Vagabondaggio Rebetiko. Incontro con gli Evì Evàn.

“Rebetiki diadromì” significa “Itinerario rebetiko”, è il titolo del nuovo album autoprodotto degli Evì Evàn. Conoscendoli da un bel po’, ho avuto modo di apprezzarne la serietà e la competenza nell’affrontare un repertorio come quello del rebetiko. L’itinerario del disco propone storiche canzoni di Istanbul, Smirne e Atene e composizioni dell’orchestrina italo-greca: dal ritmo più popolare come l’hassapiko alle cadenze arcaiche dello zeibekiko, dal colore turco-orientale del canto amanès alla danza dell’Asia Minore tsifteteli, dall’hassaposerviko, ritmo di ascendenza slava, alla riscrittura di un canto romanesco, dedicato alla città in cui risiedono, né manca uno splendido taksim, preludio improvvisativo al kanonaki. L’intervista realizzata con Dimitris Kotsiouros ci aprirà una finestra su un mondo, sull’identità culturale e sulla storia che tale CD comprende e comunica. Dimitris ci parlerà di cosa sia il rebetiko, e ce ne parlerà come uno che conosce “dal di dentro” l’argomento affrontato. Ci racconterà della storia e dei travagli sociali di questa forma di canzone urbana, nata in ambito proletario a cavallo tra fine Ottocento e inizio Novecento, che circolerà a lungo prima di essere ufficialmente identificata come rebetiko, trovando anche una via commerciale che incrocia le nuove forme di intrattenimento e sviluppo dell’industria discografica. Ci racconterà del “sentire” e del tragico vivere dei rebetes, che erano personaggi bohémien, del loro ribellarsi e identificarsi, reagire e ricostruire, nonostante le censure pesantissime, un nuovo futuro ed una nuova identità all’interno dell’emarginazione. Ci parlerà anche degli strumenti usati, del ruolo dell'uomo e della donna all’interno di un genere/modo di vita, delle preziose collaborazioni degli Evì Evàn. 


Dimitris, innanzitutto, cosa vuol dire il nome del vostro gruppo? 
Evì Evàn è un antico brindisi rivolto a Dioniso di buon auspicio per la festa. Era un’esclamazione equivalente al vostro “evviva” con il bicchiere alzato prima di bere. Col tempo il termine ha assunto diverse declinazioni fino a diventare una vera e propria corrente filosofica con Epicuro. 

Raccontaci come vi siete ritrovati insieme... 
Il gruppo è stato fondato nel 2007 da Nikos Nikolopoulos, che cantava e suonava l’oud, da me, Dimitris Kotsiouros, al bouzouki, e Daniele Ercoli al contrabbasso e al kaval, in occasione di un’iniziativa culturale, che aveva per tema la Grecia, al centro sociale ex SNIA di Roma. L’idea di presentare, il rebetiko, un genere musicale greco praticamente semi sconosciuto in Italia fino a qualche tempo fa non è stata casuale. Nikos ed io vivevamo già da molti anni in Italia ed eravamo stanchi di sentire sempre gli stessi luoghi comuni sulla Grecia come il sirtaki, il mare e il sole, i marmi del Partenone. Sentivamo l’esigenza di presentare la Grecia dei nostri tempi, i suoi aspetti culturali contemporanei che pochi in Italia conoscevano. La serata ha avuto un grandissimo successo ed è stata la spinta per realizzare il progetto. Nell’arco di poco tempo si sono aggiunti anche altri musicisti che si sono innamorati del rebetiko: Simone Branchesi alla fisarmonica ed Emiliano Maiorani alla chitarra, Luca Cioffi ai tamburi e cornice e darbouka. Nikos è poi tornato in Grecia e in cambio abbiamo acquisito Georgios Strimpakos, un cantante con un registro eccezionale. Ultima arrivata, Francesca Palombo che suona la fisarmonica e canta. 

