Anthony Joseph – Time (Naïve, 2013)

È parte della diaspora caraibica Anthony Joseph, nativo di Port of Spain, Trinidad, ma residente a Londra dalla fine degli anni ’80, è poeta, romanziere e docente universitario. “Time” è il suo quinto album, prodotto dalla bassista, cantante e autrice di residenza newyorkese Meshell Ndegeocello. “Questo è il mio disco più onesto” – commenta Joseph – “In passato decollavo verso universi surreali con la mia band, The Spasm Band, e potevo nascondermi dietro il groove; non questa volta”. La produzione della Ndegeocello mette al centro il Joseph poeta, “Meshell voleva che la voce penetrasse l’orecchio, facesse ciò che Kamau Brathwaite chiama ‘sculture di parole’ per l’orecchio”, commenta ancora Anthony nelle note di presentazione al disco sul suo sito ufficiale. Canto magnetico e voce declamante, un caleidoscopio di spoken word, jazz, funk, rock psichedelico, echi di blaxpoitation e ritmi caraibici. Suoni caldi con basso penetrante, percussioni afro e tocchi di Fender Rhodes e flauto che ricamano ambientazioni prog. Ovvio che vengano in mente The Last Poets e Gil Scott-Heron per le storie di lotta e coscienza nera, per gli spaccati di resistenza quotidiana metropolitana raccontata. Inevitabili déjà-vu e cliché, il pensiero che va al black renaissance e all’attivismo militante, ma più che atteggiamento passatista, il tutto è inscritto in un’estetica black che procede per viaggi di andata e ritorno, per citazioni, senza rigetti e fratture con la black his/her-story. Oltre al basso e alla voce di Meshell, ascoltiamo Sylvester Earl Harvin (batteria), Roger Rsapil (percussioni), Chris Bruce (chitarre, basso), Jebin Bruni (tastiere) e Magic Malik (flauto). La traccia di apertura, “Time: Archeology”, segue il viaggio dall’Africa alle Americhe; Joseph declama: “This is our lineage: the sea holds us here, / saves us from falling / off the side of the earth./ The more we change is the more we stay the same. / Sometimes we spew ourselves up, / but underneath laughter can be heard. /The struggle continues / to define a space, to make this place our home./ While the diaspora unravels like a broken necklace.” La quotidianità urbana dei migranti è esposta nella torrida “Hustle To Live”; “Shine”, che Joseph considera uno dei brani più spirituali dell’album, sembra produrre una scissione tra testa trasportata dalle liriche e da chitarre sottili e sognanti e corpo disposto al movimento. Ha un risvolto pop il delizioso singolo, “Tamarind”, corredato dal video promozionale, diretto da Julien Bittner, girato al Marché aux Puces di Parigi St Ouen (tutto l’album è stato registrato nella capitale francese): un racconto dalla vibrante forza poetica della vicenda personale di una donna irresistibile scrutata avidamente dagli uomini, trafitti dalla sua avvenenza e fierezza (“Like tamarind, she was the kind of woman who made time stand still […]”, ma “No one knew her grooving in the ghettos of her life, / no one saw her drying her clothes on a radiator overnight./No one saw her making rags into fashion / or wiping tears from her daughters eyes/ ‘Your daddy loves you’ she says / ‘He just can’t control his anger sometimes.’/ No one saw her waking at 5 am to go to her cleaning job in the city / or leaning on the bus stop.”. Vortice recitante su un potente tessuto percussivo dell’antillano Rsapil in “Michael X (Narcissus)”, brano che ricalca lo spirito dei The Last Poets. Invece con “Kezi” ci tuffiamo nei ritmi rapso, combinato di rap e calypso che detta legge nelle strade della sua terra d’origine. Nella pastosa “Heir (For woman who wish)” si avverte la presenza vigorosa della bassista produttrice; “Alice of the River” è guidata dal flauto svolazzante di Malik, mentre l’ipnotica “Girl With A Grenade” si ispira alla vicenda della teenager pakistana Malala Yousafzai, un brano composto molto tempo prima che Malala ricevesse la nomination al Premio Nobel per la Pace. Altro brano di impronta funk è “Joy”, mentre il commiato è con l’intimistico “Botanique” . Mettevi in ascolto, non rischierete sbadigli! 


Ciro De Rosa