BF-CHOICE: Maria Pia De Vito featuring Chico Buarque – Core [Coracão]

In “Core[Coracão]”, la vocalist partenopea, ai vertici del panorama jazz internazionale, offre cittadinanza sonora napoletana a tredici canzoni carioca. Sperimentatrice delle infinite possibilità sonore della voce, Maria Pia De Vito è artista versatile, sensibile e creativa...

BF-CHOICE: Kiepo' - Tarantella Road

Il quintetto cilentano con "Tarantella Road" mette in pieno circolo la sua articolata formazione musicale colta e popolare, la ricerca, la schiettezza e il piacere del suonare insieme, ed in parallelo si appropriano con orgoglio del linguaggio della tradizione orale in maniera dinamica ma rispettosa...

BF-CHOICE: Daniele Sepe - Capitan Capitone e i Parenti della Sposa

A distanza di un anno dal primo episodio della saga, Daniele Sepe ha chiamato nuovamente a raccolta la sua ciurma “scombinata” di pirati e dopo alcuni giorni di brain storming all’ora di cena, ha preso vita “Capitan Capitone e i Parenti della Sposa”...

BF-CHOICE: ZampogneriA - Fiumerapido

ZampogneriA è un progetto unico, che si articola lungo due assi: ricerca e liuteria. Parliamo di un lavoro di studio organologico e sui repertori che approda a un disco, testimonianza di sentieri migranti di uomini, strumenti, repertori e gusti musicali....

BF-CHOICE: Canio Loguercio e Alessandro D’Alessandro – Canti, Ballate e Ipocondrie d’Ammore

Canio Loguercio, Alessandro D’Alessandro, una chitarra, un organetto e qualche strategico giocattolo a molla da due anni sono in giro per l’Italia con un geniale spettacolo di Teatro Canzone: “Tragico Ammore”. Testo essenziale e in continua evoluzione...

martedì 28 maggio 2013

Numero 102 del 28 Maggio 2013

Ci piace aprire quest’ultimo numero di maggio (e sono cinque in un mese, non è una roba da poco) dando la parola alla violoncellista ed autrice Simona Colonna, che si è raccontata a Ciro De Rosa. Simona è una delle figure più intraprendenti che abbiamo avuto occasione di incrociare di recente, artista che si esprime nella idioma locale, il piemontese, scompigliando l’idea di folk, travalicando gli steccati di genere. Benché si faccia portatore di estetiche differenti, anche il compositore napoletano Girolamo De Simone, di cui recensiamo l’ultimo album che chiude la sua trilogia discografica, è, com’è noto, personalità di punta del superamento consapevole dei confini musicali. All’insegna delle musiche del mondo, presentiamo il progetto Skip & Die, che vede l’eclettica Cata.Pirata e il produttore olandese Crypto Jori dare vita ad una travolgente commistione tra rap, hip-hop, rock e world music. Proseguiamo sull’onda dell’ibridazione con il manifesto sonoro di Mamud Band “Afro Future Funk”, del quale si apprezza l’originalità nel mescolare jazz, ritmi afro-cubani e reggae. Per la rubrica cantieri sonori, voce al costruttore di tamburi a cornice molisano Michele Di Paolo. La rubrica Viaggio In Italia ci riporta nel Salento, in quel di Grottaglie (Ta), da cui provengono i Pizzicati Int’Allù Core, al loro album di debutto. La cronaca dell’attualità musicale e non solo, ha spinto la flyin’squad di Blogfoolk ad un’incursione al Festival Soul Food. Completanoe le rubriche lo sguardo rivolto all’editoria con la lettura di “Anima Folk”, volume di Luca Turchet, e l’immancabile commiato affidato al Taglio Basso di Rigo.

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Simona Colonna, Emozioni Per Corde E Voce Dalle Langhe.

Lo scorso Novembre a Cagliari, al Premio Parodi, ho ascoltato per la prima volta Simona Colonna, già nota al pubblico e agli addetti ai lavori per i consensi ricevuti al Biella Festival del 2011. Della sua performance non solo mi hanno colpito l’energia e la carica teatrale da one-woman-band, ma anche la sua abilità nello sviluppare le diverse tecniche di emissione del suono dal suo strumento, esprimendo codici d’azione che vanno ben oltre i dettami della musica classica, senza che questo diventi mero esercizio di stile, ma conservando una grande comunicatività funzionale alla struttura dei brani. Al contempo, la sua narrazione di “Brigante Stella” (la canzone presentata in concorso al Premio) ma anche la non facile interpretazione della toccante “Ruzaju” dello stesso Parodi, la sua relazione simbiotica con lo strumento, hanno toccato le corde dell’anima, facendo convergere i giurati ma anche gli stessi musicisti sull’artista roerina, che ha vinto il Premio per il miglior arrangiamento, per la migliore interpretazione nonché il premio degli altri artisti in gara. L’ascolto del suo CD Masca vola via, una sorta di suite per voce che canta in piemontese e violoncello, pubblicato da Musica Made in Biella, mi ha confermato in sole cinque tracce la qualità di una musicista lontana dai canoni ma anche dai cliché del folk revival del nord-ovest. Musicista che trova la sua compiutezza nell’essenzialità sonora, rifuggendo la ridondanza, propendendo per un disegno sonoro minimale, ma lontano da ogni astrusità, seducente per l’ascoltatore che si immerge in storie popolari, credenze, figure folkloriche, evocate e raccontate. E la lingua, direte voi? Come spesso accade, la forza del dialetto supera le barriere locali, è orgoglio locale ma non localismo ottuso ed egoista, diventa malìa, parola espressa e suono puro, comunicando anche a chi non condivide la cadenza delle Langhe. Insomma, Masca vola via è uno dei lavori più innovativi dell’annata appena trascorsa. Avviciniamoci, allora, al paesaggio sonoro di Simona che, come leggerete nell’intervista che segue, quando si deve raccontare non si tira di certo indietro. (www.simonacolonna.it). 

Come nasce Simona Colonna come musicista? Non hai imbracciato da subito il violoncello! 
Devo dirti che nasco cantante. A tre anni all'asilo la maestra Lucetta mi metteva regolarmente sul davanzale della finestra e io adoravo cantare (erano i tempi di “Ramaja”) utilizzando un microfono che era una matita! Nel resto delle mie giornate, ogni volta che mio padre, chitarrista per passione, mi accompagnava con la chitarra esploravo repertori diversi (1980 o giù di lì) la musica leggera, erano le canzonette di cui compravi a poche lire il pentagramma con testo, la musica folk tradizionale piemontese. All'età di 9 anni entro in banda a suonare il tamburo: tenevo il passo alle majorette, una figata...mi ricordo ancora il senso ritmico e di responsabilità che avevo.. tutti al passo dietro al mio tempo! Taratattà-tarattatà e via con le marcette popolari! Con lo studio del rullante comincio quello della fisarmonica per 5 anni, anche qui la musica principale era quella tradizionale piemontese. Poi finalmente dopo le medie, all'età di 14, la decisione di cominciare il conservatorio, con il flauto traverso, in cui mi sono diplomata nel 1993, e l'anno dopo comincio il violoncello, in cui mi diplomo nel 1996, dopo essere stata presente ad un concerto per cello-e pianoforte che mi rubò il cuore e l'anima! Dieci anni di repertori classici mi impegnano nello studio regolare e durissimo, ma anche inquadrante, del conservatorio. Da qui parte la lunga carriera con orchestre, musica da camera, solista ecc. ecc... 

Il violoncello, da strumento orchestrale, anche se altrove, e penso alla Scozia (al di là dell’interesse recente del folk revival), ha avuto un passato di accompagnamento delle danze popolari tra ‘700 e ‘800, a strumento solista che sta ritrovando una visibilità con compositori del calibro di Brunello e Sollima, solo per parlare di italiani. Al di là del riconoscimento della loro arte, sono tuoi modelli? Come ti collochi? 
Preferirei non collocarmi, sono uno spirito libero, e non amo essere né paragonata né inquadrata in uno stile piuttosto che un altro. Il violoncello è una voce umana con arco, quindi può fare di tutto, dall'etnico al folk, dal classico al moderno, dal contemporaneo al jazz...Insomma basta mettercisi di impegno, perché le ore devono essere molte dedicate allo studio tecnico di questo ostico strumento. Brunello e Sollima, Reijseger sono musicisti fantastici, ma...nessuno di loro abbraccia tanti repertori di diverso stile, e nessuno di loro canta contemporaneamente canzoni, standard jazz, e brani recitati, lodi religiose, repertorio medievale e barocco e parlati come faccio io. Ti devo dire che dieci anni fa quando sono stata per qualche anno in Canada, ho ascoltato Esperanza Spalding e lei mi incuriosì...anche se lei fa solo jazz e col basso e con il gruppo dietro... Comunque rimane una di quelle testoline geniali che ho ammirato da subito. 

Voce umana e uno strumento-voce che agisce come seconda voce, come strumento melodico, percussivo o di accompagnamento. Come hai sviluppato questo connubio? 
Ho suonato per 16 anni con tutti...in tanti tanti luoghi e generi diversi, in formazioni diversissime.. Poi 5 anni fa ho deciso che univo le due cose più mie.. la voce e il cello, in un unica soluzione. Ho iniziato con brevi frasi dove cantavo e mi accompagnavo in una sorta di basso continuo col cello, poi una vocina un po' diabolica dalla gola ha suggerito: “Senti bella perché invece di “limitarti” a fare il basso continuo non cominci a far funzionare la polifonia che c'è in te? Svegliati e datti da fare!” Così ho cominciato a tessere linee melodiche col cello che contrapponevano ciò che cantavo e piano piano a differenziare ritmicamente anche quello che canto in quello che suono....il tutto contemporaneamente. 

Il tuo rapporto con la tradizione popolare piemontese? Tu che sei nata nel 1971? Hai conosciuto la musica attraverso il folk revival? O attraverso altre strade? 
Tutte e due direi, anche se la strada mi ha insegnato di più. Ho studiato tanti corsi di musiche per bambini, di canti tradizionali finlandesi, africani, orientali, indiani, americani...Il piemontese? Lo parlo da 40 anni, ci vivo dentro da sempre, con gli anziani della mia zona parlo in piemontese, con i bambini dell'asilo a cui insegno, a volte anche, e insegno loro i generi diversi in lingue diverse...quindi canto generi diversi e lingue diverse a secondo del luogo, e tempo in cui vivo. 

