Debademba – Souleymane (World Village, 2013)

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I Debademba sono un duo formato dal chitarrista del Burkina Faso Abdoulaye Traoré e dal cantante maliano Mohamed Diaby. Entrambi sono di base a Parigi e i loro concerti - che si svolgono principalmente in Francia e in Europa (anche se sono già in cartellone per il prossimo Malaysia Reinforest World Music Festival) - sono seguiti da un pubblico sempre crescente. Souleymane - il titolo del loro nuovo disco, uscito poche settimane fa per la label World Village - ci introduce in un ambito musicale non completamente nuovo, ma senza dubbio interessante, perché arricchito da una componente sperimentale non scontata. Lo dico senza falsa retorica, perché a differenza di ciò che si può immaginare - e dato che gli elementi più commercialmente “world” ci sono tutti, da quelli geo-musicali a quelli stilistici, legati soprattutto alla strumentazione con cui è eseguito - il disco è originale sotto molti aspetti. Che proverò a descrivere e spiegare in queste righe. Ciò che si presenta come più riconoscibile è soprattutto la strutturazione di un linguaggio in cui convergono suggestioni west-african e rimandi al blues e, più in generale, al jazz, imbastiti con una trama percussionistica articolata e sempre presente. Questa convergenza è determinata soprattutto dai componenti del gruppo (ai quali nelle sessioni live si aggiungono batteria, percussioni, basso, tastiere, fiati e cori, e in questo disco anche violoncello, violino e flauto traverso). Abdoulaye Traoré è un virtuoso della chitarra che ha partecipato a esperienze significative della recente storia musicale dell’Africa occidentale. Fra queste possiamo segnalare la sua collaborazione con la band Go De Koteba - uno dei side-project dell’Abidjan National Ballet, con cui Abdoulaye ha suonato per diversi anni - Sieka Barou, Victor Démé, Adama Dramé, Hindi Zahra e Fatoumata Diawara. L’altro componente del duo è il giovane cantante Mohamed Diaby. Non può vantare l’esperienza e la carriera di Traoré, ma dimostra di avere altrettanto talento: una voce elastica, profonda ed evocativa, buona capacità interpretativa e di adattamento alla struttura di brani costruiti su frasi di chitarra inafferrabili, forti riferimenti a stili canori differenti, da quelli delle culture espressive di tradizione orale dell’Africa centrale e occidentale a quelli afro-jazz fino alla tradizione arabo-andalusa e, come ha dichiarato lui stesso, da Stevie Wonder a Salif Keita, Céline Dion e Sékouba “Bambino" Diabaté. Come si può leggere in un’intervista apparsa sul sito rfimusique.com: “I wanted to move away from the griot world and create my own style: Mandingo with an American vibe”. Tutti questi elementi che, come detto, compongono il profilo di una musica in molti casi riconoscibile, anche se determinano il profilo stilistico del disco, non possono considerarsi in termini negativi. Perché tra gli scenari evocati - soprattutto attraverso gli arrangiamenti, le atmosfere e le scelte degli elementi rappresentativi di un “africanismo” musicale ricco di groove e poliritmie di matrice tradizionale ma semplificate - non vi sono quelli più direttamente riconducibili al virtuosismo elettrico, che vanta una tradizione tra i chitarristi soprattutto dell’Africa occidentale. Una tradizione ormai famosa in tutto il mondo, determinata da un “chitarrismo” che si è sviluppato dentro la parabola panafricana che da Ali Farka Touré - con Ry Cooder - arriva fino a Bombino - il cui recente album Nomad (pubblicato dalla Nonesuch Records), grazie anche a un ispirato “Nesville-based” Dan Auerbach, ha raccolto un successo straordinario di critica e di pubblico. Al centro di Souleymane c’è la chitarra di Abdoulaye Traoré - che è l’autore dei brani e la colonna portante del progetto - ma è questa stessa presenza a rappresentare il motivo (forse più interessante) di differenziazione con le numerose proposte che provengono da uno dei bacini musicali più proliferi e (con un certo irriducibile grado di paradosso) che producono musiche i cui archetipi sono (oggi più consapevolmente) affini a molti elementi strutturali del blues e, conseguentemente, del rock’n’roll (come il bluesman Corey Harris - ormai sempre più rapito dalla mistica rastafari - e Martin Scorsese hanno piacevolmente argomentato nel documentario “Feel Like Going Home”). Questo dato “divergente” è stato percepito anche dall’opinione pubblica internazionale. Ne è probabilmente un esempio la definizione della musica dei Debademba che si può trovare in internet e che (non scevra di un’enfasi pittoresca ma, al tempo stesso, densa di significato) suona più o meno così: “arriva il rock’n’roll mandingo”. Difatti, un’eco di r’n’r evidentemente risuona proprio nella chitarra acustica di Abdoulaye Traoré, il quale - più affine, in questo, a una tradizione chitarristica e a uno stile malgascio che dell’Africa occidentale - racchiude l’orchestrazione complessa dei brani entro un suono caldo, interpretato attraverso melodie (apparentemente) estemporanee, timbri morbidi, fraseggi sempre ritmati e sincopati, quasi a voler determinare un nuovo stadio (e, forse, una nuova prospettiva) di questa corrente musicale (che provocatoriamente, anche se in linea con la definizione di prima, potremmo definire al contrario) americo-africana. Un brano, più di altri, solca questa linea immaginaria che congiunge (in un gioco di riflessi senza fine, del quale il duo Debademba incorpora tutte le contraddizioni) le coste occidentali dell’Africa con quelle dell’America centro-settentrionale e dell’Europa sud-occidentale. Il titolo è "Moko", una ballad che si sviluppa nella tensione irriducibile tra la pulsazione cadenzata della batteria e l’andamento ondivago delle percussioni e dei cordofoni, sulle quali si innestano le soluzioni melodiche più riconoscibili delle voci. Qui la chitarra acustica ha un ruolo preminente fin dall’introduzione, che evoca una malinconia “pentatonica” perfettamente sovrapponibile a un brano di Robert Johnson o (per arrivare ai giorni nostri) di T-Model Ford. 


Daniele Cestellini