Italian Sounds Good – Speciale Roots & Blues: Hernandez & Sampedro, Piedmont Brothers Band, Bluedust, Francesca De Fazi, Pit Ryan & De Blooz Traitors, Clipper

Hernandez & Sampedro - Happy Island (Route 61 Music/BTF Milano, 2013) 
Guardi la copertina del disco che li ritrae mentre fanno l’autostop, ed immagini che Hernandez & Sampedro siano un duo roots rock americano, magari proprio di quella West Coast che tanto amano, invece Luca “Hernandez” Damassa (voce e chitarre) e Mauro "Sampedro" Giorgi (chitarre e seconda voce) arrivano da Ravenna, ovvero quella sponda dell’Adriatico che ci ha regalato diverse realtà interessanti come Miami & The Groovers e Cheap Wine. Conosciutisi nel 2003 e per lungo tempo membri degli Stoned Machine, il duo ravennate lo scorso anno ha deciso di intraprendere un percorso differente che dal stoner rock li ha condotti verso la West Coast, e pian piano hanno preso corpo le loro nuove canzoni, che dopo averle rodate dal vivo sono andate a comporre “Happy Island”, il loro disco di esordio. Prodotto dal poliedrico bassista Giuliano "Juanito" Guerrini, che ritroviamo a destreggiarsi anche tra pedal steel, fiddle e organo, ed inciso con la partecipazione di Guido Minguzzi alla batteria, l’album raccoglie dieci brani e due bonus track dalle atmosfere elettroacustiche in cui folk e rock si sposano con sapori West Coast. Durante l’ascolto risaltano sin da subito i curati arrangiamenti e le armonie vocali che rendono particolarmente accattivanti tanto i brani più rock, come la title track, “Rain Doesnt' Fall”, e “Turn On The Light”, quanto quelli più introspettivi come l’agrodolce “She’s A Woman” e “The Hardest Part”. Non manca qualche interessante incursione nel country-western come nel caso di “Don't Give Up on Your Dreams” o nell’alt-country con “Kinky Queen”, tuttavia il vertice del disco arriva con la trascinante “The Sky, The Water And Me” nella quale Hernandez & Sampedro sembrano evocare Neil Young & Crazy Horse. Completano il disco le due bonus track "(Into The) Ocean” e quel gioiellino che è la versione acustica di "I Believe In Miracles" dei Ramones, in cui appaiono con maggiore evidenza le potenzialità del duo ravennate. 

The Piedmont Brothers Band - Rarities (Honcho's Productions, 2013)
La Piedmont Brothers Band di Marco Zanzi e Ron Martin è quello che potremmo definire uno dei tanti miracoli che compie la musica, tanto per le modalità in cui è nata, quanto per i quattro dischi messi in fila in questi anni, che hanno visto una crescita costante del gruppo italo-americano. Le attività del gruppo sembrano non arrestarsi mai, e mentre si accingono a pubblicare il loro prossimo disco “Back To The Country” li ritroviamo alle prese con una piccola chicca, “Rarities”, disco nato dalla collaborazione con il produttore australiano Ray O’Neill e stampato in soli cento esemplari venduti via internet (per info www.piedmontbrothersband.com) a quanti sostengono la band. Si tratta di una bella raccolta di quattordici brani provenienti da session svolte in un arco temporale molto ampio che va dal 1980 al 2013, che spaziano dai traditional folk a cover d’eccezione, con l’aggiunta di quattro alternate takes di brani già editi, ovvero “Another Love”, “My Everything Is You”, “I Been Dreaming 'BoutYou” e “I Like The Christian Life” dei Louvin’ Brothers. Sebbene caratterizzato da un certa disomogeneità dovuta più che altro alla distanza di tempo che separa le diverse registrazioni, il disco non è mai avaro di sorprese e così capita di sorprendersi nell’ascoltare la pregevole resa di “Turn! Turn! Turn!” o quella altrettanto bella di “Willin’” dei Little Feat, o ancora è difficile non compiacersi delle belle riprese di “Hickory Wind” di Gram Parson, e “Tried So Hard” di Gene Clark”, che mettono bene in evidenza quali siano le radici sonore dalla band italo-americana. Pur non godendo di una distribuzione ampia “Rarities” ed essendo riservato soprattutto ai fans della band, questo disco funge da ottimo antipasto per il loro imminente prossimo album in studio, che si preannuncia ancora una volta ricco di ottima musica. 