Hai avuto o hai dei modelli folk? 
No! 

Hai scritto un libro per bambini… 
Ho tenuto laboratori per bimbi per 22 anni, e tutt'oggi ho due scuole che seguo, dall'asilo nido alla fine della quinta elementare, i miei corsi di formazione sono stati Goitre in Italia e Gordon in America, poi.. pratica pratica pratica. Ogni settimana trecento bimbi giravano nella mia aula di musica...Dopo 17 anni di attività, ho cominciato a pensare di proporre un metodo mio e l'ho chiamato “le storie racc…cantate: sono storie originali che ho scritto io, tratte da cose realmente accadutemi nell'arco della mia carriera musicale, girando per il mondo, che propongo in versione cantata ( mi accompagno col cello anche qui), e insegno tutte le parti musicali ai bimbi, che alla fine dell'ora di lezione sono diventati i personaggi della storia e cantano con me. Ne è nato nel 2010 un libro con supporto cd allegato e tanto di disegni fatti dai bimbi dei miei laboratori. L'editore è Antares di Alba. 

Suonare e cantare contemporaneamente, è difficile? 
Si, ma quando trovi la quadra diventa divertente. La musica è così' seria ma divertente. E anche la vita lo è...senza troppe balle per la testa!!! 

Come vivi il concerto da solista? 
Elettrizzante, vero, comunicativo, emozionante...Lì sono io che parlo con la gente che desidera ascoltare...il resto non mi interessa. Non sono gelosa, non sono possessiva con nessuno e quindi mi aspetto che la gente sia così con me, comunico e amo ascoltare chi ha da comunicare a me. Semplice. Non è indispensabile essere solista, io canto e suono volentieri con tutti e in gruppo...ma chi canta e suona con me deve avere lo stesso spirito “sennò...non se ne fa di nulla” (come dicono i livornesi). 

Il tuo CD si compone di cinque tracce che hai definito una “suite per voce e violoncello”. Vogliamo raccontarle? 
Cinque canzoni, cinque danze, dedicate ognuna ad una delle molte sfumature folk della mia zona. “Bacialè” è una canzone d’amore. I bacialè nella mia zona erano i sensali di matrimonio, da sempre esistiti. Ne ho intervistato uno, Giuanin si chiama, è ancora vivo e se fosse per lui eserciterebbe ancora, nel senso che ha intravisto una possibile futura coppia da fare incontrare e sposare...ma...dice lui...i giovani di oggi non sono più disposti ad ascoltare i suggerimenti degli anziani contadini che hanno la vena amorosa spiccata...( io aggiungerei che se si fanno amici via facebook, questi giovani...non hanno capito proprio il senso dell'esistenza.. ma del resto questo ci propone la società'!) Il bacialè, se il matrimonio andava a buon fine, riceveva regali materiali dai futuri sposi e dalle famiglie degli sposi...polli, galline, verdura, a volte abiti eleganti e paletot, cioè cappotti...Infatti il verso finale della mia canzone dice "Lo puoi vedere in fondo alla chiesa, avvolto nel suo cappotto nuovo, ti strizza l'occhio...è il bacialè!” Evviva l'amore! È l'unica cosa che porta avanti il mondo, dai! “Masca vola via” è una canzone dedicata alle radici magiche di Langa e Roero ( io sono roerina), ovvero a quelle figure e leggende legate alle donne-streghe (a volte cattive, ma a volte scherzose) del nostro territorio. Premesso che alla fine dell'800 sulla piazza del Duomo di Alba, la città' in cui vivo ma dalle quale non provengo, ne hanno bruciate ancora qualcuna, la Masca era dipinta come una donnina cattiva, che a volte si poteva trasformare in gatto nero, a volte in strani e malvagi animali, e che portava il maleur, la maledizione o cattivo auspicio in lingua piemontese. Insomma, il malocchio, la sfiga. Comunque la storia che mi raccontava mia nonna a proposito delle masche era paurosa...Mi ricordo la pelle d'oca che mi veniva quando lei narrava le avventure della masca Micilina, che viveva a Pocapaglia, un paesino del Roero che si trova a 10 km dal mio Baldissero d'Alba.....Io, alla fine, questa masca l'ho fatta volare via...con la paura che si portava attorno normalmente...la paura che è l'ignoranza del non sapere dare spiegazioni alle cose brutte che accadono.. ma è anche la paura un po' magica che rende emozionante il non sapere, no? Quanto a “Ninnaoh’”, è una ninna nanna...semplice e dolce, come dovrebbero essere i suoni che accompagnano almeno i primi anni di vita degli umani, i bimbi quando vengono al mondo....lontano dai rumori assurdi del parlare della società'...e lontano dalle preoccupazioni della vita...amore insomma anche qui. “Portme via da sì” è una canzone che parla di immigrazione....piemontesi che speravano di trovare fortuna emigrando in America ai tempi...e lo sai...anche io nel 2007 ci ho creduto, ma questa è un’altra lunga storia. Insomma, il modo di fare fortuna c'era.. ma il cuore resta impregnato di usi e costumi, di colori e odori che fanno parte delle tue origini...quindi il cuore resta legato alla tua terra...se sei uno vero... 

L’ultima traccia è “Brigante Stella”, canzone premiata al Premio Parodi, che racconta di un personaggio della langa attraversata dal fiume Belbo. Siamo abituati ai briganti meridionali in lotta contro … i piemontesi. 
Un brigante veramente esistito. Donato Bosca uno storico albese insegnante e preside del Liceo classico “Govone” di Alba mi ha aiutato ad acculturarmi in proposito e anche Giacomo Giamello, esperto di piemontese, mi ha aiutato nella ricerca e nei suggerimenti importanti da mettere in evidenza in questa storia. Il brigante Stella ne ha fatte di tutti colori, al tempo, si parla del '800. Dopo molte scorribande è stato acciuffato e mandato in esilio in Sardegna, terra dal quale è scappato per tornare in Langa e continuare il suo operato. Tra furti e violenze fatte ai compaesani e non solo, leggenda narra che una sera viene tradito da un compagno del gruppo, certo Zampè che con un saluto a tradimento (narra la mia canzone ) lo manda dritto dritto in mano al Diavolo! Sparatoria dove muoiono due carabinieri e Stella. Storia vera, colorita dalla Colonna che ha deciso di bluesare con un bel pizzicato ostinato, per poi passare nel ritornello in una pseudo schitarrata con il violoncello… 

Il dialetto, il mondo popolare: una fase transitoria del tuo fare musica? 
Il dialetto fa parte di me, io sono piemontese, è la mia lingua...e il mondo popolare è quello da cui provengo, e ne vado fiera,.. tutto ciò non vuol dire che non penso al futuro e che ho progetti futuri che andranno oltre questa lingua e queste mie origini. Io amo definire la vita, la mia almeno, come una bellissima parentesi sul presente, chi siamo lo sappiamo, chi saremo no... Io sono una ragazza curiosa, sempre alla ricerca di cose nuove da sperimentare, ma molto ricca delle mie azioni e esperienze passate che mi porto appresso sempre e delle quali non dimentico mai i suggerimenti. Cerco di fare tesoro di tutto, il vecchio e il nuovo. Specialmente sono positiva, e ringrazio Dio e i miei genitori di avermi fatta così. Non mi sento di dire che possa essere transitoria questa fase della mia musica attuale, anche se desidero sperimentare altre cose e se posso abbracciare tutte e due le situazioni, perché no! 

