Stefano Bollani/Hamilton De Holanda – O Que Será (ECM/Ducale, 2013)

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C’era più di un motivo per attendersi una disco notevole da Bollani e De Holanda, al di là del virtuosismo condiviso. Il prolifico pianista frequenta da tempo, con curiosità, passione e coinvolgimento i repertori brasiliani, il mandolinista brasiliano possiede una vasta visione musicale che spazia tra jazz, choro, samba e tango nuevo, mette in campo un notevole tecnica, che non si risolve in detrimento della sua forza espressiva. Il suo bandolim dotato di dieci corde (che si traduce in maggiore estensione, e portata timbrica ed armonica) assume un ruolo complementare al piano, per un inedito duetto strumentale. Aggiungiamo che i due hanno collaudato i rispettivi eclettismi in tanti concerti, cosicché questa loro performance al festival Jazz Middelheim di Anversa nel 2012, registrata dalla radio belga ed immortalata (non tutto il concerto, purtroppo) quasi un po’ per caso in un live, come ha raccontato Bollani a Musica Jazz (Ottobre 2003), offre un programma di celebri autori brasiliani e due composizioni proprie. 
È musica diretta, proposta da due colti e geniali artisti, con sequenze che assommano pathos e incisività, partecipazione ed ironia, perfino un pochino sorprendenti, per la consolidata linea editoriale in stile Ecm. Apre l’album "Beatriz”, firmata Edu Lobo/ Chico Buarque: portamento melodico raccolto che sprigiona calore soffuso. La bollaniana "Il Barbone di Siviglia" si snoda tra potenti configurazioni ritmiche e fantasiose e fitte trame melodiche con assoli folgoranti, unisoni ed interplay dispiegati con sapiente leggerezza. “Caprichos de España” è titolo programmatico nei rimandi andalusi, con in primo piano la fluidità strumentale di Hamilton, che ne è l’autore. Ad aggiungere un tocco di imprevedibilità arriva “Guarda che luna”, in versione strumentale, dove nel finale un beffardo Bollani fa il verso a Paolo Conte (l’astigiano aveva suonato nello stesso festival della città fiamminga). 
Lo scintillante dialogo empatico della coppia continua in equilibrio tra raffinatezze, gioiosità, galoppate ed entusiasmo del pubblico: il tango piazzollano “Oblivión” sta accanto a “Luiza” (Antonio C. Jobim), “O Que Será” (Chico Buarque) a “Rosa” (Pixinguinha); svetta la rivisitazione di “Canto De Ossanha” (Baden Powell/ Vinicius De Moraes) con gli strumenti usati come percussioni, il respiro carnevalesco del brano, l’inarrestabile procedere tra cambi di ritmo, giochi di incastri, armonizzazioni avvincenti. Il finale è spettacolare, “Apanhei-te Cavaquinho” (Ernesto Nazareth) è un compendio musicale di grande maestria, tra classicismo, ragtime, stilemi latini. Peccato che “O que será” duri solo 54 minuti. 


Ciro De Rosa