Domenico Sisto & Omerthà Music Club - U Tempu Rallenta (CNI Music, 2013)

“U Tempu Rallenta” è un disco che si inserisce in un filone trasversale, in cui, a differenza delle produzioni world di cui si tratta solitamente in queste pagine, non vi è tanto una sovrapposizione di stili, quanto una convergenza di impressioni e suoni, cesellati secondo un ordine che potremmo definire - in accordo con molti critici che hanno scritto di questo progetto - di matrice rock. Gli strumenti sono quelli di quella “tradizione” - batteria, basso elettrico, chitarre, piano, synth - e l’impianto generale del disco, riflesso anche in un’iconografia molto chiara (ravvisabile nel booklet così come nella rete), non tradisce l’andamento di una musica marcatamente rock, anche se puntellata di importanti (ed espressamente “locali”) elementi innovativi. In questo senso, l’elaborazione di “All You Need Is Love” dei Beatles - che assume qui una cadenza stretta in un ritmo più serrato del giro armonico, dal quale la traccia melodica originale riemerge soprattutto nell’intermezzo musicale di chitarra (se si esclude il divertente prologo low-fi) - appare come una specie di manifesto delle musiche che racchiude il disco. Difatti, nella misura in cui l’inno beatlesiano rappresenta una delle più riconoscibili rappresentazioni della memoria pop-rock internazionale, ogni intervento trasformativo - dal cambio di velocità all’arrangiamento - desta l’attenzione dell’ascoltatore. Il quale, dopo un’irriducibile iniziale disorientamento (ancorché probabilmente una sensazione di stonatura), non può che interrogarsi sugli elementi aggiunti o sottratti, arrivando così a determinare gradatamente lo stile di ogni pezzo e dell’insieme. L’autore del disco, prodotto dalla CNI, è Domenico Sisto, cantautore calabrese bene radicato nelle sonorità e nell’organizzazione di una narrazione rock-blues, all’interno della quale dimostra di muoversi con agio e consapevolezza. D’altronde, come ricordano molte cronache che lo riguardano, Sisto è cresciuto dentro quella tradizione che - come dimostra questo nuovo lavoro, ma anche quelli precedenti - è stato in grado di “piegare” verso uno stile più personale, elaborato soprattutto attraverso l’uso del dialetto della sua area di provenienza, cioè la Locride. Non siamo certo in un ambito inesplorato, però in Italia questo procedimento di “naturalizzazione” del linguaggio musicale più venerato al mondo non ha mai trovato un terreno sufficientemente fertile. E Sisto, che con il collettivo Omerthà solca questa strada da quasi vent’anni, ci propone soluzioni interessanti, che potrebbero, senza dubbio, concorrere al rinnovamento della matrice insieme a contributi illustri e probabilmente più conosciuti sul piano internazionale, tra i quali mi piace ricordare (anche se propongono soluzioni spesso opposte) almeno gli argentini Los Fabulosos Cadillac e i francesi Moussu T e lei Jovents. Da questa nuova prospettiva, i brani di “U Tempu Rallenta” assumono un profilo meno netto e ciò che probabilmente trae più beneficio da questo tollerabile grado di indefinitezza è la melodia. La quale rimane sì imperniata nella struttura tradizionale, ma riflette la chiara permeabilità del dialetto a soluzioni più oniriche (e più originali in questo contesto), che lasciano presagire, attraverso una interessante controluce, un racconto più stravagante e suggestivo. Si provi a “leggere” in questa chiave “Nu Jornu”, il brano di apertura del disco: è introdotto con una fila di formule stereotipe del rock elettrico (che si affacciano e si sovrappongono, a volte all’unisono, anche in seguito), che però convergono e si asciugano nel canto, elaborato attraverso richiami a formule vocali popolari (cioè tradizionali nel contesto socio-culturale di provenienza dei musicisti), costruite su un modulo crescente che assorbe e frena tutti gli strumenti sottostanti (come dice il testo, “si torna a sbocciari ancora a primavera/come lu fiuri chi nun cogghjivi mai”). Il risultato è molto gradevole - la formula si ripete senz’altro in tutti gli altri brani cantati in dialetto (solo quattro degli undici sono cantati in italiano) - e sebbene sul piano musicale (come detto) si segua una linea definita e molto percorsa (e che ha il riferimento più forte soprattutto nella tradizione inglese e americana), lo spettro sonoro che disegna la combinazione di questa infrastruttura con il dialetto (che, a differenza di ciò che si può pensare, non è ridondante né ostentato) lancia “U Tempu Rallenta” e, in generale, il progetto di Sisto e Umerthà, in uno spazio in buona parte da costruire e studiare (soprattutto qui da noi) e, anche per questo, pieno di fascino e possibilità. 


Daniele Cestellini