I tuoi altri progetti in cantiere? 
Promuovere “Masca Vola via”, che si sta allargando con l'aggiunta di altre canzoni in piemontese, che raccontano altri profili della mia terra d’origine, vivere di concerti e di emozioni, di condivisioni musicali con il mondo artistico, di umanità condivisa. Il resto non mi interessa. Per fare tutto ciò ho bisogno di scrivere musica, creare, e cantare e suonare. Ho un progetto dal titolo “Nuovo Hotel 900” che sto proponendo ed è nuovo poiché le canzoni che entrano a fare parte del mio hotel sono sempre nuove e ri-arrangiate in forma nuova ogni volta che eseguo. “Nuovo”, “Hotel”, “900” sono parole che a tutti noi suonano familiari, dense di richiami, di immagini, di significati fortissimi, personali e collettivi. Le possiamo dire separate, ma se le diciamo unite ci restituiscono un’idea curiosa e precisa, importante e buffa insieme: un secolo (e quale secolo: il nostro sia in senso anagrafico sia in senso culturale ed emotivo) inteso come un albergo, e un albergo che ha la pretesa di annunciarsi come “nuovo”. Evidentemente rinnovato, rilanciato da una gestione che vuole prendere le distanze da una precedente e superata conduzione; un richiamo alla clientela nel nome della novità, del meglio – proprio come il secolo Novecento ci ha dato di tanto in tanto di che sperare, prima e dopo ogni sua caduta nel grigiore, nel banale o peggio nell’orrore e nel nero. Tante promesse di progresso, tante illuminazioni di avanguardia (nell’arte, nella scienza, nella vita sociale, nello stato sociale) e insieme tante sconfessioni, tante retrocessioni – più amare ancora perché sono seguite a questi annunci, a queste illuminazioni, a autentiche, innegabili conquiste umane. “Nuovo Hotel Novecento” è anche (e soprattutto) un suono. Un suono che ci dicono passato, ma di cui ancora avvertiamo l’eco fortissima, presentissima. Siamo ancora ospiti di questo albergo, e nuove gestioni ci richiamano. Se prestiamo orecchio al richiamo, sentiamo il brusio, in qualche salone, di convenuti che dibattono sul secolo breve o lungo… se affiniamo ancora l’udito, sembra di sentire, come sotto una coperta in qualche stanza degli ultimi piani, l’Ottocento… Ma l’Ottocento non ci suona come il Novecento. È giusto: siamo fatti per ascoltare il Novecento, siamo nati in tempo per ascoltare il Novecento. E conviene mettersi in ascolto. Ma lasciamo i convegnisti nel salone, e girovaghiamo nei corridoi, nella sala da pranzo, nel foyer… notiamo il montavivande, la sala da fumo, il banco della reception con campanello e accanto una postazione internet… e chiediamoci se il Novecento non sia stato anche il secolo degli alberghi… Almeno dalle nostre parti, il Novecento ha aumentato le possibilità di viaggiare, di uscire dai confini dei nostri quartieri, città, province… il secolo che al fianco dell’esilio di perseguitati, discriminati, migranti… al fianco del Grand Tour di ricchi nobili poeti ereditiere… ci ha fatto mettere l’idea (oggi perduta) del tempo libero, delle ferie, della colonia e della villeggiatura, dell’Erasmus e del viaggio-premio… Ci ha fatti viaggiare e ci ha fatti pernottare, il Novecento – ci ha resi familiari alberghi, pensioni, hotel cinque stelle, resort, relais, motel e bungalow, locande e Club Mediterranée – che ci siamo stati davvero o ne abbiamo sentito parlare. Si è aperto con gli esploratori polari – gli ultimi esploratori del nostro mappamondo, prima di volare nello spazio; e si è chiuso con i villaggi vacanze. Scott e Shackleton e Sharm El Sheikh. Siamo passati – chi più, chi meno, tra noi – nel Novecento come in un albergo. Ogni volta era un “nuovo” albergo – rinnovato, restaurato, rinfrescato… con una insegna di legno, al neon, di pixel… con una due tre quattro cinque dieci stelle… con la moquette senza moquette… le chiavi di ferro battuto le schede di plastica i sensori con il chip… con vicini di stanza e personale di camera ogni volta diversi… Ci abbiamo dormito – a volte non abbiamo preso sonno… In certi motel non abbiamo fatto la doccia… Io vorrei che, lungo un viaggio ancora, scendessimo insieme all’Hotel Novecento – al “Nuovo” Hotel Novecento… entrando in stanze diverse, più o meno eleganti, più o meno confortevoli, vista lago o vista parcheggio… dove la storia con la S maiuscola è entrata dalla porta ed è uscita magari dalla porta sul retro… dove infinite storie (minuscole) sono entrate e uscite – magari dalla finestra, magari approfittando del sonno del portiere… Ogni stanza ci può raccontare qualcosa; si tratta di prendere in prestito (o rubare, come si preferisce) un passe-partout al custode o alla cameriera… ci entriamo senza cattive intenzioni, in queste camere del Novecento; ci entriamo con molto pudore, siamo intrusi ma familiari… non facciamo pettegolezzi, non cerchiamo di rubare segreti… non diremo niente a nessuno di ciò che troveremo. Forse non ce ne sarà neppure bisogno: in ogni camera, in ogni storia, troveremo qualcosa di noi stessi – qualcosa che sapevamo, ma avevamo scordato. Il Nuovo Hotel Novecento sarà alla fine il nostro autoritratto: ciò che siamo, ciò che ci siamo scordati di essere, ciò che avremmo sempre voluto diventare. Poi c’è Simona Colonna, voce e violoncello, in cui propongo un repertorio che spazia dal classico al Folk, passando attraverso il jazz, l'operistico e il leggero cantautoriale. Altra cosa: Un progetto già in corso si intitola “10 in cantina” ed è repertorio leggero-jazz-classico che si lega ai vini di una importante cantina della mia zona, Cascina Baricchi di Neviglie. Il progetto si propone per voce-violoncello-chitarra: alla chitarra Natale Simonetta, noto produttore di vino della zona e contemporaneamente musicista. Altra cosa ancora: un altro progetto nuovo, futuro che conta di una collaborazione con Marco Testoni alla caisa drum. La ripresa di cover e la realizzazione di brani originali ri-arrangiati per una formazione duo- in-trio. 


Ciro De Rosa

Intervista con Michele Di Paolo

In occasione del Meeting Internazionale del Tamburello, organizzato dalla Società Italiana Tamburi a Cornice, che si è tenuto a Roma dal 10 al 12 maggio, abbiamo intervistato Michele Di Paolo, con il quale abbiamo ripercorso la sua formazione, che lo ha condotto ad essere tra i più apprezzati costruttori italiani di tamburelli, ed insieme abbiamo analizzato le varie fasi di lavorazioni dei suoi modelli unici, le diverse tipologie di percussioni da lui prodotte, per giungere ad un focus sul target della sua produzione. 

Dove e come hai imparato a costruire i tamburi a cornice? 
Ho imparato a costruire tamburi quasi da autodidatta. Nei primi mesi del 2010, suonando, ruppi un tamburo a cui tenevo, Raffaele Inserra mi diede una pelle da sostituire e da lì scattò la scintilla. A spingermi nella costruzione sono stati Giuseppe Ponzo e Cinzia Minotti con cui formo l'ensamble Alberi Sonori e Antonio Giuliani, presidente del gruppo folclorico del mio paese "I Guje" dove ora, dati gli impegni, suono occasionalmente tamburi a cornice e bufù (botti in legno che tecnicamente sono tamburi a frizione) ... mettere in tensione una pelle su una botte non è poi tanto diverso da come si fa su un tamburo! In pratica buona parte del lavoro la conoscevo già! La familiarità nella lavorazione del legno con l'ausilio di elettroutensili da falegnameria, l'ingegno e la passione mi hanno agevolato nella costruzione. Ovviamente all'inizio ho provato, ho fatto i miei errori ed ho imparato dai miei sbagli. Provare e sbagliare è più utile che ottenere qualcosa al primo tentativo. 

Chi è stato il tuo maestro? 
Ho ricevuto consigli pratici sia da Raffaele Inserra che da Davide Conte e li ho applicati a modo mio. Ogni costruttore ha un suo stile, un modo di rifinire i telai, i sonagli e realizza strumenti dal suono caratteristico. Alcuni mi piacciono altri meno. Nel primi mesi del 2011 già costruivo e ho frequentato un laboratorio di costruzione con il maestro Gianni Berardi al CIP a Roma in occasione del Meeting del Tamburello. Gianni è un tipo preciso, perfezionista, lavora in modo maniacale e questa sua caratteristica mi piace tanto perché anche io sono così. Con lui mi sono reso conto che, nella lavorazione, l'artigiano mette inconsapevolmente caratteristiche proprie che rendono lo strumento unico nel suono. Da lui ho preso inizialmente degli spunti, che ho utilizzato per un po' di tempo, ma da quell'esperienza ad oggi il mio modo di lavorare è cambiato ed è in continua evoluzione, migliorando giorno dopo giorno secondo uno stile ed un gusto personali. L'artigianato è così, costruire con un metodo personale, non ci sono manufatti identici, ognuno lavora come più gli piace o ritiene più giusto! 

Che rapporto c’era e c’è con la musica nella tua famiglia? 
Mio padre è un amante della musica classica e dell'opera, mia madre invece la musica italiana degli anni '60-'70-'80. Io spazio molto, posso andare da Elio e le storie tese ai Pink Floyd, dai Deep Purple ai Led Zeppelin, Ludovico Einaudi, mi piace l'organetto del maestro Mario Salvi, di Massimiliano Morabito, L'Escargot, gli Unavantaluna, gli Scantu De Core e altri gruppi che fanno musica popolare anche rivisitata... dipende dal mio umore! Ho un debole per il suono della zampogna, attualmente ascolto spesso la Zampognorchestra (spettacolari) formazione in parte molisana, regione da cui provengo!

Quanto è durato l’apprendistato? 
Che domanda! Dura ancora! Per un artigiano l'apprendistato è perenne, si impara sempre e (spero) si migliora! 

Pensi di aver raggiunto il massimo come costruttore? 
Credo proprio di no! Non mi limito mai nello sperimentare, più vado avanti e più trovo soluzioni nuove, diversi modi di lavorare e di rifinire! 

Che materiali utilizzi? 
Utilizzo pelle di capretto e capra (più o meno adulta), pelli di agnello e anche coniglio. Pulisco personalmente le pelli fresche che raccolgo in zona o che amici allevatori mi portano, con metodi tradizionali, non dannosi. La laurea in biologia industriale mi ha agevolato nel mettere a punto un metodo efficace e poco aggressivo che mantiene il più possibile le caratteristiche naturali (l'elasticità) della membrana. Le pelli, quindi, risultano pulite e suonano bene. Utilizzo principalmente legno di faggio, realizzo anche qualche tamburo in acero bianco (quando lo trovo ben stagionato) e giorni fa ho terminato un paio di telai in ciliegio, bellissimo, di cui uno è già prenotato! Sui tamburi "moderni" i sonagli sono realizzati con latta di diversi spessori, uso anche l'ottone ed il rame. La lavorazione è fatta completamente a mano: disegno, taglio, rifinitura delle sbavature, foratura, bombatura a martello e tempra (tranne per l'ottone ed il rame). 

C’è differenza tra le varie tipologie di legno, pelle e metallo da utilizzare? 
Certamente, il suono del tamburo dipende dai materiali utilizzati. Faggio, acero e ciliegio hanno tre sonorità completamente diverse. La pelle di capretto ha un suono meno cupo di quello della capra, l'agnello ha un suono profondo, la pelle di coniglio ha pochi armonici ha un suono "'ntupppo" (chiuso). Lo spessore del metallo influisce sul suono del sonagli. La forma anche influisce sul timbro. E poi c'è la mano dell'artigiano! Per questo sostengo fortemente che ogni costruttore realizza tamburi con rifiniture e un suono caratteristico! 

Da cosa dipende, la scelta dei diversi materiali? 
Dipende dal tipo di tamburo che si deve realizzare e dal suono che si vuole ottenere. Volendo costruire un determinato modello di una data zona, e volendo rispettare i parametri che si utilizzavano tradizionalmente, si sceglie un legno piuttosto che un altro, si monta una pelle piuttosto che un'altra e si utilizzano sonagli con forma e materiali diversi a seconda della zona. Per questi motivi ho scelto di realizzare soltanto alcuni modelli presenti nel centro-sud Italia ed ho scelto di realizzarli al meglio. Per i tamburi moderni la scelta invece è dettata da esigenze personali e quindi non ci sono limiti di scelta. 

