Bruce Springsteen - High Hopes (Columbia, 2014)

Allora, mettiamo in chiaro subito alcune cose. Posseggo tutta la discografia in vinile legale, buon parte dell’illegale disponibile. Ho il disco degli Havalinas in vinile. Ho la discografia di Southsdie Johnny & The Asbury Jukes. Ho comprato “The River” il giorno che è uscito. “Born To Run” suonava sul rudimentale piatto di casa nostra, grazie ai buoni uffici di mio fratello Riccardo. Ho visto Bruce con la E-Street Band (quella vera) dal vivo nel 1981 a Zurigo. Apprezzo il primo disco dei Rage Against The Machine. Insomma, just to say... una volta la pubblicazione di un album di Bruce Springsteen e della E-Streeet Band era un avvenimento di importanza straordinaria. E ne avevamo ben donde. Questa, però, non sarà una recensione track by track, ma credo che il brano che si trova alla posizione numero due del disco abbia l’espressività di un demo di una tastiera Yamaha. Bruce è una delle penne più prolifiche di sempre, ed è in possesso di una voce emozionante, ha una resa live indiscutibile, una schiettezza armonica ed un’intelligenza americana assoluta, ma il suo fare musica nel 2013 è qualcosa che sfugge le normali leggi. Non si tratta pienamente di una di quelle provocazioni alle quali ci hanno abituato personaggi come Neil Young o Lou Reed, quei dischi indifendibili, che sono come delle stazioni della Passione, per arrivare ad un lavoro che colpisce come una frustata il centro della nostra anima come una schioppettata. Qui siamo sempre in quella brutta linea di mezzeria che ascrivo al lavoro di Jon Landau e alle scelte scellerate molto spesso legate al mondo della Columbia, perché se ci fate caso, i produttori e musicisti che fanno parte di quell’organismo, che viene fantasiosamente chiamato E-Street Band sono tutti uomini rigorosamente targati Columbia. Anche nei tempi dell’abbandono della Band da parte di Bruce, la scelta era andata in quella direzione. Direzione, ecco quello che manca. Che senso ha rifare per la seconda volta uno splendido brano come la title track? Forse Bruce non ha più benzina creativa per scriverselo da solo un pezzo così? E allora perché sbandierare altri tre o quattro album pronti? Considero Tom Morello un chitarrista straordinario, capace di creare un mondo che va oltre il chitarrismo tipico rock con una ventata di inventiva assoluta, ma lo trovo assolutamente fuori luogo in un ambito musicale come quello di Bruce. Trovo persino fuori luogo musicalmente parlando il concetto stesso di assolo di chitarra, una idea di per sé datata e comunque superata. L’ultima volta che ho visto Bruce live è stato a Firenze, all’Artemio Franchi. E’ stato un concerto come al solito straordinario, perché Bruce è il miglior performer vivente, solo che ormai potrebbe proporsi come duo alla White Stripes, lui e Max Weimberg, perché il concerto sta in piedi sulle sue spalle, tanto da dare l’impressione di essere pronto ad occuparsi anche del montaggio del palco e dell’allestimento. Il pezzo dei Saints? Boh, bisogna proprio metterci del nostro per capire la grandezza di una cosa del genere, da parte di uno che ha capito l’importanza di Roy Orbison e Elvis Presley, quando questi erano considerati il massimo dell’uncool, uno che ha fatto del sound garage rock una bandiera, uno che con le sue scelte di covers live ha insegnato a qualche generazione come si suona, ed io sono tra questi. Diversamente, volete parlare di suono? Che suono esprime Bruce nel 2013? Questi sembrano provini, pronti ascolto avanzati, ma non realizzazioni vere e proprie, una accozzaglia di idee, che vanno inserite in un contesto che le leghi, che gli dia un senso, così il risultato è questo. Io i dischi degli Iron City Houserockers ce li ho davvero, l’idioma, l’argomento l’ho studiato. Non posso accontentarmi di un pezzo brano buono su dodici. “The Wall”, infatti, è un pezzo molto bello, che omaggia un local hero della scena del New Jersey, ma questo disco ti toglie la voglia di approfondire laddove quelli veri ti mettevano su un percorso di approfondimento vero, di comprensione di un mondo. Qui, alla copertina vieni respinto. E’ possibile che Bruce pubblichi dischi con alcune delle più brutte copertine del secolo in corso? Che sia preso da questa ansia di dimostrare meno dei suoi sessantaquattro anni? Che abbia voglia di fare parodie di sé stesso, che non fanno ridere con un anchor man e pubblicizzarle? Il disco è opaco, come avvolto da una nebbia di intenzioni non ben definite. E questo è quello che penso in definitiva.


Antonio "Rigo" Righetti