Intervista con Erasmo Treglia

Risuona L’Italia Popolare 

Ne è passato di tempo dagli storici programmi radiofonici come “Chiara Fontana” o dai cortometraggi TV degli anni Sessanta e Settanta che raccontavano espressioni sonore di un’Italia contadina che non c’è più. Oggi con L’Italia che Risuona la musica popolare ritorna sui canali televisivi del servizio pubblico, attraverso una serie di monografie dedicate ad espressioni vive di musiche e canti di tradizione orale, così come già avvenuto con alcuni documentari realizzati da Piero Cannizzaro. Il programma, prodotto da Ambrogio Sparagna (che ne è anche il conduttore) e Stefano Ribaldi, per la regia di Mario Ferrari, è andato in onda tra novembre e dicembre dello scorso anno in orario notturno su Rai3, dopo il TG di mezzanotte. Un nuovo ciclo è previsto in primavera: auspichiamo che la collocazione in una diversa fascia oraria possa concorrere a far conoscere meglio un patrimonio culturale inestimabile che il nostro Paese possiede, raccontato – come raramente avviene in tivù, dove spesso trasudano oleografia e localismo becero – con competenza e sobrio rigore da Sparagna. Coautore del programma è Erasmo Treglia. In concerto, lo vediamo in veste di assorto polistrumentista, ma anche di funambolo e, all’occorrenza, di giullaresco affabulatore. Da sempre Erasmo è il pard di Sparagna: etnomusicologo, leader degli Acquaragia Drom, promoter, “boss” dell’etichetta Finisterre, infaticabile organizzatore dello storico festival La Zampogna. In altre parole, una figura imprescindibile nel panorama nu trad italiano. A Blogfoolk, Treglia racconta de L’Italia che Risuona e presenta la XXI edizione del Festival La Zampogna, in svolgimento a Maranola dal 18 al 19 gennaio, quando l’antico borgo aurunco diventerà meta di liutai e costruttori di strumenti, di testimoni della tradizione, che la densità culturale del mondo contadino hanno vissuto, e di musicisti urbani, giovani e non, che le pratiche tradizionali hanno appreso, e ripresentano per piacere estetico, ispirazione, passione, affermazione identitaria. 

Erasmo, come è nata L’Italia Che Risuona? 
L'idea nasce dalla volontà di Rai Educational di verificare sul campo una sensazione che si percepisce ma di cui non si ha vera e propria coscienza: è vero che la musica popolare è seguita nel nostro paese da tanti giovani e sono addirittura i ragazzi e le ragazze protagonisti di molti rituali tradizionali e musicali dal Nord al Sud? Siamo stati quindi invitati a dare una risposta a questi quesiti. La nostra esperienza e il nostro continuo girare per l'Italia di questi ultimi anni conferma questa sensazione. Nelle feste popolari ed anche in pellegrinaggi o processioni e rituali tradizionali di carattere religioso, la presenza di giovani è in costante aumento. E molti di questi sono diventati, nell'ultimo periodo, i protagonisti della musica che accompagna cerimonie di questo tipo. Così nell'allestire un primo elenco di casi emblematici, abbiamo pensato ai ragazzi che collaborano nei nostri progetti e che, con tanto entusiasmo, nelle varie province italiane si danno da fare per sostenere la cultura tradizionale locale. Da questa presa di coscienza di una realtà viva e in trasformazione nasce anche il titolo della serie televisiva: L'Italia che risuona. Perché vecchi e nuovi sono i suoni prodotti dal connubio tra i musicisti più anziani e una nuova generazione che ha deciso di prendere in mano gli strumenti musicali tradizionali, migliorarli (ove possibile) e risuonarli con una nuova coscienza. 

Chi ha prodotto il programma? 
Il programma è prodotto da RAI Educational che, una volta visti i primi incoraggianti risultati della documentazione video, è riuscita a coinvolgere RaiTre nella messa in onda. E, sulla base degli ottimi ascolti sino ad oggi avuti, sembra una scommessa che sta dando dei buoni frutti. 

Qual è il format? 
Si tratta di documentari di lunghezza media sui 27 minuti in cui un conduttore, in questo caso Ambrogio Sparagna, guida lo spettatore con brevi interventi, nel vivo dell'evento documentato. Ogni capitolo infatti è legato ad un evento tradizionale in cui si fa musica e il conduttore, che appare brevemente in video, dà le linee essenziali di informazione per meglio capire cosa si sta vedendo. Il tentativo è di mantenere un equilibrio tra la documentazione di tipo scientifico (senza molti quadretti oleografici) e la divulgazione di contesti e tematiche altrimenti lontane dal quotidiano. 