Ci puoi parlare delle varie fasi e delle tecniche di costruzione? 
A seconda della struttura del tamburo la realizzazione può essere più o meno complessa. Per un tamburo base la procedura è relativamente semplice: si realizza prima il telaio (del diametro e dell'altezza desiderati), il legno utilizzato può essere piegato meccanicamente o manualmente; si chiude quindi il cerchio utilizzando colla o chiodi; si sceglie il numero e la disposizione dei sonagli per capire quante asole si devono fare sul telaio; una volta realizzate le asole e i fori, dove andrà il filo metallico che sostiene i sonagli, si realizza l'impugnatura che sarà o una svasatura aperta oppure un manico (tipo quello della tammorra); successivamente si monta la pelle che è stata a bagno in acqua per 3 o 4 ore si può fissare con colla, chiodi, colla e chiodi, chiodini in legno o canna oppure cucendola con del filo cerato direttamente sul telaio e si tagliano le eccedenze. Una volta asciugata la pelle si montano i piattini. Secondo gusti personali si può aggiungere un nastrino colorato per coprire la linea di incollaggio. 

Che tipologia di tamburi a cornice costruisci? 
Realizzo modelli della tradizione del centro-sud Italia, tamburi a cornice generici con pelle naturale e sintetica e tamburi intonabili sia con pelle naturale sia sintetica. Mi sto cimentando anche nella costruzione di Riqq e Bendhir. 

Ci puoi parlare del mercato e delle forme di commercializzazione dei tuoi tamburelli? Che richiesta c'è da parte del pubblico? 
Il mercato è quello degli appassionati di musica popolare e dei musicisti. Principalmente realizzo tamburi su richiesta e personalizzati secondo le esigenze del cliente. Oltre a questi realizzo anche modelli standard, alcuni dei quali sono presenti sul mio sito. La richiesta è abbastanza continua durante l'arco dell'anno, diventa più assidua durante l'estate grazie alle numerose feste presenti in giro. 

Puoi parlarci della manutenzione dello strumento? 
Più che manutenzione ci sono accorgimenti da rispettare per mantenere in buono stato lo strumento. La pelle naturale è soggetta a cambi di tensione dovuti alla temperatura e all'umidità dell'aria, infatti il tamburo non va lasciato vicino a fonti dirette di calore (per esempio nell'auto sotto al sole, vicino caminetti, termosifoni, ecc) con il rischio di distacco della pelle o della curvatura del telaio (anche se con struttura molto solida). Quelli con pelle sintetica risentono molto meno di questi sbalzi termici. 

Che rapporto hai con gli altri costruttori? 
Conosco personalmente pochi costruttori con cui ho degli ottimi rapporti. Tra questi posso citare: Davide Conte, Raffaele Inserra e Catello Gargiulo, Gianni Berardi e Cristian Iurato. Ognuno di loro ha metodi costruttivi diversi e realizza tamburi che mi piacciono da suonare. 

Ciro De Rosa e Salvatore Esposito

Girolamo de Simone – Di Transito E D’Assenza (Hanagoori Music/Konsequenz)

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È un dato di fatto che Girolamo De Simone sia uno di quegli artisti votati alle musiche di frontiera che maggiormente sono capaci di suscitare un forte coinvolgimento emotivo in chi ascolta le loro composizioni. Con Di transito e d’assenza, il pianista, autore, musicologo resistente ai grumi di incuria politico-culturale partenopea porta a compimento la ricerca intrapresa con la sua “Trilogia bianca”, iniziata con il capitolo “Ai piedi del monte” e proseguita con “Inni e antichi canti” (tra l’altro, i tre CD sono ora disponibili in un cofanetto). Il titolo del terzo dischetto, della durata di 30 minuti (De Simone siede allo Steinway & Sons 498258), presenta un programma che accosta composizioni dell’artista vesuviano a capisaldi dell’estetica della sottrazione: dal compianto Luciano Cilio (“Della conoscenza”), il compositore napoletano precursore delle intersezioni della border music, sperimentatore da non dimenticare per aver prodotto interferenze tra musica colta e pop progressive, al Cornelius Cardew di “The Croppy Boy”, ballata irlandese dei tempi della sollevazione del 1798 che se avesse avuto successo avrebbe cambiato la storia dell’isola, come avrebbe potuto essere per la rivoluzione napoletana dell’anno successivo. 
In continuità con l’essenza dei due precedenti capitoli, l’eloquio strumentale rigoroso e fluido di De Simone si principia nell’”Inno di San Giovanni”. Riluce poi la libera, incisiva rilettura alla tastiera della piazzollana “Milonga del ángel”, c’è il Brian Eno ambient di “First Light”, la sospensione crepuscolare di “Midsommar”, magnifica creazione di quell’altro propugnatore dell’oltrepassamento dei confini musicali che è Max Fuschetto, anch’egli campano. Spazio anche per le rifrazioni del frammento tensivo “Ribattuto”, per il tocco austero di “Fabula – incipit”. Altri due motivi provengono dall’opera meta-compositiva che De Simone ha concepito e rappresentato al PAN di Napoli qualche anno fa in occasione delle celebrazioni scarlattiane (“Scarlact – abstract” e “Scarlact – bordone”). Pur riunendo in un solo ascolto una varietà di fonti e di rimandi, De Simone crea un flusso sonoro compiuto che conduce nel suo ibridato percorso di senso che, come nei due album precedenti che compongono il trittico, coniuga cammino ed attesa, studio e comunicazione, riflessione e dialogo, “rivendicando la necessità della memoria”. 



Ciro De Rosa

Skip & Die - Riots In The Jungle (Crammed Discs/Materiali Sonori)

Skip & Die è il progetto musicale nato dall’incontro tra la cantante e visual artist sudafricana Catarina Aimèe Dahms meglio nota come Cata.Pirata e il produttore olandese Crypto Jori al secolo Jori Collignon, i quali inserendosi sulla scia del successo dei Die Antwoord, hanno dato vita ad una travolgente collisione sonora tra world music, rap ed elettronica. Il loro disco di esordio, “Riots In The Jungle” mette in fila dodici brani frutto di un viaggio durato due mesi nel quale Catarina e Jori hanno attraversato in lungo e in largo tutto il Sud Africa da Soweto a Johannesburg, da Città del Capo a Guguletu, entrando in contatto con le diverse culture e sonorità locali. Complici di questo progetto sono alcuni ospiti d’eccezione come la vocalist Gazelle, la crew hip-hop Driemanskap, i rapper Emxa & Magrebz, la rock band Koao Orecchia e i Season Marimba Stars Ne, che contribuiscono a dare vita ad un disco originale e mai banale, che parla della gente delle baraccopoli, delle rivolte sociali, delle strade polverose ma anche di sole, di speranza e di amore. A caratterizzare ogni brano è la voce di Cata Pirata, una entertainer nata, in grado spaziare con disinvoltura da brani cantati in inglese a quelli in afrikaans, xhosa zulu, ma anche in spagnolo e portoghese, il tutto unito ad un sound potente ed efficace in cui spiccano le percussioni di Nique Quentin e Gino Bombrini, che si mescolano alla perfezione con l’elettronica dell’alchimista sonoro Rene Kuhlmann e l’eclettismo del polistrumentista Daniel Rose. Durante l’ascolto si spazia dal tropical bass all’hip-hop più serrato, passando per il funk e i ritmi tradizionali dell’africa, e così spiccano brani come il travolgente reggae dub de “La Cumbia Dictatura”, il folk della ritmata “Killing Aid”, in cui si apprezza tutta la visione di world music degli Skip & Die e il singolo “Love Jihad” che con il suo caleidoscopio di suoni rappresenta uno dei vertici di tutto il disco. La musica degli Skip & Die riflette così i linguaggi dell’underground delle grandi città sudafricane, in cui il meltin’ pot sonoro diventa la base per raccontarne i problemi, ma allo stesso tempo per tratteggiarne un futuro di speranza. 


Salvatore Esposito

Mamud Band - Afro Future Funk (Felmay Records)

Nell’arco di vent’anni di attività Mamud Band, grazie all’illuminata guida di Lorenzo Gasperoni si è segnalata come una delle band italiane più originali ed innovative, prendendo parte ai più prestigiosi festival internazionali e arrivando a collaborare con il leggendario Lester Bowie nel 1998. A due anni di distanza dal pregevole tributo a Fela Kuti, “Opposite People”, Mamud Band torna con “Afro Future Funk”, disco che rappresenta il coronamento di un lungo percorso di ricerca sonoro attraverso gli immensi patrimoni della musica africana, brasiliana, cubana, giamaicana e afroamericana, e che a buon diritto può essere definito il loro manifesto sonoro, nel quale hanno voluto raccogliere tutte le ispirazioni che da sempre hanno caratterizzato la loro cifra stilistica e la loro creatività. Ad aprire il disco è la title track, uno strumentale dai sapori ethno-jazz dal sound travolgente in cui spicca l’eccellente interplay tra i fiati di Marco Motta (sax baritono), Simone Maggi (tromba), Paolo Profeti (sax contralto). Il funky-latin in levare di “Mambo Chic” ci introduce al vertice del disco “Tangible Dream”, in cui allo splendido testo interpretato magistralmente da Mr. Bobcat alla voce, si unisce un sound che mescola jazz, reggae e musica africana. Se “Talmud” e “Mr. Mamud” ci rimandano al funk afroamericano dei Mandrill, “Careful” vede di nuovo protagonista a Mr. Bobcat. Non mancano due incursioni ora nei suoni più tradizionali della musica africana con “Serius Hymn” nella quale spicca la partecipazione di Giovanni Imparato alla voce e alle percussioni, ora nel blues maliano di Alì Farka Touré in “Two Warnings” che sfocia ben presto in un afro-jazz di grande pregio. Altro vertice del disco sono “German Funk” con i suoi rimandi a Miles Davis e “Latte +”, in cui l’Afro-beat torna ad incrociarsi con il jazz con la complicità di Giovanni Venosta (tastiere), e Alberto N. A. Turra (chitarre) che danno vita ad un pregevole intreccio sonoro, spinto dalle percussioni di Lorenzo “Abu” Gasperoni e Sergio Quagliarella, che con Diego Cattaneo ha prodotto il disco.


