Giovanni Lindo Ferretti, Barbarico, Mondadori, 2013, pp.140, Euro 13,00

"Cosa ci si aspetta da me resta, per me, un mistero, anche se di quelli piccoli. Conoscendo i difetti e dubitando dei pregi so di non essere adeguato al ruolo pubblico che mi è assegnato: la trasgressione del punk, la banalità accattivante del rock, la rassicurazione del neoconvertito. Invertire l’ordine considerando trasgressivo il neoconvertito e rassicurante il punk, ferma restante l’accattivante banalità del rock, nulla cambia. Un po’ ci gioco nel dirlo ma dovendo sintetizzare le mie generalità, in mancanza di una professionalità certificata dall’appartenenza ad un albo, ne ho fatto formula: montano italico cattolico romano...", così comincia “Barbarico”, il nuovo libro di Giovanni Lindo Ferretti, già voce ed anima di CCCP, CSI e PGR, che da qualche anno ha abbandonato volontariamente i clamori del palco, per ritirarsi nel suo paese natale, a Cerreto Alpi, sull’Appennino Reggiano, dove ha ritrovato le proprie radici, quelle della sua famiglia, della sua terra, quelle cristiane, finendo per rileggere e riscrivere tutta la sua vita. Dopo gli apprezzati “Reduce” e “Bella Gente D’Appennino”, che in modi diversi ci raccontavano questa fase cruciale della sua esistenza, questo nuovo libro, come suggerisce già il titolo, è una riflessione profonda sul progresso e il conseguente imbarbarimento, che sta cancellando l’elemento umano e storico dalla nostra vita, una riflessione che nasce dall’esperienza personale, dalla scelta di mettersi alle spalle un personaggio, dal coraggio di affrontare, senza paura, anche quanti hanno storto il naso nel leggere la sua firma sulle pagine de L’Avvenire. In molti non hanno compreso, o forse non hanno voluto comprendere l’importanza della scelta di Giovanni Lindo Ferretti, una scelta personale, dettata dal desiderio interiore di guardarsi alle spalle, di riscoprire i valori fondamentali della vita, insieme all’amore per la natura, per i suoi cavalli. Il suo è stato un percorso dell’anima, un percorso di ricerca interiore, che ha avuto riflessi anche nel suo approccio alla politica, e non ci sorprende leggere il suo smarrimento nel non riconoscersi ora in un partito, ora in un altro, ora in un altro ancora. Il suo smarrimento è lo stesso che pervade quanti si riconoscono in certi valori, come la famiglia, la difesa per la vita, e quella delle proprie radici, e sempre meno riescono a trovare punti di riferimento. Certo a tratti si fa fatica a star dietro al suo stream of consciousness, nel rincorrersi frenetico di flashback, citazioni, e brevi accenni al passato, ma poco importa, perché alla fine la sua testimonianza giunge con forza al lettore. E’ splendido leggere alcuni spaccati, in cui si intreccia la sua forte religiosità, con l’amore per la sua terra, e le cose semplici, forse un po’ meno lo è scoprirlo a riparo da ogni dubbio o interrogativo, ma è difficile dargli torto quando rintraccia nella necessità di un nuovo umanesimo, l’unica via di salvezza per questo mondo. A sessant’anni compiuti Giovanni Lindo Ferretti ci apre ancora una volta il suo cuore, raccontandosi, e raccontando la sua vita, la sua famiglia e le sue esperienze, e lo fa in modo schietto, sincero, e diretto come è sempre stato, anche quando vestiva i panni del punk filosovietico con i CCCP. A guardare da fuori la sua vita, si può lettere un percorso continuo di ricerca, speso ora sul palco, ora nella Sarajevo distrutta, ora ancora a Montesole. Così le parole di Giovanni Lindo Ferretti non possono lasciarci indifferente, su libro come su disco, in ogni suo verso c’è una riflessione, una meditazione profonda, che condivisibile o meno, rappresenta un momento di riflessione, a cui ci ha sensibilità non può sottrarsi, men che meno chi ha amore per la propria terra, e le proprie radici. Poco importa se Steve Jobs viene considerato il male assoluto, ma ciò che conta è che insieme al social network o allo smartphone, si abbia il coraggio di guardare al passato, alle radici, non dimenticando che il futuro nasce proprio da là. 


Salvatore Esposito