Quali sono state le prime tre proposte? Come sono state scelte? 
Le scelte sono ricadute su un elenco di contesti che conosciamo bene, per averli frequentati nel corso di questi anni, e i cui protagonisti musicali hanno avuto modo di collaborare con noi. Basti pensare alla scelta del primo capitolo della serie: La Settimana Santa di Sessa Aurunca. Questo evento è stato da noi frequentato fin da quando eravamo ragazzi e al repertorio musicale della confraternita e della banda di Sessa abbiamo dedicato un disco di ricerca già una decina di anni fa. Ma soprattutto il rapporto con i confratelli è continuo e abbiamo vissuto in diretta in questi anni il passaggio di consegne tra vecchi e giovani confratelli. Ed è questo quello che abbiamo cercato di far emergere nella scrittura di questo documentario. Vale lo stesso per quanto accaduto a Giulianello, sui Monti Lepini, dove abbiamo da anni un rapporto di collaborazione con le associazioni locali per favorire il loro lavoro di ricerca e riproposta, attraverso iniziative pubbliche e materiali di documentazione, su un patrimonio di canti molto variegato e unico nel suo genere e dove tanti cantori e musicisti condividono con noi un'amicizia profonda. 
Poi c'è stata la straordinaria processione della Madonna Avvocata a Maiori, esperienza che ha segnato i nostri anni di Università. In epoche diverse siamo stati alla festa e la spettacolarità dell’evento e il contesto arcaico in cui tutto si svolgeva, ci ha sempre colpito moltissimo. Ritornarvi dopo tanti anni, guidati da Antonio '’O Lione, suonatore e costruttore di tammorre della vicina Scafati, è stato utile per avere altri punti di osservazione e per entrare in contatto con altri protagonisti di questa festa di grande suggestione. Per finire questa prima serie abbiamo realizzato anche una puntata nella nostra Maranola e in particolare sulla processione di San Michele Arcangelo al Monte Altino. Questo evento, che naturalmente conosciamo molto bene, è un po’ il paradigma del nostro progetto televisivo. Si tratta infatti di una festa e di una processione che risultava in crisi una ventina di anni fa e che invece è andata gradualmente risalendo la china (è il caso di dire proprio così) e che ora vede protagonisti tantissimi ragazzi: portatori, musicisti, cantori, organettisti, zampognari tra lo stupore e la gioia di una comunità che è sembrata rinascere tra i tornanti di questa durissima salita al monte. 

Nel costruire le trasmissioni avete guardato ad esempi del passato? 
Ovviamente nel fare le nostre scelte di "grammatica televisiva" abbiamo fatto riferimento alle esperienze di quelle produzioni a tema etnomusicale nelle quali siamo stati più o meno coinvolti, come spettatori, ricercatori o collaboratori, in tutti questi anni, dai maestri più importanti sino ai loro allievi. E noi in qualche modo ci sentiamo allievi di quella straordinaria esperienza che negli anni ‘50 vide Diego Carpitella e Alan Lomax documentare quell'Italia che risuonava di voci e strumenti e che noi, alla lunga distanza di sessant’anni, ricerchiamo non solo nei suoi frammenti ma anche nei suoi nuovi filamenti. 

Difficoltà di costruzione nell’accordarvi con i tempi televisivi? In altre parole, quanto è difficile parlare di strumenti e musica popolare senza scadere nel cliché paesano, nello stereotipo localista? 
È molto molto difficile trovare una formula che riesca a coniugare il rigore scientifico (a cui il più possibile tendiamo) con il pubblico di una tivù generalista e quindi non di aula universitaria. A volte però sono sufficienti le immagini per superare questo problema. Perché c'è un’Italia nascosta che è anche molto bella da vivere, vedere, attraversare. E spesso è sufficiente la musica che pur essendo come tipologia poco vicina alle grandi masse televisive, spesso riesce ad avere una forza di coinvolgimento inaspettato. Zi’ Giannino che canta la sua fronna come un muezzin arabo non è un cliché e un ragazzino di 16 anni, strappato alla strada e coinvolto nella costruzione delle tammorre, forse lo può sembrare. Se non fosse che questa è la realtà. Basta andarla a vedere da più vicino. 

Le cifre di share e di pubblico per trasmissioni del genere non sono mai elevatissime, e forse ci interessano anche poco. Ad ogni modo, quali sono i dati in vostro possesso? 
Questa prima serie ha avuto uno share di circa il 6% in una fascia oraria dove generalmente RaiTre registra intorno al 3%. Questo dato, per gli addetti ai lavori, è risultato un piccolo grande successo e un invito a proseguire in futuro anche se dobbiamo per il momento accontentarci di una trasmissione a notte fonda. Ma il servizio Rai Replay di queste trasmissioni dimostra con i suoi dati che l’attenzione è notevole anche per chi non riesce a fare tardissimo la notte. 