Salvatore Esposito

Pizzicati Int’Allù Core – RonDanDò (Teatro Jonico Salentino)

Spesso nello studio del fenomeno della riproposta della musica salentina si tende ad escludere la provincia di Taranto, sia perché quest’area non ha avuto una vera e propria spinta propulsiva verso la ricerca, sia perché sono effettivamente mancate grandi realtà in grado di aprire un varco sui canti tradizionali di quest’area. A partire dal 2007, grazie all’impegno del musicista ed attore teatrale Valerio Manisi (fisarmonica, organetto, tamburello, voce) ha preso corpo il progetto Pizzicati Int’Allù Core, gruppo di musica tradizionale composto da Francesco Motolese (Voce), Anna Genghi (Voce), Federica Quaranta (Voce), Stefano Scatigna(Tamburelli), Arcangelo Trani (Tamburelli), Vincenzo Santoro (Tamburelli), Domenico Carlucci (Chitarre), Domenico Pignatelli (Basso), Antonio Orlando (Batteria), Domenico Nisi (Violino), e Agata Di Noi (Violino), che recuperando l’eredità musicale dei nonni e dei vecchi cantori, hanno dato vita ad una interessante serie di iniziative culturali, nate in seno alla Compagnia del Teatro Jonico Salentino di Grottagliie (Ta), come il Canzoniere Jonico Salentino e Orchestra Popolare Jonico Salentina, che rappresentano le varie declinazioni in formazione semi-orchestrale del gruppo. Il loro disco di debutto, “RonDanDò” raccoglie dodici brani che rappresentano molto bene tutta la carica e l’energia dei loro concerti. A fronte però di un così grande impegno in fase di registrazione e orchestrazione dei brani, ciò che non ci convince di questo disco è l’aspetto concettuale. Infatti, laddove nelle varie presentazioni del gruppo è rimarcato con forza il desiderio di riappropriarsi di un corpus di brani dell’area di Grottaglie, ed in particolare di quei brani famosi che “spesso sono stati commercializzati in maniera non del tutto legittima”, i loro buoni propositi si infrangono di fronte alle ennesime versioni di “Lu Rusciu De Lu Mare”, “Canzone Alla Ruvescia”, “Damme Nu Ricciu”, che nulla aggiungono e nulla tolgono a quanto già sentito nelle versioni di altri gruppi. Come se non bastasse, nel disco trova posto anche una “Pizzica Di Aradeo”, suona come una beffa, di fronte ai propositi di autenticità del gruppo, e che finisce per sminuire gli intenti nobili della loro proposta musicale. Certo qualche spunto di ricerca interessante non manca come “Pizzicanostra” o la title-track, ma è davvero molto poco soprattutto se poi si finisce per etichettarsi come il gruppo della “vera taranta”, considerando poi che tanti arrangiamenti risentono della lezione dai vari maestri concertatori che si sono alternati alla guida del concertone de La Notte della Taranta. Queste considerazioni non suonino però come una stroncatura, ma piuttosto come un richiamo a rifarsi quanto meno a quella Ricerca con la lettera maiuscola che nel Salento, non si è mai spenta grazie all’opera di tanti ricercatori che hanno speso la loro intera vita per i loro studi sul campo. Ai Pizzicati Int’Allù Core non mancano certo le qualità per un inversione di tendenza nel loro approccio alla musica, fatto magari più di lavoro e di ascolto delle fonti tradizionali, e meno, si spera, di proclami buoni forse a raccogliere folle di danzatori improvvisati di pizzica, o di ricercatori di “mosse di taranta”, ma non certo utili alla conservazione della tradizione. 


Salvatore Esposito

Luca Turchet, Anima Folk, ilmiolibro 2013, pp.144, Euro 10,00

Giovane musicista e compositore veronese, Luca Turchet, dopo un intenso percorso di formazione in Italia e all’estero, nonché una solida esperienza maturata come direttore artistico del Gruppo Etnico-Musicale dei Panganoti Cimbri, ha deciso di raccogliere le sue esperienze di viaggio e di ricerca in un libro, è nato così “Anima Folk”, un appassionato diario di viaggio nelle musiche e nelle danze del folk europeo tra passato, presente e futuro. Attraverso una scrittura diretta ed essenziale, il musicista veronese, ha ricostruito il suo percorso di formazione, trasmettendo al lettore tutta la sua curiosità di giovane viaggiatore e ricercatore. Durante la lettura lo scopriamo alle prese con incontri, aneddoti, ricordi, ma anche fortuite coincidenze che svelano tutta la bellezza e l’autenticità del mondo del folk in Europa, tra musicisti, danzatori, costruttori di strumenti, festival e tanta allegria. Emerge così quell’anima folk che è alla base dl libro, quell’anima che mette in contatto la gente, senza frontiere, senza pregiudizi e senza limiti, incontri di gente che lotta per la valorizzazione e la riscoperta di un patrimonio millenario al tempo di internet e della globalizzazione. Senza la pretesa di essere un saggio o un manuale, Anima Folk ci offre uno spaccato di un percorso di ricerca che parte dal passato per guardare al futuro. A completare il libro c’è una interessante appendice in cui Tuchet ha voluto dare voce alla coralità del folk, raccogliendo le testimonianze di parte di quella gente incontrata sulla strada alla ricerca dell’Anima Folk. 

Il libro è disponibile in formato cartaceo ed ebook su www.lucaturchet.it e www.saperepopolare.com

Salvatore Esposito

Soul Food, Roma, 24-26 Maggio 2013

Giunto alla sesta edizione, Soul Food è ormai diventato un appuntamento irrinunciabile per quanti credono che attraverso piccoli gesti come cucinare e ricercare di prodotti genuini, sia possibile quella “rivoluzione di ogni giorno”, che è stata il leit motiv di questa manifestazione itinerante, nomade e tutta incentrata su intrecci tra musica, arte, cibo e sostenibilità. Promosso dall’associazione Terreni Fertili, il festival, tenutosi a Roma nell’arco di tre giornate dal 24 al 26 maggio in location differenti, è stata l’occasione per riscoprire il valore del gusto e del mangiar bene e sano, come sinonimo di unione e dialogo tra culture differenti, ma anche per riaffermare come sia possibile costruire una società, libera, equa e solidale. Ad aprire la kermesse romana sono state le Cene Carbonare, nove tavole imbandite all’interno di case private, le cui portate sono state curate ad hoc da artisti, scrittori, lettori ed agricoltori che per l’occasione hanno dato vita ad una varietà di menù differenti, tutti rigorosamente realizzati con prodotti km 0. 
Se spiccare tra i vari cuochi è stato senza dubbio Stefano benni, che ha celebrato il mare insieme a Don Pasta e con le letture del suo “Bar Sotto Il Mare”, le altre cene a tema sono state caratterizzate da temi di attualità come l’Ilva di Taranto raccontata da Mario Desiati, la cementificazione e il recupero dei territori con la cooperativa Co.r.a.Ag.Gio e le storie di sfruttamento raccontate da giovani della comunità Sikh dell’Agro-Pontino, ma anche a progetti di sostenibilità ambientale come la Mobilità Nuova o Semi Resistenti, realizzata da alcuni agricoltori irpini. Sabato 25 ha visto Soul Food trasferirsi nel cuore del quartiere San Lorenzo, presso gli spazi liberati del Nuovo Cinema Palazzo, che ha riscoperto il suo potere aggregativo, facendo da sfondo dapprima al guerrilla gardening, nel quale i bambini del quartiere hanno realizzato delle piccole aiuole per seminare nuovi spazi di città, e poi all’aperitivo, con degustazione di fritti, accompagnati dalle percussioni del musicista cubano Humberto “la Pelicula” e dalle voci dell’associazione Macobo che hanno riproposto alcuni canti di santeria. 
Momento clou della serata è stata la cena evento alla quale hanno preso parte oltre centocinquanta persone e che ha visto alternarsi tra un piatto e l’altro le varie performance. L’atmosfera familiare e festosa ha fatto sì che si superassero con facilità anche gli inevitabili problemi organizzativi, e allo stesso modo ha reso ancor più coinvolgente i vari interventi che si sono susseguiti nel corso della cena, il cui menù è stato curato da Genuino Clandestino & Gianluca Gennaioli. Se ad aprire le danze sono stai i tamburi a cornice dell’associazione Terra e Libertà, che hanno accompagnato l’antipasto con le torte rustiche, a seguire sono arrivati gli interventi di Cesaretto di Terraterra, e le fave e cicorie “clandestine”, e il sax di Danilo Desideri di Funkallisto, mentre la testimonianza delle ricerca sul campo di Alessandro Portelli e l’ascolto di due frammenti provenienti dalle sue ricerche sul campo in Umbria hanno fatto da introduzione al burghul alla siriana. Di grande interesse sono stati anche gli interventi di Alessandro Langiu, Ferdinando Vaselli e Valerio Aprea, mentre impeccabile maestro delle cerimonie della serata è stato Donpasta, che ha aggiunto la sua ormai inconfondibile firma a tutto l’evento. Conclusione della serata affidata al dj-set di Massimiliano Troiani e Mr. Makita di U-FM Radio. Il 26 maggio SoulFood ha popolato il Circolo degli Artisti, trasformandolo in un mercato a cielo aperto, in cui i partecipanti hanno avuto modo di avere un contatto diretto con i produttori e con il laboratorio di tagliatelle con Donpasta, il tutto accompagnato dalla musica delle Stacchi a Spillo e della Bassa Bossa Trio. Finale in grande stile con la braciolata biologica, il cooking dj-set di Donpasta a base di soffritto e il Soundsystem di U-FM. 



