John Adorney - The Wonder Well (EverSound, 2014)

John Adorney è un chitarrista, compositore e produttore che ha sviluppato la sua carriera principalmente in due direzioni: la musica e la musico-terapia. Come spesso accade, queste due prospettive - quando accedono insieme al piano della scrittura e della produzione musicale - convergono nello stile new-age. Un genere musicale che, come tutti gli altri, non è monolitico ma riflette molti sotto-generi e categorie differenziate, e che ha prodotto alcuni risultati interessanti e che soprattutto ha attratto l’interesse (o, forse è meglio dire, si è strutturato nel tempo grazie anche all’apporto) di artisti famosi e spesso primariamente concentrati su altre forme di sperimentazione, come Brian Eno, Jean Michel Jarre, Jon Anderson e Rick Wakeman (entrambi degli Yes). Anche per questo il genere non è più di nicchia e vanta una tradizione ormai di qualche decennio, quanto almeno quella di stili (forse non più conosciuti dal grande pubblico, ma più analizzati nel quadro degli studi socio-musicali) che sicuramente sono ad esso correlati, sebbene troppo spesso sovrapposti (penso a quelle musiche più o meno “elettro-etnicistiche”, che negli anni Novanta hanno fatto molto discutere e di cui gruppi come i francesi Deep Forest o i romeno-tedeschi Enigma sono stati tra i maggiori fautori; oppure alla world music più manierata e retorica, fino ad arrivare alla cosiddetta “musica cosmica”, che si è espressa, a partire dalla fine degli anni Sessanta, nel quadro di progetti strutturati come quello dei Tangerine Dream). Dal 1998 ad oggi John Adorney ha pubblicato sei dischi come solista (Beckoning, The Other Shore, Waiting for the Moon, Trees of Gold, The Fountain e The Fire in the Flint), riscuotendo un buon successo soprattutto nel circuito meno sperimentale delle musiche new-age, che coincide con produzioni caratterizzate da un suono affabile e non complesso (che, in casi limite, che purtroppo interessano molte produzioni del genere, diviene troppo sintetico), da un ritmo leggero e circolare (la cui costruzione si riallaccia alla trasfigurazione del concetto di meditazione) e, in generale, da una struttura armonica volutamente “distensiva”, il cui rischio maggiore (nel peggiore dei casi) è di somigliare troppo alle musiche “impercettibili” (che occupano un gradino ovviamente più basso di quelle da intrattenimento) e di finire a intrattenere negli ascensori o nelle sale d’attesa. The Wonder Well è il titolo del nuovo album di John Adorney e, in termini generali, mi sembra che lasci intravedere un’interpretazione positiva e sviluppabile degli stereotipi new-age. Il disco coniuga un’ispirazione “tradizionale”, elaborata attraverso una strumentazione abbastanza tipica del genere (soprattutto tastiere, qualche linea di pianoforte quasi mai lasciato solo, ma sempre supportato da un tappeto evanescente, poche voci, sezioni ritmiche soprattutto elettroniche, qualche cordofono introduttivo del tema generale del brano, spennate ascendenti cadenzate a ogni giro di quarto, frasi melodiche saltellanti), con alcuni temi, non solo testuali ma anche musicali, accomunati da una matrice evidentemente neo-romantica di equilibrio e armonia. La struttura sonora e armonica è molto di effetto, anche se può risultare - soprattutto a causa di un modello reiterato di sovrapposizioni di suoni sintetizzati - poco dinamica. Gli strumenti dialogano dentro un’atmosfera bonaria quanto vagamente surreale, costruita attraverso un suono candidamente risoluto, anche se poco originale. Sebbene nel complesso gli elementi distintivi della new-age mantengano una posizione certamente centrale, alcuni brani sono interessati da un arrangiamento più ritmato e costruito sull’interazione di strumenti (quasi esclusivamente cordofoni) più acustici e più “suonati”. Cioè strumenti meno di “effetto”, di ambiente, che ancorano il flusso disteso dei suoni a interventi più concreti: soprattutto chitarre, banjo, sitar, dulcimmer, autoharp (tutti suonati da Adorney), che in questo contesto assumono un ruolo più ritmicamente comprensibile e concreto, e riescono a dare un peso maggiore al fascio delle percussioni, le quali, come vuole la tradizione, sono sempre rilassanti ed eteree. A onor del vero Adorney - che è un bravo chitarrista, la cui musica è evidentemente il risultato non solo di una riflessione ma anche di una serie di “applicazioni” in un contesto di interazione con soggetti malati - con The Wonder Well è riuscito a elaborare una narrativa accattivante, non solo nella misura di una costruzione più o meno onirica del suono, ma soprattutto attraverso l’inserimento di elementi più concreti (come dicevo prima), mettendo in campo alcune risorse che, sebbene ammicchino a un etnicismo semplice (attraverso, ad esempio, l’inserimento del flauto di bambù, suonato da uno dei due ospiti del disco, Richard Hardy), allo stesso tempo arricchiscono la gamma armonica e differenziano gli arrangiamenti, riconducendo l’intera opera a forme meno stereotipe e sicuramente più complesse e interessanti. Questo approccio è ben visibile soprattutto in due brani, “If a rose could speak” e “Unbounded”, nei quali interviene, in un contesto ritmico più vivace e profondo, la voce di Daya, una giovane cantante con cui Adornay collabora da diverso tempo e con la quale, nell’agosto del 2010 a Thousand Oaks, California, ha eseguito live molti dei brani presenti nei suoi dischi precedenti (alcuni estratti della performance - che è stata pubblicata sia in dvd che in cd con il titolo John Adorney and Daya LIVE! In Concert - sono disponibili nel sito di Adorney). 


Daniele Cestellini