BF Choice: Silvio Peron - Eschandihà De Vita

Storie di personaggi delle Valli Occitane in Piemonte 

Organettista tra i più apprezzati in Italia, Silvio Peron vanta una carriera trentennale, nel corso della quale ha collaborato con diverse formazioni nate nelle Valli Occitane del Piemonte, tra cui vanno ricordate La Sourcino, la prima line-up dei Lou Dalfin, il trio Senhal, i Compagnons Roulants, oltre al gruppo d’oltralpe Mont-Joia di Jan Mari Carlotti e più di recente l’orchestra Tradalp. Diventato un punto di riferimento per il suo peculiare stile esecutivo, negli anni si è dedicato sempre di più all’attività didattica, nonché all’insegnamento delle danze tradizionali occitane, insieme alla moglie. Lo abbiamo intervistato in occasione della pubblicazione di "Eschandihà de vita", disco, la cui ispirazione nasce agli inizi della sua carriera, e che raccoglie le sue storie cantate delle Valli Occitane piemontesi. Silvio Peron ci ha, così, guidato alla scoperta del disco, illustrandoci la genesi del progetto, la sua realizzazione, soffermandoci successivamente su alcuni dei brani più significativi.

Come nasce "Eschandihà de vita"? 
Nasce esattamente trent’anni fa da un’esperienza in qualità di animatore musicale in un soggiorno marino con una cinquantina di anziani della Val Stura. Tra questi c’è Petou che, a quasi ottant’anni d’età, non era mai stato al mare e aveva difficoltà a credere che l’acqua fosse salata. A distanza di vent’anni, mi ritrovo su una spiaggia a osservare il mare e d’improvviso mi viene in mente Petou che corre a tentoni verso il mare, assaggia l’acqua e si gira con aria schifata. In quel momento nasce nella mia testa il ritornello di quel che sarà "Petou e lou mar". Da qui, dopo un po’ di tempo, l’idea di comporre una serie di canzoni su vari personaggi delle Valli Occitane del Piemonte. 

Ci puoi raccontare delle sessions come si sono svolte? 
Come si può immaginare, non è stato semplice combinare prove e registrazioni con 17 musicisti distribuiti su un territorio da Monghidoro (BO) a Marsiglia, ma è stata un’esperienza stupenda, di incontro, di confronto ed elaborazione con persone delle quali ho una certa stima. Devo dire che le distanze sono state colmate per molti versi da internet, anche solo per lo scambio di file audio. Ad ognuno ho dato il tempo necessario per interiorizzare il brano e trovare soluzioni soddisfacenti in termini di interpretazione e in merito agli arrangiamenti. Per quanto riguarda le registrazioni, si sono svolte in vari contesti, dalla cucina a casa di Stefano Valla a Cegni (Pavia) per il "Valzer Paraloup", con la mia attrezzatura, ad uno studio di alto livello a Salon de Provence per la registrazione di "Nou’ m’ fai chantar…". Le mie parti di organetto e voce e una serie di altre, sono state registrate a casa mia con microfoni Neumann. La canzone "Ninin, la reina de les Granjas" è stata registrata dal vivo alle Grange di Argentera (1800 m) con l’ausilio di microfoni ambientali per cogliere al meglio i suoni di quel posto. La preoccupazione principale era quella, in fase di mixaggio e mastering, di ottenere una certa uniformità, per quanto i brani fossero comunque molto diversi tra loro anche solo in termini di strumenti utilizzati, e direi che alla fine il risultato è più che soddisfacente. 

Quali musicisti hai coinvolto in questo progetto, e con che criterio li hai scelti? 
Con la metà circa dei musicisti coinvolti ho suonato o suono tuttora in varie formazioni, mentre per gli altri si tratta di persone che ho conosciuto nel tempo. La caratteristica comune che unisce tutti è l’essere musicisti che hanno respirato una certa "aria", non semplicemente bravi esecutori, ma soprattutto persone con esperienze per me significative e con sensibilità vicine alla mia in merito al modo di intendere, vivere e interpretare la musica. Per alcuni brani, durante la composizione pensavo già a strumenti e musicisti che avrebbero potuto interpretarli. 