Salvatore Esposito

Mattew E. White - Big Inner (Domino Records)

E’ un disco del 2012 questo “Big Inner” uscito in tutto il mondo nel gennaio del 2013, come si dice in ambito editoriale, per i tipi della Domino Records, etichetta davvero interessante e che spazia realmente. Infatti, questo disco spazia. C’è dentro una visione spirituale profonda e variegata, davvero quel big inner del titolo, qualcosa di grande e profondo, che omaggia chi della musica profonda e importante ha fatto vita, vedi The Band et similia. Perchè mi viene in mente la Band di Robbie Robertson e del magnifico cantante e drummer Levon Helm, del basso agile e della soul voice di Rick Danko? Della musica toccante di Richard Manuel e delle tastiere enormi e leggere del barbudo genio Garth Hudson? Non perché la musica dell’altrettanto barbudo Matthew sia direttamente riferita al grande gruppo canadese, ma perché presenta la stessa inclassificabilità. Avete mai ragionato sull’importanza diderotiana della classificazione? Da sempre, da quando l’essere umano ha iniziato a battere su tronchi vuoti e affrescare grotte, la classificazione ha rappresentato una sfida, vuol dire suddividere, classificare per genere, commestibile/non commestibile e ancora più in profondità, non commestibile/velenoso, amico/nemico amica/ amante, notte/giorno, montagna/collina, colorato/grigio. Ora pensate al problema della classificazione dentro gli esercizi commerciali. Il vostro affezionato Rigo ha lavorato a lungo e con grade diletto e piacere dentro un bel negozio di dischi della piccola cittadina, dove è nato e cresciuto, ed uno dei problemi che affrontavo quotidianamente una ventina d’anni fa, con struggimenti e interrogativi continui e ripetuti era dove inserire The Band. Nel Rock si però... nel Country? Certo ma... New Orleans ? anche ma...Funky ? beh, insomma... Americana (qualche anno dopo...) potrebbe ma... Ecco, riassumendo per dovere di concisione, con Matthew E. White per fortuna e lo sottolineo, si è di fronte allo stesso problema. E’ un disco di Gospel Moderno? Di presudo Jazz col Groove? sì e anche no... Diciamo che è un bel disco, di un giovane compositore molto molto dotato, capace di utilizzare l’aspetto positivo e dronico di certa musica adatta a trip cerebrali e farla divenire una piccola mania. Matthew ha una visione e la persegue, è la concezione di passione ed amore per la musica che traspare da ogni pezzo, una passione che si cristallizza dentro gli arrangiamenti e le sonorità calde e analogiche del suo Big Inner facendolo risaltare sul mare magnum dei release quotidiani che invadono il mercato. Nelle sue canzoni trova spazio un sound personale lontano anni luce dalle necessità legate al business e questo da un respiro di sollievo e un minimo di speranza a chi, come noi, la perde quasi quotidianamente. No, tranquilli, non c’è una terra promessa, non più, non ci sono neanche più eroi, ma musicisti che si sbattono con intelligenza per far arrivare un loro pensiero che va oltre l’aspetto esteriore del pacchetto ce ne sono e, in qualche posto, lontano nel west, trovano persino lo spazio ove giocarsi una possibilità ad armi pari. Sì perché la questione principale è quella, tu puoi anche creare che sò il corrispettivo del White Album del 2013, io ci credo, non lo ritengo impossibile (difficile sì, ma non fuori portata), la cosa difficile è trovare chi ci crede e accetta di investirci dando una possibilità di crescita a un progetto che appare strampalato. Ecco la differenza. Vedere il lavoro di una etichetta come la Domino, senza approfondire, mi pare già una speranza che aiuta a vivere un poco meglio. Bel disco, pervaso di spiritualità, di fede e speranza non cieca ma poetica. Ricco di suoni molto curati e mixato con eleganza pigra e lazy. Consigliato.


Antonio "Rigo" Righetti

martedì 21 maggio 2013

Numero 101 del 22 Maggio 2013

Dopo lo speciale n.100, a cui seguiranno altre sorprese editoriali e non, Blogfoolk torna con il quarto numero di maggio, che si apre con un interessantissimo reportage sul campo curato da Francesco Martinelli, il quale ha seguito per noi il Mazurki Festival che annualmente si tiene a Varsavia, in Polonia. Prosegue poi la rubrica Cantieri Sonori con l’intervista a Gianni Berardi, mentre ampio spazio è riservato alle recensioni provenienti da angoli diversi del pianeta: il Consigliato Blogfoolk  va a "Quercus", gioiello inciso da June Tabor con Iain Bellamy e Huw Warren, occhi puntati anche su "Beautiful Africa", nuovo album di impronta indie, realizzato da Rokia Traorè, e sul tributo a Victor Jara di Ugo Guizzardi e Angelo Palma. Ritorna la rubrica Viaggio in Italia con gli Enerbia, mentre per la rubrica Storie di Cantautori, abbiamo selezionato l’interessante "Zagarage" di Anna Granata. Remo Scano per la rubrica Idee ci ha raccontato la sua esperienza di studio e di ricerca in India e Last But Not Least, il nostro Rigo nel suo Taglio Basso ci racconta "Guerrier" di Cheick Tidiane Seck.

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Tutte Le Mazurche del Mondo, Varsavia, 9-13 maggio 2013

Janusz Prusinowsky guida le danze con Maria Siwiec del coro di Gałki
Mazurca. Cosa evoca questa parola nella vostra mente? Tristi pomeriggi al circolo degli anziani? Estenuati pianisti che eseguono tutto in rubato? Le variazioni del Migliavacca? Sbagliato. O meglio, c'è molto di più. Per liberarsi dei luoghi comuni sulla mazurca nulla di meglio di andare a Varsavia, al Festival “Tutte le mazurche del mondo” che un gruppo di appassionati raccolti attorno al violinista Janusz Prusinowski, il cui gruppo mi aveva molto impressionato al concerto cui avevo avuto la fortuna di assistere durante il Womex 2012 di Salonicco, organizza dal 2010. Grazie quindi al gentile invito dell'attivissimo e organizzato Istituto Adam Mikiewicz, che dal 2000 si occupa con successo della promozione della cultura polacca all'estero, che mi ha permesso di immergermi per qualche giorno nel turbine delle mazurche e di tutto quello che si muove intorno alla cultura musicale popolare polacca. Relegata nel “blocco orientale” fino al 1989, la Polonia è invece dal punto di vista culturale, se non linguistico, una delle voci fondanti dell'identità europea del Novecento, particolarmente importante nel campo del cinema (Polansky, Wajda, Kieslowsky) e del jazz: Komeda, Stanko, Urbaniak, Namyslowsky, Dudziak, e anche Krzysztof Penderecki: potrà sorprendere qualcuno ma una delle prime e tuttora più riuscite esperienze di dialogo tra musica europea d'avanguardia del novecento e improvvisazione di matrice afroamericana fu proprio Actions, un progetto del 1971 con Don Cherry e Penderecki. 
Nyckelharpa
La rivista polacca Jazz Forum, pubblicata in edizione inglese dal 1967 al 1989, è stata senza dubbio come dice il suo programmatico titolo il più importante forum globale per il jazz, con una attenzione particolare a tutto quello che si muoveva fuori dagli USA e specialmente in Europa. Non solo una importantissima cassa di risonanza ma un contributo decisivo alla creazione di uno spazio comune jazzistico europeo, quando ancora l'Europa politica era di là da venire: un ruolo d'avanguardia e d'unificazione che la cultura polacca sembra aver interpretato a più riprese nel corso dei secoli. La musica di Chopin è certamente rappresentativa di una di queste fasi, e anche se noi tendiamo ad associarlo con la cultura francese egli era, nelle parole di George Sand, più polacco della Polonia stessa. Le sue mazurche, ispirate al repertorio popolare, ne sono una delle testimonianze più intense, ma le danze polacche in tutte le loro variazioni si sono diffuse in Europa fino da due secoli prima. Sono queste radici popolari che il festival esplora con grande rigore, senza limitarsi ad esse ma anzi indagando i rapporti con la musica composta, sia antica che contemporanea, e con tutte le avanguardie. Non faccio in tempo a sentirlo, ma uno dei concerti del festival, tenuto da un'orchestra contemporanea, è dedicato all'esplorazione del ruolo della musica folk nelle opere di Lutoslawski degli anni Cinquanta, come la Piccola Suite per Orchestra. E non si tratta solo di concerti: la mazurca è fatta per essere ballata e il cuore del festival è un sabato sera di danze, ma in tutti i concerti non manca mai l'elemento di partecipazione del pubblico e degli artisti stessi, che spesso e volentieri lasciano gli strumenti e invitano una dama per trascinarla nel vortice. Era anzi questo uno degli elementi che più mi aveva colpito dell'esibizione a Salonicco. Oltre alle danze suonate, cantate e ballate il festival è anche seminari, in cui musicisti della tradizione trasmettono alle giovani generazioni brani e tecniche, e organizza una mostra di strumenti tradizionali con relative dimostrazioni, vendita di cd e proiezione di documentari. E il festival delle mazurche è solo una delle voci di una significativa scena world e neo-trad, con band come Trebunie-Tutki, Orkiestra Św. Mikołaja, Kapela Ze Wsi Warszawa e R.U.T.A che negli anni si sono ritagliate uno ruolo di primo piano nei festival europei. Un movimento musicale vibrante anche per l’esistenza di numerose rassegne annuali di matrice world a Varsavia, Lublino e Poznan, e quelle dedicate al klezmer, con band come Kroke e Cukunft. Non da ultimo, ricordiamo sempre nella capitale, il festival-concorso Nowa Tradycja, che ha chiuso i battenti proprio la scorsa settimana, organizzato dalla Radio Nazionale Polacca. 