So che sono previsti prossimi cicli in primavera? Ci puoi anticipare cosa sarà presentato? 
Stiamo già lavorando al montaggio delle prossime quattro puntate che dovrebbero andare in onda a fine febbraio o inizi di marzo. Si tratta di quattro luoghi disseminati nella nostra lunga Penisola che aiuteranno a rendere questo viaggio molto più curioso. In primo luogo la puntata dedicata alla famiglia Boniface in Valle d’Aosta. Padre, madre e due figli, tutti musicisti e animatori del revival del patuan (la lingua locale) e soprattutto del patrimonio musicale della regione. Ma Vincent e Remy sono ragazzi che nella loro musica mettono tutta la loro esperienza di musicisti del mondo. Poi i cantastorie siciliani di Paternò, in provincia di Catania, dove una scuola insegna l'antica arte con tematiche classiche ma anche con lo sguardo aperto al quotidiano dei ragazzi del nuovo millennio. Poi le launeddas di Orlando e Eliseo Mascia, padre e figlio di Maracalagonis, vicino Cagliari, dove una scuola con tanti giovani allievi rinnova l'antica arte di questo ancestrale strumento. E per finire un’altra scuola attiva in un paese dalla storia singolare: Viggiano, in Basilicata. Da questo piccolo borgo per secoli sono partiti i suonatori girovaghi che con la loro arte di strada sono arrivati in America, in Russia, in Australia. E qui lo strumento simbolo è l'arpa diatonica che oramai è saldamente nelle mani di un gruppo di giovanissimi allievi che riprende il filo spezzato di questa affascinante tradizione. 

Questi giovani suonatori del potentino sono stati tra gli ospiti de "La Chiarastella", lo spettacolo dell’Orchestra Popolare Italiana, nato da un progetto originale di Ambrogio Sparagna, che è stato presentato il 5 e 6 gennaio all’Auditorium Parco della Musica, com’è ormai “tradizione” del Natale romano. 
Siamo giunti alla sesta edizione di questo concerto dedicato ai canti natalizi della tradizione italiana, eseguiti conservandone lo spirito originario con cui queste antiche preghiere popolari cantate furono composte. Una ventina tra voci e strumentisti provenienti da varie regioni animano l’Orchestra. Quest’anno spiccano le voci della lombarda Maddalena Scagnelli, del napoletano Gianni Aversano e della siciliana Eleonora Bordonaro. Tra gli strumenti, le launeddas di Orlando ed Eliseo Mascia, di cui parlavo prima. Ospiti davvero speciali sono stati per l’appunto i giovani suonatori di arpicelle lucane: l’antica arpa popolare diffusa nella Val d’Agri, e uno straordinario Coro di voci bianche composto dai bambini del 48° circolo didattico del quartiere Barra di Napoli. 

Ritornando a "L’Italia Che Risuona", il ciclo sarà presentato al prossimo festival “La Zampogna”, giunto alla XXI edizione, che si terrà a Maranola il 17-19 Gennaio 2014? Quali saranno gli appuntamenti principali? 
Prima di tutto sarà un piacere premiare uno dei padri della musica popolare italiana: Antonio Infantino. Da un musicista del suo calibro abbiamo ancora molto da imparare. Avremo i marranzani di Luca Recupero che realizzerà anche un corso breve per imparare le fondamenta di questo strumento. E ancora le voci della Miranda, la regione al nord del Portogallo e soprattutto tantissimi zampognari e, per ribadire il concetto, tanti giovani che si sono avvicinati alla pratica di questo strumento. Il programma in dettaglio è disponibile su www.lazampogna.it 

A parte la presentazione del libro “Trillillì nel paese con le ali” di Ambrogio Sparagna e Annarita Colaianni che si terrà a Formia il 17, il festival quest’anno si svolge tutto a Maranola. Una scelta programmatica, dettata dall’affetto per il luogo natio? O una necessità alla luce delle persistenti ristrettezze finanziarie? 
In Italia ogni nuova edizione di una qualsiasi manifestazione culturale è sempre una scommessa. Cambia un assessore e saltano impegni programmatici, collaborazioni, promesse. Io e Ambrogio, come tanti altri, cerchiamo di resistere e di mettere in cantiere un programma che più o meno riusciamo a governare. Ci piacerebbe avere un raggio di azione più ampio, così come abbiamo sempre cercato di fare in questi 20 anni ma ogni tanto non ce lo possiamo proprio permettere e riportiamo tutto a casa. Cerchiamo di contenere i costi perché di finanziamenti seri e certi, proprio non se ne parla. 

Dalla lunga esperienza di festival in giro per il mondo, come suonatore e promoter, possibile che “La Zampogna”, uno dei festival più importanti per la cultura popolare in Italia, debba sempre combattere per sopravvivere? 
È molto frustrante (direi umiliante) il fatto che nelle riunioni con i partner europei noi italiani siamo sempre costretti a dire "forse il Festival si farà". Noi fortunatamente abbiamo costruito in questi anni un Festival modulare che permette di mantenere l’appuntamento anche senza alcun finanziamento. Stabiliamo ad inizio anno un fondo cassa minimo che viene alimentato dalle nostre attività professionali e cerchiamo di tappare i buchi in questo modo. Ma è una sofferenza continua. Basti solo pensare che guardiamo continuamente le previsioni del tempo perché se non piove, si risparmia sugli allestimenti. È ridicolo ma è anche molto italiano; è la realtà che hanno moltissime attività culturali, soprattutto nel nostro settore. Comunque si va avanti e quest'anno fanno 21! 

Immaginiamo un budget dici volte superiore a quello attuale, come organizzereste “La Zampogna? 
Con le stesse persone, gli stessi musicisti ma in quel caso trattati anche economicamente da professionisti quali sono. 



Ciro De Rosa