Come si è indirizzato il tuo lavoro in fase di scrittura e di arrangiamento? 
Devo dire innanzitutto che per la prima volta mi sono avventurato nella composizione di testi e dunque nel tortuoso abbinamento di questi con la musica. Per fortuna nelle canzoni si può fare affidamento sulla cosiddetta licenza poetica, che ti permette entro certi limiti di invertire parole all’interno di una frase. Anche solo questo a volte può far quadrare momenti che ad una prima scrittura non risultano compatibili. Per quanto però la scrittura dei testi sia stata una scoperta affascinante e coinvolgente, la musica rimane per me l’aspetto più importante in una canzone, che mi parla più di quanto possano dire le parole e mi cattura di più emotivamente. La composizione musicale deve essere secondo me un qualcosa che nasce soprattutto dal cuore ed è fondamentale non avere fretta di ottenere un risultato che ti soddisfi. Io normalmente compongo a partire dal canticchiare dei motivi che mi passano per la testa in piena libertà, senza l’utilizzo del mio strumento, l’organetto, perché ho timore di farmi condizionare troppo da passaggi usuali tipici sui quali si rischia di cadere di tanto in tanto. Tantomeno utilizzo la scrittura vera e propria, anche perché non so leggere e scrivere la musica. Quel che mi viene in mente e mi convince lo registro, anche solo con il cellulare, e poi pian piano lo elaboro, modifico, fino ad ottenere un risultato che mi soddisfi. La "Mazurca a Ninin" l’ho composta in auto viaggiando da solo, dalla tangenziale di Torino a Cuneo. "Estiene ‘d Pourchera" è nata semplicemente pensando al personaggio e partendo da una serie sconsiderata di urla, come lui era in uso fare mentre ballava. Per quanto riguarda gli arrangiamenti, alcuni brani li ho affidati per intero ad alcuni dei musicisti coinvolti nel progetto. Ad esempio, per quanto riguarda "Doun Vial…" e "Li gigantes de Vinai", li ho messi in mano a Patrick Vaillant, secondo me uno dei più bravi e completi musicisti nell’ambito della musica folk, o nel caso di "Notou Sounadour" ho chiesto al gruppo Edaq di trovare una soluzione in base al loro stile molto originale. Per altri brani invece, a ognuno degli esecutori ho chiesto di cercare un qualcosa rispetto al proprio gusto, per poi confrontarsi e arrivare ad una conclusione che soddisfacesse tutti. 

Oltre all'utilizzo della lingua occitana, il disco presenta diversi rimandi alla musica tradizionale e alle storie legate alle vostre valli, quali sono state le tue ispirazioni in questo senso? 
I testi sono tutti scritti in prima persona e nella variante di lingua d’oc del paese originario di ogni personaggio, con lo scopo, tra le altre cose, di mettere in risalto la musicalità data dalle caratteristiche di ognuna. Sicuramente la mia composizione, per quanto possa essere ritenuta più o meno originale, è in parte condizionata dalla mia esperienza nell’ambito della musica tradizionale, anche se in questo caso non ho mai volutamente cercato soluzioni stilistiche rispondenti ai canoni della musica delle valli occitane o di altre zone, a parte il caso del “Balet dal luban” che si rifà a stile e caratteristiche dei balet della Val Vermenagna. Per quanto riguarda le storie, indubbiamente i testi hanno diversi rimandi ad aspetti culturali e storici delle nostre valli e più in generale alla civiltà contadino-montanara che accomuna i personaggi. 

Significativa mi sembra altresì "Doun Vial, lou mul 'd Limoun", ispirata alla storia di Don Raimondo Viale... 
Don Viale, prete partigiano, è l’unico personaggio noto anche fuori dalle nostre zone grazie a "Il prete giusto", uno degli ultimi libri di Nuto Revelli, edito da Einaudi. Una figura significativa di una persona che denunciò con forza d’animo esemplare e senza peli sulla lingua le infamie del fascismo e della guerra e per questo venne picchiato a sangue dai fascisti ed esiliato per un anno in Molise. Ritornato alla sua parrocchia di Borgo S. Dalmazzo, fu costretto a vivere in semiclandestinità, collaborò con i partigiani di "Giustizia e Libertà", salvò molti ebrei dalla deportazione e per questo fu invitato in Israele nel 1980 e insignito del riconoscimento di "Giusto tra le nazioni". 

Nel disco sono presenti anche alcuni brani strumentali come "Valzer Paraloup", "Balet dal luban" e "Mazurka a Ninin", come sono nati questi brani? 
C’è da considerare innanzitutto che io nasco soprattutto come suonatore da ballo, ed è stato naturale per me affrontare anche in questo cd, seppur in minima parte, il genere che maggiormente ho affrontato e approfondito in più di trent’anni di legame con la musica folk. Ognuno di questi strumentali è dedicato al personaggio della canzone che lo precede ed il valzer anche ai partigiani di "Italia libera", poi "Giustizia e libertà", una delle prime formazioni partigiane in Italia che si rifugiò per alcuni mesi a Paraloup in Val Stura, borgata recentemente ristrutturata grazie ad un progetto della Fondazione Nuto Revelli. 

