte fonti possono, infatti, confermare, insieme alla sua brass band ha infilato numerosi successi fin dai primi anni di carriera (“Trumpet Maestro”, “Golden Trumpet”, “First Trumpet”, “The Best Orchestra”, “The Best Concert”), oltre che la partecipazione ai festival musicali più importanti (allo Sziget Festival di Budapest nel 2001 l’Orchestra mandò in visibilio quindicimila persone, al punto da ritardare di una buona mezzora l’esibizione nientedimeno che degli Oasis). Dal 1997 (anno del primo lavoro in studio, intitolato Hani Rumba), l’Orkestra ha pubblicato dodici dischi (uno dei quali, Balkan Brass Battle, del 2011, con la Fanfare Ciocarlia), ai quali si aggiunge questo bel lavoro, prodotto dalla tedesca Piranha (un’altro elemento che suggella la qualità del prodotto: label di stampo world della prima ora, che annovera, oltre a numerose fanfare e brass band balcaniche, molti tra i migliori artisti della scena world internazionale). Tra i sedici brani che compongono il disco, “Truba I Covek”, “Od Hana Do Kana” e “Zivot Cigana” sono probabilmente quelli più rappresentativi del modo in cui i Markovic, anche quando fanno riferimento alle forme più tradizionali, ne estendono sempre la struttura. “Truba I Covek” sembra addirittura schiacciare la brass-band, affidando il prologo a pianoforte, contrabbasso e batteria. Le frasi delle trombe si incrociano con gli archi in un contrappunto esaltante, dentro il quale si percepiscono infiniti suoni pizzicati in sottofondo. All’unisono i fiati assumono poi una forma indeterminata: il tema è sicuramente d’effetto ma la ricerca nella definizione dell’atmosfera è notevole e interessante. “Od Hana Do Kana”, che già nel titolo (“From Han to Cannes”) richiede una diversa riconoscibilità, ci riconduce ad atmosfere più tipiche e “territoriali”: ritmo all’unisono, poca attesa (anzi tutto è subito annunciato), un lirismo balcanico che schiva i picchi più acuti delle trombe che lo sorreggono. Una voce strillata, molto (“neomelodicalmente”) forzata e tirata. Un tema musicale orientaleggiante pieno di melismi e armonizzazioni. Infine, con “Zivot Cigana” siamo in uno scenario evidentemente brass-balkan, caratterizzato però, oltre che da un’eco orientaleggiante, da percussioni che, seppur “azzoppate” secondo i canoni più tipici, avanzano sincopate e meno marcate. Questo effetto di “decentramento” dei tamburi è dato principalmente dalla presenza di una darbuka quasi frustata (l’effetto mi ricorda quello degli zingari che suonano la chitarra con le vecchie schede telefoniche), che procede ostinata ma in lontananza. L’assolo di tromba, che arriva verso la metà del pezzo e nelle prime battute si staglia su un’onda bassa di percussioni, è struggente. Tutto intorno i temi dei fiati sovrapposti costituiscono un semplice canovaccio, continuamente rielaborato attraverso interventi ripetuti, la cui ciclicità (attestata su piccole ma significative variazioni) rende l’intera narrazione vagamente ipnotica.


Daniele Cestellini