Adrian Raso & Fanfare Ciocarlia - Devil’s Tale (Asphalt Tango Records, 2014)

La dinamica dei “crossroads” spesso produce risultati inaspettati, esiti “dannatamente brillanti”. Questo (più o meno) si può leggere nel sito della Asphalt Tango Records, la (Berlin based) label che ha prodotto Devil’s Tale, il disco di Adrian Raso & Fanfare Ciocarlia. Il primo è un chitarrista canadese instancabile - con bene impresso in testa il chitarrismo manuche, sebbene non come unico riferimento tecnico e stilistico - che ha all’attivo un buon numero di produzioni discografiche sufficientemente assortite. La Fanfare Ciocarlia - può essere addirittura pleonastico dirlo - è un ensemble romeno di fiati, che ormai da quasi vent’anni si è fatto largo nel mercato discografico occidentale, per tramite soprattutto di Henry Ernst e Helmut Neumann (fondatori della Asphalt Tango, che agli inizi era soltanto un’agenzia di booking), i quali verso la metà degli anni Novanta ne scoprirono la vitalità e il talento, intuendo nondimeno la fascinazione che avrebbe avuto sul mercato discografico e concertistico internazionale. Ho trovato l’immagine del “crossroad” interessante, non solo perché inquadra una certa riflessione (quella dei musicisti e dei discografici in questione) dentro uno scenario pieno di piacevole indeterminatezza - sebbene questa sia riferita, nella citazione della Asphalt, a una cifra stilistica e un ambitus sonoro bene determinati: il blues, l’oralità nordamericana della prima metà del secolo scorso, le varie subalternità socio-politiche e le visioni che in seno a queste hanno preso forma, attraverso una narrativa febbricitante in continua fermentazione - ma perché scavalca, con una divertente (e sufficientemente dissacrante) ironia, una lunga serie di formule retoriche che solitamente incorniciano certi dischi e certi artisti. Il disco e gli artisti che qui ci interessano, viceversa, si fanno largo nella scena world internazionale deformandone molti schemi, trascinando i piedi e alzando un bel polverone. E suscitando un certo interesse (non solo fra i critici), al punto da posizionarsi in cima alla World Music Charts Europe. Se il titolo dell’album fa il verso a quelle storie (che in alcuni passi della narrazione musicale sono addirittura evocate attraverso un’atmosfera rarefatta e alcuni andamenti marcatamente zoppi e appesantiti), gli autori ne sono abbastanza distanti (se possibile), nella misura in cui rappresentano delle aree musicali più indeterminate e probabilmente più incoerenti sul piano stilistico. Il risultato è effettivamente brillante - e qui mi accodo a quelli della Asphalt Tango - perché l’intero album è costruito su una struttura che sembra traballare a ogni nota, tesa tra l’andamento corposo delle marce decostruite della Fanfare e le incursioni taglienti delle chitarre di Adrian Raso (alle quali si affiancano il mandolino di John Jorgenson, la “guitar solo” di Rodrigo - parte del duo Rodrigo y Gabriela -, la jew’s harp di Michael Metsler, il basso elettrico di Marc Elsner, la batteria e le percussioni di Kevin Figueiredo e Kai Schönburg). Direi inoltre - non per eccedere nei complimenti, ma piuttosto per costruire un reticolo di riferimenti più chiaro, o meglio meno fraintendibile, dato quell’alone di presunta familiarità che ormai circonda la Ciocarlia - che il disco, oltre a essere brillante, è raffinato. In parte perché è una sorpresa (di ritmo e struttura) che si rinnova a ogni brano - anche se dietro qualche soluzione, soprattutto legata agli arrangiamenti, si può riconoscere qualche stratagemma già in uso altrove - e in parte perché alcuni pezzi prendono forma sotto il peso di masse massicce di evocazioni o citazioni. “Urn St. Tavern”, ad esempio, il brano che apre l’album, risuona come un laccio teso tra Capossela, Tom Waits e Django Reinhardt, percorso da una chitarra tremolante che da morbida diviene pian piano ferrea e sconnessa, distratta ma non frenetica, una sovrapposizione degli ottoni che sembrano più vapori che fiati, e un insieme di percussioni che emergono dal nulla in serie incoerenti, trascinate da un rullante che accenna una marcia singhiozzante. Qualcosa di simile si può dire per “The Absinthe-Minded Gypsy”, brano dal quale emerge addirittura un certo grado di ebrezza, racchiuso in un ritmo cadente e saltellante - dove convergono i tonfi sordi e profondi delle percussioni in marcia - nei trilli delle corde e nel tema dei fiati che, se si esclude qualche sillabazione turcheggiante molto congeniale alla Fanfare, richiama un’atmosfera più tanghera. Ma di un tango più sfiatato di quello delle compilation che si ballano, stretto dentro una scrittura scarna e rarefatta, consumato in voci roche alla Daniel Melingo. Insomma, con l’abilità di Raso - che, al pari di quello manuche, ha incorporato il linguaggio chitarristico classico, e ha potenziato, rendendolo più elastico e moderno, il linguaggio (già articolato e misto) della brass-band romena - Devil’s Tale assume un profilo frammentato e compatto allo stesso tempo, che prende forma nello spazio compreso tra le forme molli della Ciocarlia e il piglio tagliente (tra l’acustico, l’acuto e il semi-elettrico) di una chitarra in corsa.


Daniele Cestellini