9 Maggio 
Czesław Adamczyk e Katarzyna Zedel del Museo di Szydłowiec
Varsavia è assolata al nostro arrivo, gli abitanti vanno in giro in infradito e calzoncini per far fronte agli inconsueti 25 gradi, e da tutte le parti sono evidenti i segni di un crescente benessere: cantieri per nuovi alberghi, zone industriali, metropolitana in espansione. Ma la memoria delle tragedie del passato non muore, basta grattare un poco la vernice e ragazzi nati dopo il 1989 parlano con emozione delle lotte per l'indipendenza dei secoli passati, e dei drammi dell'ultimo: lo sterminio degli ebrei del ghetto, e poi la tragica fine della Rivolta di Varsavia, quell'insurrezione popolare organizzata dal governo clandestino nel 1944 – da non confondere con la rivolta del ghetto, avvenuta l'anno prima, 1943 – che vide l'esercito nazionale combattere per due mesi, con poche armi e minor addestramento, contro preponderanti forze naziste, e che fu lasciata morire di comune accordo dalle grandi potenze USA e URSS per addomesticare la Polonia e assicurare la riuscita della divisione del mondo in sfere di influenza: manovra miope riuscita a breve termine ma fallita e anzi causa di un orgoglio nazionale accresciuto. Il nuovo e moderno Museo dell'Insurrezione è una visita sconvolgente, ma doverosa e istruttiva; il Museo della Civiltà Ebraica di Varsavia è invece ancora in corso di allestimento anche se l'edificio è già pronto e visitabile. Tutti buoni segnali che allo sviluppo economico si accompagna in modo consistente la valorizzazione della storia e della cultura. Il festival si svolge in vari luoghi della città, tra cui il Centro Regionale della Mazovia (la regione di Varsavia) per le arti e la cultura, in cui è coincidentalmente esposta una bellissima mostra dei manifesti originali del Jazz Jamboree, lo storico festival polacco (la Polonia è sempre stata famosa per i suoi artisti grafici, che hanno realizzato manifesti di concerti e copertine di dischi anche all'estero, e un'altra mostra di fronte al Palazzo presidenziale ne presenta l'opera). All'arrivo ogni sala della bella struttura (molti edifici di Varsavia sono assai eleganti, anche se non mancano case popolari di stile un po' cupo) si rivela colma di ragazzi che praticano con maestri tradizionali gli strumenti classici della mazurka, approfondendone le sottigliezze nei ritmi e nel fraseggio delle melodie. La mazurka può essere anche cantata, ma ne esiste una versione strumentale, l'oberek, caratterizzata da vertiginosi virtuosismi. In tutti i casi, il ruolo del violinista è importante perchè il suo fraseggio ispira e guida i ballerini a introdurre varianti nel loro movimento di base; per questo gli strumentisti “ascoltano” la sala, in un rapporto dialettico che nelle forme commercializzate di ballo è perso. Non si può non pensare ai primi batteristi di jazz che cercavano quel momento magico in cui il ritmo della band si sincronizzava con il fruscìo dei piedi dei ballerini. La sera il Centro stesso ospita i concerti in una sala troppo piccola per il pubblico entusiasta. Dati i rapporti storici difficili, è bello vedere gruppi ucraini e russi che portano al festival le loro tradizioni. I russi del gruppo Naroda sono particolarmente intensi nella loro riproposizione di canti e danze di aree diverse del loro enorme paese. La polifonia a sei od otto voci dei canti religiosi della Siberia dell'Ovest è profonda ed ammirevole, come è spettacolare il modo in cui il coro si trasforma subito dopo in un corpo di ballo dai movimenti semplici ma eleganti e ben sincronizzati. Ma dopo il concerto cominciano le danze, aperte dalla ricercatrice russa Marina Krjukowa, travolgente anche come performer al violino e alla voce. 

10 maggio 
I Russi Romoda
Il giorno dopo la perfetta organizzazione dell'istituto Mickievicz porta la delegazione di ospiti presso l'Istituto per l'Arte e le Tradizioni popolari dell'Accademia Polacca delle Scienze, dove il responsabile dell'archivio ci illustra la storia delle tradizioni etnografiche – purtroppo largamente andate perse durante l'ultima guerra a causa della sistematica distruzione della città e del suo patrimonio artistico e culturale perpetrata dai nazisti, e poi faticosamente ricostruite negli anni Cinquanta da gruppi di pionieristici ricercatori. Oggi l'Archivio è attivo sia come raccolta sia come digitalizzazione e pubblicazione delle registrazioni storiche; in particolare il primo volume della serie (1945 – 1950) presenta un affresco vibrante di una ricchissima tradizione regionale (informazioni ulteriori presso www.ispan.pl/en). La sera i concerti si sono spostati alla Fortezza (in polacco scritto Forteca, ma suona come in italiano), una struttura situata in un parco e normalmente usata come ristorante e per feste, con un grande spazio centrale coperto da un tendone e cavernose sale disposte a raggiera intorno. Il programma è a tema baltico, con la partecipazione di gruppi svedesi: nel Cinquecento infatti Svezia, Polonia e Lituania sono state uno stato unico, e a tutt'oggi la componente scandinava è ben presente nella cultura e direi nello stile di vita polacco. La sezione svedese è coordinata dal violinista Magnus Gustafsson, ed è un po' troppo affollata, con troppi gruppi e poco tempo. Oltre a Gustafsson spicca il Nyckelharpa trio: la nyckelharpa è un violino a tastiera, sorta di anello di congiunzione tra la viola da braccio e la ghironda. Il gruppo esegue le versioni svedesi di danze polacche che in Svezia nei secoli hanno acquisito caratteristiche proprie pur mantenendo nomi originali – polska, pols e polsk. Affascinante la proposta musicale dell'Orchestra Csazow Zarazy (l'orchestra del tempo del colera) che riesegue le danze polacche trascritte nel Settecento da Telemann – il compositore barocco ne fu ispirato dopo averle sentite a Berlino - con un ensemble inedito: cornamusa, violino, trombone, basso e regal (un organo positivo a doppio mantice tipicamente polacco e a volte difficilmente controllabile, forse perchè in questo caso dotato di un moderno compressore). Il risultato è forse poco filologico ma certamente vitale – dove si vede ballare durante le esecuzioni di Telemann? Pezzo forte della serata la Kapela Brodow sotto la guida di Witek Broda, che quindici anni si dedica alla ricerca e alla documentazione delle tradizioni di una specifica regione della Polonia, intorno a Rzeszow, caratterizzata da una particolarmente inventiva, selvaggia ed energetica musica per violino. Con due violini, cymbalon e basso il gruppo ha un suono diretto, fortemente ritmico, e le due voci si intrecciano in una continua invenzione. In chiusura a segnalare l'ampiezza di orizzonti del festival e anche un fecondo rapporto tra jazz e tradizioni folk in Europa il set del gruppo di una delle vosi più importanti del jazz polacco, il sassofonista Zbigniew Namyslowski, che partecipa poi alla jam finale che accompagna una elegante polonaise danzata o più precisamente camminata dalla maggioranza del pubblico in sala. 

11 maggio 
Kapela Brodow con Witold Broda e Iwona Sojka
La giornata conclusiva del festival inizia in tarda mattinata quando sotto il tendone della fortezza viene allestita una fiera di strumenti popolari, dischi, libri, e tutto quanto è collegato alla tradizione. Nelle stanze intorno proseguono i seminari, con proiezione di documentari e atelier per bambini, e la fiera grazie alla bella giornata si espande all'esterno, nel parco, in cui continuano esibizioni improvvisate e scambi di informazioni tra i vari gruppi che partecipano al festival e i visitatori da molte nazioni europee; altri gruppi folk, tra cui uno turco, portano il loro contributo in amicizia e in un clima di festa. Dal regal suonato nel gruppo che eseguiva Telemann deriva forse la fisarmonica a pedali che permette al fisarmonicista di riposare schiena e braccia affidando il flusso dell'aria a un mantice azionato con i piedi; e la stessa cornamusa è dotata di un mantice posto sotto l'ascella dello strumentista che quindi non deve più insufflare nella pelle! Vecchi maestri incontrano nuovi musicisti, in un tripudio di fotocamere e riprese video, mentre musicisti di villaggio provano nuove batterie e fisarmoniche con atteggiamento professionale, ricordano matrimoni passati insieme e ricostruiscono melodie tradizionali. Quello che colpisce è la grande presenza di giovani, interessati e concentrati ma anche pronti a riprendere a ballare non appena c'è musica e spazio. E' poi comune il polistrumentismo, per cui tamburelli, bassi e violini passano da una mano all'altra senza distinzione fissa di ruoli. La sera niente concerto – solo danze, con una teoria di gruppi che si avvicendano e si mescolano sul palco, ospiti illustri come Namyslowski che si aggira interessato tra il pubblico, e aggiunte dell'ultimo momento come lo splendido gruppo lituano guidato da Laura Lukenskienė, etnomusicologa del museo degli strumenti popolari di Kaunas, e accompagnato da una dozzina di ragazzi che si materializzano tra la folla eseguendo misurate figure.
Stefan Novaczek violin workshop
Finalmente si esibisce anche quello che viene chiamato ancora lo Janusz Prusinowski Trio ma che è in realtà un gruppo a organico variabile con l'aggiunta stabile del fiatista Mihal Zak, e di altri musicisti a seconda dei brani e dei progetti: in questo caso è il trombettista Szczepan Pospieszalski a completare la formazione sul palco. Malgrado Janusz, il percussionista Piotr Piszczatowki e Mihal siano impegnatissimi nell'organizzazione, a far rispettare i tempi dei concerti e a far circolare i gruppi, non mancano le occasioni di vederli partecipare alle jam e alle danze. In questo senso decisivo il ruolo del bassista del gruppo Piotr Zgorzelski, specialista di danze popolari ed elegante conduttore dei balli. E' osservandolo che si capiscono bene le differenze ritmiche, il rapporto tra le varie parti del corpo, la solidità del busto rispetto alla velocità del gioco di piedi e gambe. Ma alla fine quello che resta è il vorticoso circolare delle coppie, verso un'estasi che ricorda come queste danze siano nate in una classe quasi di schiavi che trovava in esse una vitale dimensione di oblìo dalle terribili condizioni di lavoro. Tutti i gruppi dei giorni precedenti, ed altri, tornano sul palco; tra essi esponenti diretti della tradizione come il violinista Jan Gaca, ottantenne ma apparentemente ancora capace da buon musicista di matrimonio di suonare all'infinito per far ballare gli invitati, tant'è vero che dopo il suo set lo ritroviamo nell'atrio circondato di giovani ammiratori a suonare ancora, e nuove o nuovissime leve, come la giovanissima bassista e cantante del gruppo che ha vinto il concorso delle band tradizionali. Ma in molti gruppi ci sono musicisti di meno di vent'anni. Le danze si rinnovano e la notte scorre veloce... 

