Maria D’Acunto e Graziano Mattera, Vall’a Capì. Storia E Grammatica Della Lingua Napoletana, Intra Moenia, 2013, pp. 280, Euro 18,00

“Vall’a Capì. Storia E Grammatica Della Lingua Napoletana” è un volume che racchiude riflessioni di carattere storico e sociolinguistico sulla parlata napoletana. È stato pubblicato da Intra Moenia – editore napoletano che vanta un interessante catalogo (di saggistica, narrativa, fotografia e musica) – ed è a cura di Graziano Mattera e Maria D’Acunto. I due autori hanno scelto la forma discorsiva per presentare la lingua dei napoletani. E i non specialisti apprezzeranno la linearità con cui l’argomento è sviluppato (inquadrato in un reticolo di riferimenti storici e di elementi culturali), così come il fatto che gli aspetti più tecnici – necessari negli studi di linguistica, dove, ovviamente, si analizzano gli elementi costitutivi che assumono un significato condiviso nel codice del parlato – sono proposti non a margine (sarebbe impossibile) ma a supporto di una trattazione di piacevole lettura. In questo quadro, Mattera e D’Acunto analizzano e ci raccontano il dialetto nella sua più interessante complessità, in stretta relazione con altre forme di pensiero e altre produzioni culturali storicamente determinate. Questa scelta ha definito la struttura e la forma dell’opera e ne ha orientato lo sviluppo principalmente in due direzioni. Verso una riflessione di carattere storico e verso una fenomenologia del dialetto, individuando, cioè, i dati culturali che hanno determinato le particolarità fonetiche, sintattiche e morfologiche del napoletano, nel quadro delle quali il parlato e i processi di selezione determinati dai parlanti sono strettamente connessi ai fenomeni sociali, alla quotidianità. Senza considerare gli aspetti più tecnici, cioè le norme che regolano la struttura del dialetto napoletano e, più in particolare, i fenomeni morfologici e terminologici – che comunque rimangono, come accennato, generalmente accessibili, nella misura in cui gli autori ne hanno contestualizzato gli usi, mostrandone le varianti negli ambiti della letteratura, del teatro, della canzone e del parlato – possiamo proporre delle osservazioni di carattere generale alle quali si ricorre in alcuni passi del volume e che, in questo contesto, assumono una rilevanza probabilmente maggiore. Possiamo innanzitutto procedere dentro l’analogia tra il dialetto e la musica popolare. Al di là della necessaria considerazione che quest’ultima si esprime attraverso il dialetto, dobbiamo sottolineare che l’elemento caratterizzante di entrambi è il processo di trasmissione. Ovvero il fatto che – seguendo l’eco delle considerazioni di Bogatyrëv e Jakobson ne “Il folclore come forma di creazione autonoma” – la dinamica di selezione attraverso la quale si definisce e si condivide il codice è esclusivamente di tipo orale. Questo, nella misura in cui circoscrive il dialetto (e le musiche popolari che in dialetto si cantano) alla sfera della cultura di tradizione orale (seguendo la linea della trasmissione) e quindi “popolare” (accettando una generalizzazione che rimanda a un’accezione di tipo sociale, oltre che evidentemente storico-economico), genera la famosa dualità tra lingua “italiana” e lingua “dialettale”, che corrisponde alle opposizioni che in campo musicale differenziano le produzioni “colte” e “scritte” da quelle “popolari” e “orali”. In termini generali, dentro questo quadro di differenziazioni prendono forma differenze concrete, ascrivibili all’ambito sociale e politico. Vale a dire che nel quadro contraddittorio delle produzioni espressive si definiscono i profili socio-politici delle diverse categorie di parlanti (così come delle diverse categorie di produttori di musica). Ciò premesso, dobbiamo anche dire che l’ambito delle produzioni espressive napoletane rappresenta probabilmente una peculiarità nel panorama italiano che, per certi aversi, non rientra in pieno nel paradigma appena riportato. Soprattutto perché il dialetto napoletano (e, anche se in misura diversa, la musica napoletana) vanta una storia e un presente diversi dalle altre produzioni espressive italiane. Difatti, ci dicono gli autori, la produzione letteraria in napoletano abbraccia “tutti i generi (poetico, drammatico, tragicomico, farsesco, precettistico)” e ha origini molto antiche: “relativamente al teatro, comincia con le Atellane, risalenti ad alcuni secoli a. C. Di esse, però, non rimangono tracce. Bisogna, invece, aspettare l’inizio del secondo millennio d.C. per gli albori della poesia e della canzone: è intorno al 1200 che vengono composte liriche (da alcuni poeti della Scuola Siciliana di Federico II) e canzoni napoletane”. Infine, il dialetto napoletano è oggi più vivo che mai. Diverse categorie di parlanti ricorrono ad esso per esprimersi quotidianamente. Allora non è un caso che l’Unesco abbia riconosciuto al napoletano la qualifica di lingua e che “presso il Consiglio Regionale della Campania è stato depositato un disegno di legge che propone la rivalutazione sociale e civile del napoletano”.

Daniele Cestellini