Franca Masu – Almablava (Felmay, 2013)

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Con lei è un quintetto di provati e fedeli collaboratori, musicisti di valore, che sanno tessere intorno al suo canto trame di intensa sottigliezza, raffinate, intime ma anche solari e appassionate. Salvatore Maltana (contrabbasso, direzione musicale), Fausto Beccalossi (fisarmonica), Oscar Del Barba (piano), Alessandro Girotto (chitarra, chitarra 12 corde) e il catalano Roger Soler (percussioni) sono i coprotagonisti di Almablava, disco di undici canzoni, notevole anche sul piano fonico, progettato un anno fa ma pubblicato lo scorso ottobre. Canti di speranze, paure, amori, amarezze, memorie e oblii, che invitano all’empatia chi porge l’orecchio. È il lavoro della maturità artistica per Franca Masu, che lo definisce un ritorno a casa: “Torno ad Alghero, alla mia gente… La terra è forza primordiale, un bacio tanto carnale che non ti lascia mai..”, è l’incipit delle note del CD scritte da Franca, elogio della sua sardità catalana, della sua origine e della sua comunità, ma nella consapevolezza dell’universalità delle storie narrate, della pluralità delle appartenenze. Ché lei, isolana, non può fare a meno di sentirsi parte di un mare come il Mediterraneo, luogo storico di compenetrazione, che poi è a sua volta luogo di partenza per altre traversate. 
Una riflessione che è esistenziale ed artistica al contempo, per una cantante che in questi anni ha calcato non solo le scene iberiche ma anche quelle sudamericane, con riconoscimenti unanimi, e che invece in un Paese ottuso come l’Italia non ha ricevuto ancora il giusto riconoscimento, restando ancora artista di nicchia world, quando con qualche passaggio televisivo – senza per forza dover pensare che occorra strizzare l’occhio al pop per arrivare al successo, ma solo con le canzoni che canta da due lustri – potrebbe riportare nell’anonimato tante glorificate vocine. Se lo ricordino i vari presentatori che blaterano di fare cultura. Voce ambrata, sempre focalizzata sul senso profondo della canzone, fragrante di vento e di salinità, di arenaria e del blu di quel mare invocato in “Profumo e Silenzio”, canzone in lingua italiana, dove il timbro ricorda inequivocabilmente Mina. Il mare è in primo piano sin dalle note dell’iniziale, poetica “Sírius”, musicata da Del Barba. Qui Franca canta: “La mar és com la sang, l’anìma està nullada a dins”, in quella canzone emblema che segna il suo nostos nell’Alguer, mentre l’ostinato finale di corde evoca la sponda sud del Mediterraneo. 
Giochi di rimandi: echi arabi, tango, flamenco, morna, bolero, fado, jazz si intrecciano; il mare ritorna nella splendida title-track “Almablava”, frutto ancora del sodalizio con il pianista bresciano. “Luna mia testimone” (autore F. Xavier Da Cruz, traduzione in italiano di Alberto Zappieri), il tributo a Cesaria Evora, e “Un Tango” (di Teòphilo Chantre, tradotta ancora da Zeppieri) approdano nel mare oceano di Capo Verde, come in un abbraccio isolano, che è riconoscimento di analogie foniche, comunanze linguistiche, umori affini. Il fascino lusofono traspare ancora, ecco dunque “La Nit/ E doce morrer no mar”, in cui si mettono insieme le vite dei pescatori: Alguer e Salvador de Bahia, accostando poesia algherese con la celebre canzone brasiliana, musicata da Dorival Caymmi su liriche di Jorge Amado. Ancora la lingua catalana di Sardegna nella lirica musicata di Raffaele Sari Bozzolo (“Plomes de paraules”), nella dolcezza di “Mariposa” (dedicata alla figlia Chiara), mentre è palpitante e piena di passione flamenco-jazz-latina, con lo zampino compositivo di Marcello Peghin, la conclusiva “Lo Corral de Vidre”. 


Ciro De Rosa