12 maggio 
Grazie di nuovo ai gentilissimi organizzatori abbiamo la possibilità di visitare la casa di Andrew Bienkowski, pittore d'avanguardia trasformatosi in etnomusicologo, che dagli anni Ottanta raccoglie registrazioni sul campo. E' una specie di Alan Lomax della mazurca, le sue ricerche hanno dato vita a una notevole serie di cd che sono una fonte inesauribile di materiale per il nuovo movimento folk. Ci accoglie con fervida ospitalità – un vero tratto nazionale dei polacchi – in una casa piena di quadri e musiche, ci mostra i primissimi video da lui raccolti negli anni ottanta, quando ancora una cassetta da registrare costava quanto lo stipendio mensile di un operaio. Espone come un fiume in piena le sue appassionate argomentazioni sulle origini e lo sviluppo della musica polacca: i volonterosi traduttori improvvisati sono in difficoltà ad arginarlo e a volte a interpretare quello che dice, ma la sua personalità travalica ogni ostacolo linguistico per comunicare con gli ascoltatori il valore di quello che ha raccolto. Maggiori informazioni al sito http://www.muzykaodnaleziona.pl/. 

13 maggio 
a casa di Jan Gaca con Mihal Zak, Maniuszka Bikont, Maria Gaca,
Jan Gaca, Michał Maziarz e Piotr Piszczatowski
La visita in Polonia viene coronata dalla possibilità unica di passare una giornata da invitati presso Jan Gaca e i musicisti del suo villaggio, soprattutto le straordinarie signore che non si facevano pregare, per tutto il festival, ad attaccare le loro allusive strofette matrimoniali o a lanciarsi nella danza. Prima a casa di Gaca a Przystałowice Małe e poi grazie alla gentile ospitalità della signora Maria Siwiec a Gałki, abbiamo avuto il piacere di mangiare la cucina locale, bere innumerevoli vodke che sembravano non lasciare tracce negative, e soprattutto ascoltare a lungo gli strumenti e le voci della tradizione del villaggio. Gaca proviene da una famiglia di musicisti, ha suonato per molti anni il tamburo prima di passare al violino ed il suo repertorio di polke, mazurche ed oberek è stato oggetto di studi, trascrizioni e diversi documentari: si tratta di una vera e propria memoria vivente della musica popolare polacca della regione di Radom, e davanti ai nostri occhi il processo prosegue. Jan, ci raccontano, è molto apprezzato per la sua capacità di suonare quello di cui hanno bisogno i ballerini per vivacizzare la danza con variazioni improvvisate, ed è un grande insegnante, paziente e abilissimo nell'individuare i punti deboli dei musicisti giovani; continua a incoraggiarli ripetendo con loro i brani che vogliono imparare finchè non li eseguono perfettamente, prima di incuriosirli con l'esecuzione di un nuovo pezzo. Naturalmente tutto questo processo avviene senza il supporto della scrittura, è del tutto orale e parte dall'imitazione del maestro. A casa di Maria un tavolo imbandito accoglie i visitatori stranieri e altri ospiti; in una felice confusione nel piccolo appartamento si mangia, si beve, si balla e si canta. Jan è inesauribile, passa alla percussione, accompagna il gruppo vocale, si sottopone volentieri alle domande, scherza con i visitatori. Al termine visitiamo la sede del gruppo locale di danza, in cui Maria organizza regolarmente le serate: un magazzino agricolo del gruppo volontario dei pompieri, spoglio e modesto, ma che i musicisti del gruppo di Prusinowski e gli altri ragazzi del nuovo folk chiamano con occhi brillanti “la nostra mecca”. Jan ci accompagna, la sua disposizione naturale all'allegria migliorata da vari bicchierini, ed esplode per le strade del villaggio in una rielaborazione vocale della Delilah di Tom Jones: in qualche modo sembra una perfetta conclusione della visita. 


Francesco Martinelli

Intervista con Gianni Berardi

In occasione del Meeting Internazionale del Tamburello, organizzato dalla Società Italiana Tamburi a Cornice, che si è tenuto a Roma dal 10 al 12 maggio, abbiamo intervistato Gianni Berardi, con il quale abbiamo ripercorso la sua formazione, che lo ha condotto ad essere tra i più apprezzati costruttori italiani di tamburelli, ed insieme abbiamo analizzato le varie fasi di lavorazioni dei suoi modelli unici, le diverse tipologie di percussioni da lui prodotte, per giungere ad un focus sul target della sua produzione. 

Dove e come hai imparato a costruire il tamburello? 
Da ragazzo, subito dopo i primi approcci al tamburello con Alfio Antico e Luis Agudo, la curiosità mi ha portato a tentare le prime sperimentazioni. Il mio punto di riferimento sono stati gli anziani di Montemarano, che mi hanno spiegato le loro tecniche di costruzione. 

Chi è stato il tuo maestro? 
Di maestri ne ho avuti molti. Non erano costruttori, ma suonatori che avevano iniziato a costruirsi i propri tamburi. 

Che rapporto c’era e c’è con la musica nella tua famiglia? 
Da quanto mi risulta nella mia famiglia non ci sono stati musicisti. C'erano però lontani parenti dotati di grande manualità artigiana. 

Quanto è durato l’apprendistato? 
Non è stato un vero apprendistato, ma un'esperienza dettata dalla curiosità e dalle necessità di un suonatore con tanta voglia di approfondire la sua passione. Perché questa per me è stata sempre una passione, come tante altre che porto avanti con amore. La mia professione riguarda la lavorazione del cuoio: sono specializzato nella modellistica e nella realizzazione di prototipi e ottimizzazione della produzione. Ho sviluppato abilità che mi sono tornate utilissime nella costruzione dei tamburi a cornice.  

Pensi di aver raggiunto il massimo come costruttore? 
Secondo me un costruttore non raggiunge mai il massimo. L'importante è cercare sempre di migliorarsi. Sicuramente essere anche un suonatore aiuta moltissimo per comprendere le migliorie da apportare agli strumenti. 

Che materiali utilizzi? 
I materiali da me usati principalmente sono: il legno, le pelli e metalli vari per tamburi a carattere tradizionale. Per ottenere risultati diversi e per esigenze particolari entrano in gioco prodotti moderni con caratteristiche tecniche elevate, come membrane in mylar, colle speciali, acciaio ecc. 

C’è differenza tra le varie tipologie di legno, pelle e metallo da utilizzare? 
La differenza dei materiali usati e la tipologia di costruzione fanno la caratteristica di ogni singolo tamburo a cornice. 

Da cosa dipende la scelta dei diversi materiali? 
La scelta dei materiali è dettata spesso anche dall'artista che userà lo strumento. Solitamente un tamburo nasce dal dialogo tra me e il musicista che lo richiede. Si crea una sinergia tra la mia esperienza di costruttore-suonatore e le esigenze del musicista stesso. 

Ci puoi parlare delle varie fasi e delle tecniche di costruzione? 
Le fasi di costruzione sono troppe da descrivere. Una delle più importanti tecniche di costruzione penso sia quella maggiormente vicina alla tradizione, anche per la sua semplicità. È quella che io seguo quando tengo i corsi di autocostruzione, in cui gli iscritti realizzano un tamburo sotto la mia guida nell'arco di una giornata. Si parte da un cerchio calandrato (fascia di legno piegata in modo circolare) che solitamente veniva usato per la costruzione di setacci o di forme per il formaggio. Facilmente si realizza la cornice, poi vengono fatti i fori per i sonagli e infine si monta la pelle di capretto o capra che è stata precedentemente ammorbidita in acqua pulita (rinverdita). Mentre la pelle montata viene lasciata asciugare si preparano i sonagli con latta di ferro di recupero: praticamente i sonagli vengono tagliati con forbici da lattoniere, poi vengono forati, a volte bruciati per conferirgli colore e suono diverso e poi vengono montati con semplice filo di ferro. 

Che tipologia di tamburello costruisci? 
Solitamente tutto quello che mi chiedono, ma gli articoli che vanno di più sono i tamburi tipici italiani, da quello tradizionale che è anche quello meno costoso a tamburi accordabili di ultima generazione, ma sempre di foggia tradizionale. 

Ci puoi parlare del mercato e delle forme di commercializzazione dei tuoi tamburelli? 
Il mercato non è dei più favorevoli, la crisi tocca anche questi settori. In Italia pensare di fare l'artigiano in regola con questo mestiere è un suicidio, per questo la maggior parte dei costruttori è abusiva o amatoriale. Questo è un mestiere che dovrebbe essere tutelato dallo Stato con incentivi e zero tasse in modo da portare i giovani verso questo settore. Gli antichi mestieri pian piano stanno scomparendo, è storia vecchia ormai. Si riesce a vendere qualcosa grazie all'inventiva dei produttori e agli organizzatori di eventi. Infatti la maggior parte dei negozi musicali non segue moltissimo questo settore. Io ormai sono conosciuto da tanti. Conoscono e riconoscono i miei articoli, forse la caratteristica dei miei prodotti è proprio la particolarità. Io costruisco da solo ed ogni mio tamburo è realizzato da me personalmente a richiesta del musicista. Praticamente sono sempre pezzi unici. 

Che richiesta c'è da parte del pubblico? 
La richiesta è buona. Ho scelto una linea di lavorazione particolare. La maggior parte dei tamburi in circolazione ha un prezzo che varia dai 30 agli 80 euro. I miei prodotti partono dagli 80 euro. Ho scelto di lavorare su prodotti curati che mi diano una maggiore soddisfazione. Solitamente quando un musicista compra da me la prima volta poi torna di nuovo per altri acquisti, modifiche, manutenzioni ecc. 

Puoi parlarci della manutenzione dello strumento? 
La manutenzione dello strumento è facile e indispensabile, la può eseguire ogni suonatore. Solitamente spiego le basi della manutenzione e della cura del tamburo al primo acquisto. Resto comunque sempre a disposizione per chi non se la sente di intervenire direttamente, ad esempio nella sostituzione delle pelli.  

Che rapporto hai con gli altri costruttori? 
Il rapporto con gli altri costruttori è buono, la maggior parte li conosco e tanti sono amici. Spesso ci scambiamo informazioni tecniche, trucchetti e a volte si aprono collaborazioni. Ogni tanto mi sento dire che qualcuno cerca di copiare i miei articoli, ma non è proprio così. I prodotti artigianali hanno la caratteristica della mano del produttore, forse qualcuno si ispira alle mie produzioni, ma la fattura artigianale rimane sempre netta e ben riconoscibile. Ho amici suonatori che costruiscono ed hanno anche acquistato miei tamburi, così come anche io ho tamburi di altri costruttori.


Ciro De Rosa e Salvatore Esposito