Bluedust – Blast From The Past (Autoprodotto, 2013) 
Nati un anno fa dall’incontro tra Perry Meroni (voce e chitarra), Dino Barbè (banjo), Josh Villa (mandolino e voce), Tony Spezzano (chitarra e voce) e Marco "Fisherman" Centemeri (contrabbasso e voce), cinque strumentisti di grande esperienza nella musica old time e bluegrass, i Bluedust si sono guadagnati ben presto grandi consenti in Italia e all’estero, grazie alla qualità e all’energia della loro proposta musicale, che attinge a piene mani nella musica tradizionale americana e nel repertorio dei mostri sacri del bluegrass come Lester Flatt, Earl Scruggs, Bill Monroe e Ralph Stanley. L’interplay impeccabile tra chitarra, mandolino e banjo che dialogano nelle trascinanti parti strumentali sulla spinta del contrabbasso, e le eccellenti armonie vocali sono così una ricetta ormai collaudata sul palco, così non ci sorprende che l’abbiano voluta cristallizzare anche in studio con il disco “Blast From The Past”, letteralmente “sbucato dal passato”. Mai titolo sarebbe stato più giusto per questo album dai suoni old time, che mette in fila dodici brani eseguiti ed arrangiati in modo brillante, da cui traspare tutto l’amore e la passione della band che sembra non risparmiarsi mai nell’imprimere energia e freschezza ad ogni traccia. L’ascolto di brani come “Don’t Let Your Deal Go Down”, “East Virginia Blues” e “That’s All Right Mama” ci proietta subito davanti ai nostri occhi l’immagine di questi cinque strumentisti, che intorno a due microfoni, danno anima e corpo nelle loro scorribande soniche nella tradizione degli Appalachi. Tutto gira in modo travolgente e anche quando il disco conosce qualche cedimento, l’energia, il ritmo, la carica e le corde prendono il sopravvento cancellando ogni esitazione. “Blast From The Past” è dunque un buon primo passo per questa bluegrass band lombarda, che promette di riservarci altre belle sorprese per il futuro. 

Francesca De Fazi – Roman Blues Woman (Autoprodotto, 2013) 
“Mi trovo davanti al Mississippi River e mi sembra di averlo già attraversato mille volte nei miei giri blues! Ma non puoi conoscere il “Louisiana Sound” finché non vai là e non lo senti penetrarti nelle viscere… E in questo album spero di aver catturato tutta l’euforia, di cantare da un luogo molto speciale, riscoperto dentro di me, grazie a New Orleans!”, così scrive Francesca De Fazi nella presentazione di “Roman Blues Woman”, disco concepito durante un suo recente viaggio a New Orleans in occasione dell’annuale “Jazz Fest” e durante il quale si è ritrovata a registrare con Andy J. Forest e la sua band negli studi “House of 1000 Hertz” di Adrew “Goat” Gilchrist. Il risultato di quelle session sono sei brani che formano la spina dorsale del disco, e a cui al rientro in Italia la De Fazi decide di aggiungervi due sue composizioni originali e altri quattro standard blues. Il risultato è uno dei dischi migliori di sempre della sua produzione, e senza dubbio quello che meglio fotografa artisticamente la regina della scena blues romana, conservando intatta l’energia e il tono graffiante della sua voce che sfoggia sul palco durante i suoi live act. Il disco si apre con un terzetto di brani di pregevole fattura ovvero “Evil Gal Blues”, la bella versione di “Walking to New Orleans” con l’armonica di Andy J. Forest in grande evidenza, e la paludosa versione di “High Water Everywhere”, dal repertorio di Charlie Patton, ma è con la sinuosa “I'd Rather Go Blind” che si tocca il vertice del disco. L’ascolto è dunque piacevolissimo e riserva altre sorprese come nel caso dei “Roman Blues Woman” e “This Tav Train”, e delle belle riletture di “Hello Dolly” dal repertorio di Louis Armstrong e “Southern Nights” di Allen Toussaint. Insomma per chi ama il blues di New Orleans, e guarda con piacere alla scena italiana, questo disco sarà certamente una bella scoperta. 