Al disco ha collaborato Placida Staro che impreziosisce con la sua voce "La sounadoura di Tech", in cui racconti la storia di Anna Luigia Bianco, suonatrice popolare di fisarmonica... 
Agli inizi del ‘900 in Val Maira c’era una donna che suonava nelle feste di piazza, osterie e per i matrimoni. Tanto per renderci conto della singolarità di questa storia, proviamo a immaginare, ad oggi, una suonatrice dove esista ancora un contesto di musica tradizionale viva, tipo da noi in Val Vermenagna o Varaita, o nell’area delle 4 province. Appare ancora impensabile, per quanto la condizione della donna sia totalmente diversa e avanzata rispetto agli standard di un secolo fa. Dalle testimonianze risultava una donna con un carattere forte, che sapeva farsi rispettare dagli uomini e non disdegnava un buon bicchiere di vino. Ho immaginato dunque anche una donna che avesse un timbro di voce possente, grave, un po’ masculino. Proviamo adesso a sommare tutti questi elementi. Risultato? Dina Staro, con la differenza di essere una suonatrice popolare di violino dell’appennino bolognese, invece che di fisarmonica. Altro elemento che caratterizza questo brano è l’arrangiamento originale fatto da Stefano Risso, che con il contrabbasso ha simulato suoni di strusci dei ballerini, rumori di osterie… 

"Nou' m' fai chantar amour ni drudaria" è invece tratta dal repertorio dei trovatori di lingua d'Oc.. 
Questa è un po’ un anomalia rispetto al filo conduttore del cd ed il testo è l’unico non di mia composizione. Si tratta di Peyre Guilhelm de Luserna, unico esempio di trovatore delle valli occitane, vissuto circa ottocento anni fa in Val Pellice. In questo caso, non potevo certo ispirarmi alla storia o a particolari della sua vita, in quanto non si sa praticamente nulla di lui, ma ho semplicemente musicato uno dei cinque testi da lui composti e affidato il tutto a voce e chitarra di Jan-Mari Carlotti, con il quale ho avuto la fortuna di suonare per un tot di anni e che a mio avviso è il più grande cantante occitano contemporaneo. 

Il disco è poi completato da un'altra serie di personaggi come Estiene cantato in "Estiene 'd Pourchera", il leggendario Giuseppe Vallauri di Robilante evocato in "Notou Sounadour" e i fratelli Ugo de "Li gigàntes de Vinai". Come mai la scelta di raccontare queste storie? 
Questi personaggi, come gli altri, mi hanno ispirato per singolarità di vita, esperienze e aneddoti vari. Estiene viveva con la sorella Ciota in una borgata sperduta sopra Entracque in Val Gesso e di lui ho il ricordo di uno spirito libero, pieno di positività e dall’allegria contagiosa, mentre il mio compaesano Notou Sounadour è un mito in Val Vermenagna: era un suonatore, ma soprattutto costruttore, riparatore e accordatore di fisarmoniche, una persona umile e ingegnosa come pochi. Per finire, la storia dei fratelli giganti Ugo di Vinadio, Paolo e Battista. Qualche dato su quest’ultimo: altezza m. 2,38 per 202 Kg di peso e 7,2 Kg alla nascita, e non è un caso che la prima strofa della canzone sia dedicata allo sforzo della madre. Il destino fu segnato dal loro corpo: da un lato la notorietà e il successo portati dall’intensa attività circense, dall’altro lo sfruttamento da parte di affaristi da baraccone. Una vita al centro dell’attenzione, caratterizzata al tempo stesso da una certa solitudine e dalla nostalgia per la loro terra di origine. Paolo morì a Parigi nel 1914 all’età di 27 anni e Battista due anni dopo a New York all’età di 40 anni. 

Concludendo, quali sono i tuoi progetti per il futuro? Ci sarà un tour di presentazione per il disco? 
Ho in previsione per ora una quindicina di presentazioni in varie località, compresi i paesi di origine di ogni personaggio. Nel caso di questo cd però, è praticamente impossibile una esecuzione dal vivo con i musicisti partecipanti, tenendo conto tra l’altro che la metà di questi ha suonato o cantato un solo brano e gli altri al massimo tre. Ho dunque pensato ad una presentazione basata su musica e immagini, raccogliendo in questi ultimi anni foto dei personaggi, dei luoghi nei quali hanno vissuto o di particolari contenuti nei testi delle canzoni ed ho fatto dunque un montaggio di queste immagini abbinate alle tracce del cd. Per quanto riguarda progetti futuri per ora non saprei dirti, sono in una fase nella quale mi sto semplicemente godendo il traguardo di un lavoro che mi ha impegnato intensamente per cinque anni. La sensazione attuale è di aver raggiunto con questo cd, per certi versi, un punto di arrivo frutto dell’intensa esperienza vissuta in oltre trent’anni di attività nell’ambito della musica folk. 