Come hai detto tu stesso, vi occupate soprattutto di rebetiko. Puoi spiegare ai nostri lettori di che si tratta? Il rebetiko è molto più di un genere musicale: è la storia, l’identità, il modo di essere e di sentire la realtà dei rebetes. Cosa vuol dire, ancora oggi, essere dei rebetes? 
La parola rebetiko deriva dal verbo greco ρεμβομαι/ρεμπομαι (rèmvome/rèbome) che significa “girare”, “contemplare” e, per estensione, “vantarsi”. Rebetis è l’uomo che vaga, il musicista nomade i cui codici comportamentali e valori costituiscono le ragioni del suo vanto. La Grecia è sempre stata sul crinale fra Occidente e Oriente, apollinea e dionisiaca, europea e anatolica, e il rebetiko, come ha scritto Moni Ovadia nella presentazione del nostro nuovo album “Rebetiki diadromì”, rappresenta “il testamento culturale di una grecità eccentrica, esule e meticcia, splendidamente contaminata dall’humus ottomano”. Dopo la “katastrofi”, la disastrosa guerra con la Turchia e la conseguente cacciata dei greci dell’Anatolia, oltre un milione e mezzo di profughi si sono riversati nelle città della madre patria, nelle periferie di Atene e Salonicco, ma soprattutto nel porto del Pireo. La borghesia greca li emarginò considerandoli “turchi”, troppo orientali negli usi e nei costumi, e quindi questi profughi si sentirono doppiamente esuli: turchi in Grecia e greci in Turchia. In quelle periferie cittadine il rebetiko ha trovato la sua linfa. Le sue canzoni sono storie vere di amore maledetto, disavventure della vita, passione per danza, vino e narghilè, e trovano espressione in musiche dove i ritmi dell’allegria si alternano alle melodie melanconiche. È musica di emarginazione e ribellione alle regole; è un lamento per una perdita, ma soprattutto una sfida alle convenzioni. A causa di questa sua natura ribelle e anarchica è stato molto combattuto dalle istituzioni, con divieti che colpivano perfino l’uso degli strumenti musicali come il bouzouki, durante la dittatura di Metaxas nel 1934, e attraverso la creazione di appositi uffici di censura. Perfino nel mondo accademico dell’epoca vigeva la convinzione che “un popolo che produce una musica cosi volgare può provare solo vergogna”. Oggi che la Grecia si ritrova sotto una nuova dittatura finanziaria, emarginata e isolata, il rebetis è tornato ad essere figura di riferimento: il magkas o mangas (guappo) è l’anticonformista in cui oggi si identificano anche le giovani generazioni, ritrovando la propria storia e l’orgoglio della propria cultura identitaria. 

Vogliamo parlare delle caratteristiche stilistiche del rebetiko, oltre che delle peculiari modalità di esecuzione strumentale e vocale? Ascoltandovi cantare, si intuisce che c'è qualcosa di unico nel modo di cantare il rebetiko. 
Il periodo del rebetiko è durato solo pochi decenni, dagli inizi del ‘900 fino al 1952, quando la sua voce “autentica” è stata alterata dal business discografico. Questo periodo è suddiviso in tre fasi. Nella prima si afferma lo stile smirneiko, con l’uso di strumenti classici del rebetiko, come il bouzouki e il baglamás, ma anche di oud, kanonaki, sandúri e violino. Nei caffè frequentati nella Smirne di fine XIX secolo venivano preferiti sopratutto musicisti con studi da conservatorio, conoscitori della musica occidentale, della sua polifonia e armonia. Questi musicisti affrontavano difficoltà quando li veniva richiesta l’esecuzione di un canto anatolico con melismi Turco-Arabi o Arabo-Persiani. Un violinista di Valacchia, Yaghos Alexiou (Γιάγκος Αλεξίου), ha dato soluzione a questo problema pratico mischiando il maqam arabo-persiano nihavend con l’armonia e la polifonia della musica occidentale creando cosi lo stile smirneiko. Questa singolare intuizione ha aperto la strada per ulteriori sperimentazioni e fu la pietra miliaria nella creazione di quello che in Grecia viene chiamato “dromos” (scala) del rebetiko. Questi sono gli anni in cui si è sviluppata una particolare forma di canto, l’amanes, un lamento monodico, lungo e passionale, caratterizzato dall’esclamazione d’origine turca “aman”, ahimé, che esprime struggimento e dove è evidente l’influenza della musica bizantina. Gli amanedes furono proibiti sia in Turchia dal regime kemalista, nel 1934, perché il loro stile si intrecciava con quello dei canti greci; sia in Grecia dove vennero proibiti dal regime di Metaxas, nel ’37, perché venivano considerati musica turca. Il secondo periodo del rebetiko, definito d’oro, inizia nel 1930 e finisce con l’avvento della seconda guerra mondiale. È l’epoca dell’ufficializzazione del genere, che ha perso molte dei suoi elementi orientali, è il periodo dei grandi cantautori come Markos Vamvakaris, Anestos Delias, detto Artemis, Yiorgos Batis e tanti altri che l’hanno reso la musica identitaria e popolare di un intero Paese. Hanno cantato con passione e spirito gaglioffo le sventure della vita, le storie d’amore, i problemi sociali, sfidando il regime dittatoriale e il perbenismo dell’epoca. Va detto che quasi tutti hanno fatto la prigione per il semplice fatto che suonavano o osavano cantare brani rebetici. Infine, il terzo periodo, 1940-1952, è l’epoca in cui il proibizionismo finì e il rebetiko si poté suonare liberamente, anche se l’ufficio di censura fu mantenuto fino alla caduta dei Colonnelli, nel 1974. I vecchi rebetes e la nuova generazione, come Vassilis Tsitsanis e Michalis Genitsaris, hanno affrontato anche l’occupazione nazi-fascista e la guerra civile (1946-1949). Si narra che durante la guerra civile, i due schieramenti fermavano i combattimenti per cantare tutti insieme una canzone scritta da Tsitsanis, con la speranza di una società migliore e libera, Κανε λιγακι υπομονη (Abbi un po’ di pazienza). 

