Kyle Carey – Monongah (KyleAnnCarey.com Music, 2013)

Innamoratasi della musica folk mentre lavorava come cameriera al Lena Caffè di Saratoga Spring, NY, uno dei luoghi culto per gli appassionati di musica folk negli States, Kyle Carey è una cantautrice americana di belle speranze, con alle spalle un percorso di ricerca interessantissimo, che l’ha vista dapprima trasferirsi a Cape Breton per approfondire la tradizione musicale gaelica e il tipico stile violinistico e successivamente nell’isola di Sky in Scozia per proseguire ed approfondire la pronuncia e l’intonazione della dizione nella canzone tradizionale scozzese, il tutto cercando di trovarne le connessioni con la musica appalachiana. Queste esperienze di studio e di ricerca sono state la base su cui è nato “Monongah”, il suo nuovo album prodotto da Donogh Hennessy dei Lùnasa, e nel quale sono raccolti undici brani incisi con la partecipazione di alcuni ospiti d’eccezione come Trevor Hutchinson dei Waterboys (basso), John Kirk (mandolino e banjo), Neil Fitzgibbon (violino, chitarra e armonie vocali), la violinista di Cape Breton Rosie McKenzie, e con l’aggiunta di Pauline Scanlon e Aoife Clancy alle armonie vocali. Ciò che colpisce sin da subito, oltre alla splendida e genuina voce della Carey, è senza dubbio il riuscito intreccio tra musica roots emericana e tradizione gaelica, una combinazione di ingredienti piena di fascino che contribuisce in modo determinante alla riuscita dei vari brani. L’originale songwriting della cantautrice americana ci conduce così in una dimensione sospesa tra passato e presente, nella quale eventi di molti anni fa diventano la cartina di tornasole dell’America di oggi, come nel caso della title-track in cui ricorda il disastro sul fiume Monongahela nella Virginia dell’Ovest. Durante l’ascolto brilla l’intensità poetica di brani come “Devil At Your Back”, ispirati ai versi di Louise Mac Neil o della struggente “Adenine” in cui si racconta di un orfano venduto al circo da sua madre per sopravvivere, ma è con “John Hardy’s Wife”, che si tocca il vertice del disco con le sue atmosfere che ricordano certe cose dei Mumford & Sons. Di pregevole fattura sono anche “Let Them Be All”, cantata a capella e in cui si apprezzano a pieno tutte le doti vocali della Carey, la brillante “Resurrection” e quel gioiello che è “Gaol Ise Gaol I” in cui più compiutamente si apprezza l’incontro tra musica americana e tradizione gaelica. Le trame folk dai toni pastello di “Monongah” sono certamente una bella sorpresa, e siamo certi che questo disco riscalderà certamente il cuore di quanti vi si avvicineranno. 


Salvatore Esposito