Silvio Peron - Eschandihà de vita (Autoprodotto/Felmay, 2013) 
In occitano “eschandihà” significa sprazzo di sole, ovvero quell’istante in cui esso appare attraverso le nuvole e si manifesta con più ardore del solito. “Eschandihà de vita” è quell’attimo, quell’istantanea di vita, che Silvio Peron, ha cristallizzato in ognuna delle storie cantate del suo nuovo album. Il disco raccoglie undici brani autografi, di cui tre strumentali, nei quali incontriamo racconti, personaggi, storie di gente comune, che appartengono a quelle Valli Occitane piemontesi in cui è nato e vive lo stesso organettista di Robilante (CN). Al fianco di Peron, che suona l’organetto in quasi tutti i brani di cui tre cantati da lui stesso, troviamo un folto gruppo di musicisti composto da Gabriele Ferrero (violino, viola), Flavio Giacchero (clarinetto basso), Gigi Biolcati (batteria), Patrick Vaillant (mandolino elettrico, banjolino), Daniel Malavergne (bassotuba), Stefano Valla (piffero), Daniele Scurati (fisarmonica a piano), Stefano Risso (contrabbasso), Guido Antoniotti (scacciapensieri, aggeggi sonori), Gianrenzo Dutto (armonica a bocca), Enrico Negro (chitarra acustica), Francesco Busso (ghironda elettroacustica), Mathieu Aymonod (ocarina), nonchè le voci di Manu Théron, Danielle Franzin, Placida “Dina” Staro, che suona anche il violino, e Jan-Mari Carlotti accompagnato dalla sua chitarra. In questo senso ogni composizione di Peron, presenta atmosfere, timbriche ed arrangiamenti diversi, e si caratterizza per i testi in cui è il protagonista stesso a narrare la sua storia in prima persona, il tutto nelle varianti della lingua d’oc del proprio paese di origine. Tutto ciò contribuisce in modo determinante nel rendere l’atmosfera generale del disco molto affascinante, oltre che costituire un elemento importante dal punto di vista culturale e prettamente filologico. Ad aprire il disco è “Petou e lou mar”, brano la cui ispirazione risale a trent’anni fa, allorquando Peron era impegnato in qualità di animatore musicale durante per un soggiorno al mare con gli anziani della Val Stura, ed in quella occasione scoprì che uno di essi non aveva mai visto il mare e aveva difficoltà a credere che fosse salato. Ne è nato un brano brillante, dal testo divertente, in cui spicca l’intreccio tra l’organetto di Peron e il violino di Gabriele Ferrero. Nell’intensa “Doun Vial, lou mul ‘d Limoun” in cui incontriamo Don Viale di Limone, “Il prete giusto” di Nuto Revelli, e che si caratterizza per la bella interpretazione vocale di Manu Théron e per la presenza di Patrick Vaillant al mandolino elettrico. Il sinuoso strumentale “Valzer Paraloup” ci introduce poi ad un altro brano di grande intensità “La sounadoura di Tech” in cui spicca la voce di Placida Staro, ma è con “Nou’ m’ fai chantar amour ni drudaria” tratta da un testo scritto nel XIII secolo da Peyre Guilhelm de Luserna (trovatore della Val Pellice) e musicato da Peron, che si tocca il vertice del disco. “Estiene ‘d Pourchera”, con il suo arrangiamento per voce e scacciapensieri, ci conduce al secondo strumentale del disco “Balet dal luban”, che funge da perfetto apripista per “Notou Sounadour”, dedicata a Giuseppe Vallauri costruttore e suonatore di fisarmonica della Val Vermenagna ed impreziosita dall’arrangiamento e dalla partecipazione degli Edaq. Di grande suggestione è “Ninin, la reina de les Grànjas”, cantata da Danielle Franzin e registrata dal vivo alle Grange di Argentera il 4 luglio 2012, dove visse fino alla morte la protagonista del brano, Elena Rosso, che abitò questa borgata a 1800 m, quasi distrutta durante la seconda guerra mondiale, vivendo in solitudine e rifiutando con caparbietà ogni offerta di una sistemazione migliore. Completano il disco “Mazurca a Ninin” e “Li gigàntes de Vinai” in cui ritroviamo la voce di Manu Théron, che interpreta il racconto di due fratelli la cui altezza gli regalò il successo nell’attività circense, ma che li allontanò dalla loro terra di origine. “Eschandihà de vita” è così un esempio di come si possa scrivere canzoni ispirandosi alle radici musicali della propria terra, e lasciando che esse stesse diventino parte di quella tradizione da cui sono nate. Silvio Peron ci consegna un disco di grande fascino, realizzato in modo intelligente, da cui traspare tutto l’amore e la passione per la sua terra e le tradizioni che la rendono preziosa. 



Salvatore Esposito