Parliamo anche degli strumenti che usate. Il bouzuki è un po’ il principe del rebetiko, vero? Ce lo descrivi? Poi vedo che usate anche la fisarmonica, il contrabbasso, la chitarra e le percussioni. Che ruolo hanno, tutti questi strumenti, all'interno del rebetiko? Quali sono quelli più filologici nel loro uso? E quali sono i ritmi più usati all'interno di questo repertorio? 
Il bouzouki è lo strumento per eccellenza del rebetiko. Deriva da un antichissimo strumento indiano, la pandoris, approdato in Grecia nel VI secolo a.C. e subito diffuso nelle feste popolari, soprattutto quelle in onore di Dioniso. Il bouzouki ha tre corde doppie e come forma assomiglia al mandolino. Agli inizi presentava registri (accordature) diversi. Ogni registro produce un “suono” differente a seconda dello stile che si vuole eseguire: per esempio ανοιχτο (aperto) che è più leggero, oppure il karantouzeni e lo yurutiko, che sono forme più severe. Dopo la seconda guerra mondiale diventa d’uso comune il registro “italiano”, come lo chiamavano i vecchi rebetes, con accordatura in re-la-re. Negli anni ‘50, uno dei più famosi cantautori e virtuosi del bouzouki, Manolis Chiotis, ha aggiunto una quarta corda e ha introdotto una nuova accordatura che ha rivoluzionato il modo di suonare il bouzouki, rendendolo più “europeo”. Accanto al bouzouki c’è il baglamás, una sorta di bouzouki in miniatura che la tradizione popolare vuole inventato dai rebetes durante il proibizionismo, per poterlo nascondere facilmente sotto la giacca. Anche la chitarra ha avuto largo uso non solo come strumento d’accompagnamento ma anche solistico. Sono uniche le canzoni di Karipis con la sua chitarra. A questi strumenti base, negli anni ne sono stati aggiunti altri, per esempio la fisarmonica, così come il contrabbasso e le percussioni. 

Il rebetiko è legato anche alla danza, vero? Mi ricordo che, qualche anno fa, intervistai il ballerino e coreografo greco Vassilis Polizois che, a quel tempo, proponeva in teatro uno spettacolo sulla storia del rebetiko, con un repertorio di brani che andavano, in tre fasi, dagli anni ‘20 in poi. E lui, spesso, entrava in scena ballando. A proposito dello zeibekiko, bellissimo ritmo in nove ottavi, lui diceva che sembra che il danzatore sbandi, mentre balla, come se perdesse spesso l'equilibrio. Ma, diceva Vassilis, è proprio in questo suo apparente perdere l'equilibrio che lo trova. 
Il rebetiko è strettamente legato alla danza. Ci sono vari ritmi e movimenti ma lo zeibekiko è il più rappresentativo. È un ballo solitario che ha origini antichissime ed effettivamente è tutto giocato sull’equilibrio del ballerino, senza passi codificati. Ognuno balla il suo zeibekiko come un assolo. E’ il momento in cui dici chi sei, ti metti a nudo, senza pensare se i movimenti che stai facendo piacciono o no. E’ un ballo di sfida. La ritmica è in 9/8, lenta e pesante. Poi c’è il hassapiko, che è un ballo di gruppo in 4/4. È una danza le cui origini risalgono al XV secolo, alla corporazione dei macellai albanesi di Istanbul. 