Pit Ryan & The Blooz Traitors – La Tiare Ti Uuuuuuuuul (Autoprodotto, 2013) 
Pioniere del blues in Friuli e con alle spalle una carriera ormai trentennale, Roberto “Pit Ryan” Pettarini, dopo averci regalato lo scorso anno la ristampa in cd della prima cassetta incisa con la sua prima band i One Way Out, torna con un disco nuovo di zecca inciso con The Blues Traitors, reincarnazione della sua band Mad Men Blues con cui aveva inciso i due precedenti episodi della trilogia aperta nel 2007 con “La Midisine Juste/Punch Drunk” e proseguita nel 2009 con “Alligator Blues”. Sebbene anche questo nuovo lavoro presenti brani cantanti tanto in inglese quanto in friulano, a differenza dei precedenti si tratta spesso di composizioni originali o di rivisitazioni in chiave furlana di standard blues, come nel caso della gustosa “Alc Di Bon” rilettura di “Something Good” dei Dr. Feelgood, che apre il disco. Il disco regala momenti di puro divertimento come nel caso dei ricordi di infanzia evocati in “Didiat”, o “Nassut Par La Planc” e “Mai Content” i cui emerge una scrittura frizzante, unita ad arrangiamenti energici in cui spicca l’ottimo lavoro alle chitarre di Stiv Odor e quello prezioso all’armonica dello stesso Pit Ryan. Non manca qualche bella rilettura come nel caso di “Howlin’ For My Darlin’” di Howlin’ Wolfe, o “Can’t Be Satisfied” dal repertorio di Muddy Waters, ma il vero vertice del disco arriva con la title track “La Tiare Ti Ul”, brano blues punk di grande energia in cui spicca il drumming impeccabile di Marco “Padiàr” Bianchini. Completano il disco tre bonus tracks, tra cui spicca l’ironica versione di “Absolutely Sweet Marie” in cui Pit “Ryan” veste i panni di Bob Dylan, un demo del 1991 di “Surely Can (‘t) Come Back” e una versione casalinga di “Rolling & Tumbling”. Chiusa la parentesi della trilogia con questo disco, siamo certi che Pit Ryan, da bravo artigiano del blues, ci farà ancora divertire nel prossimo futuro. 

Clipper – No Second Hand Life (Autoprodotto, 2013) 
Nati nel 2006 come un evoluzione della band alt-country Arroyo, fondata un decennio prima, i Clipper hanno debuttato l’anno successivo con l’apprezzato “Make My Day”, che segnava una svolta in chiave folk e country del loro percorso artistico. A distanza di sei anni li ritroviamo con un nuovo album “No Second Hand Life”, che raccoglie tredici brani originali, che mescolano folk e rock con ammiccamenti ora al country ora all’irish folk. Rispetto al disco precedente, questa volta la produzione è tutta nelle mani del front-man del gruppo Lorenzo Romagnoli, che si destreggia anche tra basso, chitarra, dobro, banjo e armonica, e la differenza è appare sostanziale in quanto il loro sound sembra averne guadagnato in termini di personalità ed originalità. In questo senso determinante ci sembra anche il contributo di Dave Marino, che si divide tra chitarra, basso e mandolin e quello di Simone Medori alla batteria, impeccabile nel versatile drumming. Il disco all’ascolto si svela in tutta la sua poliedricità conducendoci dal rock dell’iniziale “Sparkling Haze” al folk della successive “Runaway” fino a toccare la lenta ed intense “My Chill Dream Land” in cui spicca l’ottimo testo, incorniciato da una chitarra elettrica sinuosa che si muove lungo la linea melodica. Se il tasso elettrico si mantiene alto con “Life Is A Big Yellow Bush” e con la successiva ”Letterkenny Crawl”, non appena i Clipper ci conducono nei territory folk è puro divertimento con “The Harbour”, la cui melodia evoca quella di “The Great Song Of Indifference” dei Boowtom Rats e “Depression Blues”. Ma c’è ancora tempo per un incursione tanto nella murder ballad con “Wife Killer Blues” quanto nel rock ‘n’ roll con “Rocking Ever Since”, che ci conducono al finale con “I Will Find You” e la stradaiola “Unpaved Road”. “No Second Hand Life” è così la conferma di come i Clipper, nonostante le difficoltà che presenta la vita di una band indipendente, abbiano ancora tante carte da giocarsi, e si spera che qualche discografico si accorga di loro, e li valorizzi a pieno.



Salvatore Esposito