Ora una domanda ben precisa: il rebetiko è “cosa da uomini” o da uomini e donne, alla pari?
Il rebetiko può vantare grandi interpreti donne, come l’armena Rita Abatzi, Sotiria Bellou o Rosa Eskenazi, che ebbe una vita straordinaria e avventurosa ed era idolatrata come una star. Fra le migliaia di canzoni rebetike, non ne esiste una sola che parli male di una donna. Spesso si canta di gelosie, tradimenti, bugie, ma non c’è mai disprezzo per le donne che, anzi, sono adorate e desiderate. Chi picchiava una donna era fuori dal codice d’onore dei rebetes. Il fatto che non ci fosse discriminazione è anche provato dalle parole delle canzoni, che si possono riferire indifferentemente ad una donna o ad un uomo, in totale reciprocità. 

Dimitris, so che voi potete vantare collaborazioni prestigiosissime come quella con Moni Ovadia, Daniele Sepe, Vinicio Capossela...tanto per citarne alcune. Ce ne vuoi parlare? So che, ad esempio, è stato proprio Moni Ovadia a cercarvi e a manifestare il desiderio di esibirsi con voi, a più riprese. Ha anche danzato con voi, durante i concerti, vero? Mentre Vinicio Capossela è ben presente nel vostro disco. 
Sono tutte collaborazioni nate dalla passione comune per la Grecia e il rebetiko. Legami di stima e amicizia, cementati dal piacere di suonare insieme. Moni parla perfettamente il greco e ha un amore viscerale per la poesia greca; il tour che abbiamo fatto insieme, portando l’Odissea di Kazantzakis fra gli antichi teatri greci della Calabria, è stato un “viaggio di formazione”, un modo di ripercorrere a ritroso, fin dentro le pieghe dell’anima, le radici della nostra cultura europea. Anche l’incontro con Vinicio è stato magico. È nato dalla sua inesauribile voglia di conoscere tutto sul rebetiko, di più e ancora di più, fino a voler imparare a ballare lo zeibekiko. Vinicio ha vissuto questa musica con un entusiasmo passionale che si è manifestato anche nella generosa volontà di partecipare al nostro nuovo album. Lo stesso per Daniele Sepe con cui sono legato da molti anni, da quando vivevo a Napoli e avevo suonato nel suo album “Fessbook”. Lui è un cultore di lunga data del rebetiko e in tutti i suoi lavori ha sempre presentato canzoni rebetike. È un appassionato della Grecia e l’ha attraversata in lungo e in largo ma, soprattutto, Daniele è per eccellenza un anticonformista che nel rebetiko ritrova il suo spirito libero. Altri compagni in questo nostro viaggio sono Sofia Lampropoulou (kanonaki) e Nikos Nikolopoulos (oud). 

Veniamo al vostro nuovo album: “Rebetiki diadromì”. In che modo il nuovo disco è diverso dai due precedenti, pubblicati nel 2009 e nel 2011? 
I nostri album “Rebetiko, storie di malavita, amore e tekè” e “Fuori luogo” costituiscono le fondamenta di una ricerca musico-culturale che abbiamo voluto intraprendere . “Rebetiki diadromì” la sentiamo come l’incoronazione di questo percorso. 

Che cosa c'è dentro il nuovo lavoro? Intendo dalla musica a voi stessi... 
Nasce dalla voglia di convogliare tutte queste energie e passioni per il rebetiko. È un viaggio che parte da Est, dall’Asia Minore, attraversa Salonicco, sosta al Pireo e ad Atene, attraversa lo Ionio e arriva in Italia dove, come un fiume che raccoglie i suoi affluenti, porta con sé i percorsi musicali di Vinicio, che canta in “Vadizo Kai Paramilo”, uno zeibekikos, di Moni Ovadia, la voce recitante in “Kai Giati Den Mas To Les” un amanés di Smirne, e di Daniele Sepe che suona il sax soprano in “Tha Xatho Mikri Moy”. È il nostro rebetiko, un mix originale di pezzi storici e brani scritti da noi, più “La stringa”, una canzone popolare della malavita romana, risalente al Cinquecento e arrangiata come se fosse uno hassapiko. “Rebetiki diadromì” è un percorso speciale, nato in Italia, mettendo insieme cento anni di storia, Oriente e Occidente, Milano e Smirne, Atene e Napoli, Roma e Pireo, la dittatura di Metaxas e quella dello spread. È veramente un’emozione aver realizzato questo progetto così unico, in un Paese che non è quello dove è nato il rebetiko, ma dove ha trovato appassionati cultori e dove la sua tradizione non solo continua a vivere, ma a rinnovarsi. È una grande gioia essere riusciti a metterci tutti insieme e contagiare tante altre persone con la “malattia del rebetiko”, come la chiama Moni Ovadia. 


Cinzia Merletti